# 8 – Quattro Santi entrano in una libreria (pt. 1)

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Delle varie testimonianze rilasciate dai partecipanti (tre: il moderatore e due passanti) la mattina successiva la presentazione presso la Libreria Morrison, nessuna accennava a una vecchia Fiat Panda bianca e ammaccata che, intorno alle ore 20.00, entrò cigolando per la stradina ciottolosa di via ******, tossendo e sputando scorie di fumo nero e grigio nell’aria già abbastanza irrespirabile di quella sera. Nemmeno si parlò dei quattro fallimentari tentativi di parcheggio dell’auto prima di sostare definitivamente – con l’angolo del muso leggermente sporgente verso sinistra – sul lato opposto del marciapiede.

Se qualcuno fosse passato da quelle parti, intorno a quell’ora, avrebbe fatto sicuramente caso al gigantesco prete stretto all’interno dell’abitacolo, piegato tra il sedile e il volante come un clown in una Volkswagen, con le ginocchia che quasi gli arrivavano al petto, ancorato con le grosse braccia tremanti al volante che quasi spariva tra le mani bianche e nervose.

Si era fermato in contemplazione della piccola libreria. Pareva un posto accogliente ed elegante, dall’aria antica e nostalgica tipica di una piccola bottega di libri usati. Un ambiente quieto e famigliare. Non un posto per qualcuno come lui. Si entrava attraverso una porticina verde schiacciata tra due grandi vetrine ricolme di libri d’arte e di fotografia che straboccavano dagli scaffali, come rovesciati lì dal libraio in un impeto di insofferenza. Attraverso la vetrina, si poteva già vedere un gruppo di cinque o sei ospiti sparsi per la sala che pescavano i libri dagli scaffali, sfogliandoli annoiati, ripetendo inconsciamente un gesto antico di cui non sembravano conoscere l’origine né lo scopo.

Si aspettava molta più vita là intorno. Era pur sempre di Pichelli che si stava parlando. Ma, allo stesso tempo, quella desolazione gli permetteva di mettere in ordine le varie ansie, convincersi che tutto sarebbe andato bene, senza dover sfiorare nemmeno col pensiero la Desert Eagle che in quel momento stava appoggiata sul sedile del passeggero.

La città non appariva e non suonava come l’aveva sempre vista nello schermo del piccolo televisore o nelle vignette dei fumetti. Non vedeva i passanti procedere da un lato e l’altro della strada, incrociandosi al centro delle strisce pedonali come due branchi di pesci sonnambuli in collisione, con i visi inespressivi e gli occhi ciechi puntati verso il nulla. Non sentiva il ticchettio delle scarpe sulla strada, spazzato via dallo strillare dei clacson o dal mugolio delle auto. Quasi tutti le luci delle case che costeggiavano la via erano spente e sulla strada principale, perpendicolare alla via, passava giusto qualche tram, stridendo e scampanellando per annunciare il suo arrivo ai fantasmi dell’ora di punta passata. La quiete di quel pezzo di città era simile a quella che circondava ‘’casa di papà’’, nonostante l’assenza delle colline e dei boschi che sembravano legittimare quel silenzio che, tra i muri dei palazzi , appariva solo come un’opprimente assenza di vita.

Forse avrebbe potuto anche vivere in città, alla fine. Semmai si fosse liberato della Voce del Santo, avrebbe potuto farci un pensiero. Dovevano essercene altri come lui tra cui confondersi e diventare invisibile. Non c’era un posto migliore della città se si voleva sparire per sempre.

Marzio guardò il sangue secco di Don Antonio che gli colorava lo spazio tra le dita e cercò di grattarselo via come per espiare fisicamente un peccato.

Togli le mani dal volante. Fai il rilassato, disse la Voce. Ne abbiamo già abbastanza per farci notare.

«Non c’è nessuno qua».

Intendi ‘’quel’’ nessuno?

Una gigantesca bodyguard in abito da sera nero era apparsa dal nulla davanti al portone d’ingresso della libreria. Teneva le mani incrociate a coprire il cavallo dei pantaloni e il mento alzato in una posa fiera e minacciosa, con gli occhi piccoli e neri come fori di proiettile fissi su di lui. Qualche volta scostava la testa, per spostare il lungo codino castano da una spalla all’altra.

Pensi di farcela?

«Non devo fare niente. Posso aspettare».

Aspettare è il suo lavoro. Pensi che quel tizio ci lascerà fare tutto quello che vogliamo?

Marzio sbuffò, provocando una tempesta di polvere e vecchi ticket del parcheggio stropicciati lungo il cruscotto. Non trovando soddisfazione, né un attimo di tregua dai sussurri della Voce, si prese prima a pizzicotti sulle mani e poi direttamente a schiaffi sulla faccia, lasciando vibranti segni rossi sulle guance e un’ulteriore patina di perplessità sul viso della bodyguard.

Puoi torturarti quanto ti pare, non cambia lo stato delle cose. Lui sarà sempre lì. E io sarò sempre…

La Voce s’interruppe di colpo e precipitò giù nelle orecchie di Marzio, facendosi sempre più fioca e inconsistente.

I suoi si spensero intorno a loro per fare spazio ticchettio di passi che riecheggiò dal fondo della strada. Marzio si sporse in avanti e ispezionò l’area circostante. C’era solo una silhouette sfocata, alta e sottile, che camminava con passo dinoccolato dal fondo della strada. Man mano che la silhouette si avvicinava, mise a fuoco i lineamenti che disegnavano un espressione stanca e abbattuta sul viso ingrigito dall’insonnia e dall’alcol. Pichelli arrivava dal senso opposto come un qualunque altro passante, con la testa bassa e le mani infilate nelle tasche. La solitudine della strada vuota gli aleggiava intorno come una nebbia. Era solo e triste come chiunque altro, non come la divinità creatrice scesa in terra tra gli uomini che conosceva.

Il Creatore era triste e solo e non c’era nessuno a vederlo, come Il Santo e come Marzio.

Svoltò per l’entrata della libreria, salutando con un distratto cenno della testa la bodyguard che ancora teneva lo sguardo fisso in direzione della Panda e sparì dietro la porticina verde. Marzio continuò a seguire il suo percorso attraverso la vetrina con la bocca schiusa dallo stupore. Lo vide camminare tra gli ospiti della serata che sembravano non essersi accorti del suo arrivo e salire per una scalinata fino a sparire dalla sua vista.

I piani della Voce erano chiari, tutto l’allenamento e la preparazione erano reali quanto il suo scopo, ma l’idea di poterlo vedere in carne e ossa non era mai stato nulla di più di un sogno, un obiettivo possibile più nel campo dell’immaginazione che in quello della fattibilità. Ora il sogno e l’obiettivo erano lì davanti a lui e Marzio sentiva di aver invaso la sua dimensione, quella a cui appartenevano tutte le foto e i video sgranati che, nella sua cameretta, in quel mondo speculare al suo, non erano altro che cartoline da un mondo lontano che non avrebbe mai conosciuto. Non importava che dal vero apparisse così diverso dalle foto che si trovavano su internet o nella quarta di copertina delle edizioni speciali della Stagione delle Piogge. Non importava che apparisse più stanco, privo di tutta l’energia che trasferiva nelle storie del Santo.

Rigido nell’abitacolo della macchina, percorso da brividi e scariche, Marzio poté giurare di sentire la Voce piangere. Aveva paura, tanta quanto ne avesse avuta lui, che quel pianto non sarebbe stato lavato via nemmeno con la pioggia.

La Voce prese possesso del suo corpo per dare muscoli e ossa alla pena e al terrore. Dalla gola tesa e gonfia lanciò un ululato sordo e gracchiante. Fece precipitare la testa sul volante e rimase a piangere e singhiozzare finché non bussarono al finestrino.

Marzio alzò la testa di scatto verso il finestrino. Il petto della bodyguard, avvolto nella camicia nera, occupava tutto lo spazio del finestrino. Il pugno dell’uomo si alzò lento e bussò di nuovo, senza piegarsi per spiare nell’abitacolo.

Fai qualcosa, disse la Voce, con la gola immaginaria ancora irritata dal pianto.

«Cosa?» Sussurrò Marzio

Qualunque cosa.

«Signore?» iniziò la guardia, circospetta. «Tutto bene lì?»

Poi la bodyguard si abbassò e fece vagare gli occhi nell’abitacolo fino a fermarsi sulla Desert Eagle appoggiata sul sedile del passeggero.

«Esca dalla macchina» disse l’uomo, allontanandosi con fare minaccioso. «È solo un controllo».

Marzio tenne la testa bassa, come un cane colpevole e allungò la mano verso lo stereo. Poggiò il dito sulla musicassetta bianca che sporgeva dal mangianastri e la inserì. Una musica rapida e feroce di chitarre scordate e batterie di latta invase l’abitacolo, facendo tremare i vetri e la carrozzeria. Il bussare iniziale si trasformò in un martellare minaccioso inferto con tutto il pugno. Marzio restò paralizzato, con le dita ancora fuse alla pelle del volante a guardare quella specie di armadio in abito elegante prendere a pugni la macchina di papà.

«Apri ‘sta porta!»

Fai qualcosa, urlò la Voce.

Tenendo la testa bassa, Marzio allungò una mano verso la pistola.

Non la pistola. Fai arrivare qui tutta la città.

Marzio si chiuse di nuovo a riccio, abbassando la testa ancora più in fondo tra le braccia e le ginocchio e alzò il volume dello stereo.

La bodyguard indietreggiò di un paio di metri e si piazzò rigido in mezzo alla strada. Piegò le ginocchia, roteò le braccia e assunse una posizione da karateka, gonfiando le guance e sbuffando come un toro pronto a caricare. Sotto lo sguardo confuso di Marzio, la bodyguard lanciò un urlo da battaglia, corse verso la macchina e dopo un piccolo salto, sferrò un calcio con avvitamento sul finestrino.

«Cazzo!» urlò Marzio, schermandosi il viso .

Un secondo calcio ad avvitamento lasciò una piccola crepa sul vetro che, calcio dopo calcio, si allargava sempre di più formando una ragnatela scintillante che copriva tutto il vetro.

Non hai più molta scelta Marzio. Scegli dove stare…

La bodyguard prese a tempestare il finestrino di pugni. La ragnatela andava spandendosi sul finestrino. Minuscoli frammenti di vetro luccicanti piovevano dalla crepa, coprendo la tappezzeria. L’aria della sera cominciava a invadere l’abitacolo, insieme all’odore della colonia e del sudore di cui era cosparso la bodyguard.

O muori in questo cazzo di abitacolo…

Marzio strinse i pugni intorno al volante fino a farsi le nocche bianche. La gola si tese di nuovo, allargandosi, accogliendo un grido animalesco.

O sotto la pioggia…

Staccò le mani dal volante e, tenendo la testa bassa per proteggersi dalle schegge, attraversò il finestrino, sfondando il vetro con la testa e i entrambi i pugni rivolti in avanti.

Afferrò la bodyguard per il colletto, lo tirò a sé e poi lo spinse giù, infilzandogli il collo sui vetri rimasti ancora attaccati alla guarnizione della portiera. Il corpo dell’uomo ebbe un ultimo, poderoso sussulto che viaggio attraversò le mani e le braccia di Marzio. Poi, il corpo dell’uomo si spense, lanciando un lamento strozzato, appena percettibile sotto la musica che si era riversata sulla strada.

Marzio rimase pietrificato con le mani ancora strette intorno al colletto dell’uomo, mentre tre linee di sangue scuro strisciavano giù lungo la portiera bianca.

Va bene. Disse la Voce, ansimando al ritmo della fatica di Marzio. Bagagliaio. Ora.

Si presentarono solo altre quattro persone, escluso Marzio, quella sera.

Due uomini e due donne. Due Santi e due Sante.

C’erano un ragazzino dalla pelle scura che non avrebbe potuto avere più di dodici anni e un ventenne su una sedia a rotelle, con la pelle pallida e lucida di sudore, con i capelli grassi appiccicati alla fronte. Indossavano autentiche tuniche da prete: niente che si potesse trovare in un negozio di costumi da carnevale. Nonostante fossero praticamente spalla a spalla, non si rivolgevano la parola, guardando ognuno in una direzione diversa della libreria, come a voler negare uno la presenza dell’altro. Una delle due ragazze aveva optato per una camicia nera e una lunga gonna che gli arrivava alle caviglie, mentre l’altra indossava uno hijab nero con scarponi militari neri. Da sotto il velo faceva capolino un ricciolo bianco striato di nero. Aveva i capelli come i suoi, come gli altri due e come lui. Tutti con i loro capelli bianchi attraversati da lampi neri, autentici, risucchiati della vita e dell’età.

Era come trovarsi al centro di un caleidoscopio, senza colori caldi e dorati, ma bagnato dalla luce bianca e cruda delle luci al neon della libreria. Se si fosse trovato immerso nella logica del fumetto, avrebbe potuto ipotizzare che quelle fossero quattro diverse versioni di sé provenienti da universi paralleli, riunitesi per salvare i rispettivi universi e destini. Ma nessuno di loro dava l’impressione di poter salvare nemmeno se stesso, come la copia originale. Quello era il marchio distintivo che ti permetteva di entrare nel club de La Stagione delle Piogge.

Entrato nella libreria, i quattro Santi puntarono gli occhiali da sole verso il nuovo arrivato. I cinque Santi si salutarono con un cenno della testa, come rispondendo al saluto segreto di una setta. Ognuno teneva tra le braccia una copia de La Stagione delle Piogge logorata da letture su riletture, con le pagine gonfie, gli angoli spiegazzati e i margini delle copertine rigide graffiate fino a mostrare le interiora di carta grigie e bianche. Se erano così simili a lui come voleva l’abbigliamento, non erano venuti qua per gli autografi.

Marzio sorrise, pensando all’inizio di una barzelletta: Cinque Santi entrano in una libreria…

Avanzò superando i quattro e cominciò a vagare per la sala, osservando senza interesse le copertine e le costole dei libri, come trovandosi in una specie di galleria d’arte.

La libreria sembrava un enorme camera da letto in disordine, arredata con banchi e scaffali ricolmi di libri ordinati alla rinfusa senza un vero criterio, a volte addirittura impilati l’uno sopra l’altro sul pavimento accanto al banco cassa. Lo spazio centrale, dopo essere stato liberato dai vari pulpiti e banchi con piramidi di libri, poteva ospitare una decina di sedie da giardino, standoci molto stretti.

Marzio si sedette in prima fila, con il piede della gamba accavallata che quasi poteva sfiorare il piccolo podio dietro cui sarebbe comparso Pichelli. Attendeva nervoso, cercando di nascondere tra le cosce le mani graffiate, lucide di sangue fresco o assicurandosi che le maniche e l’angolo del vestito non fossero macchiati di sangue. Gli altri ‘’Santi’’ si sedettero, sparpagliandosi tra le varie file. La ragazza con l’hijab si sedette all’estremità opposta della sua fila. Gli occhi di Marzo scivolarono verso le mani di lei, incrociate intorno al ginocchio. Lunghe linee di henné strisciavano da sotto la manica, percorrendo il dorso della mano fino alla punta delle dita. Sotto quei tatuaggi rossastri, viaggiavano altre linee bluastre che seguivano lo stesso percorso dell’henné. Come due animali che si riconoscevano, Marzio sentì un formicolio lungo il dorso della mano che seguiva lo stesso percorso dell’henné.

Le riconosceva quelle linee, le stesse che coprivano il corpo del ragazzino, le caviglie dell’altra Santa, i polsi di quello sulla sedia a rotelle: erano le stesse che ricoprivano tutto il suo corpo fino a disegnare una specie di salice piangente su tutta la sua schiena. Segni dell’elettricità tatuati sulla pelle. La coda di un urlo che cerca la sua strada tra le vene.

Oh, Marzio, ti ho mai mentito? Chiese la Voce. Ti ho mai fatto pensare di essere qualcosa che non eri… ?

Marzio non capì la domanda, ma la risposta era lì, da qualche parte, nascosto tra l’energia ionizzata che friggeva nelle orecchie.

Lo sguardo di Marzio superò i Santi e le Sante fino alle ultime file. Altre due persone si erano presentate senza costumi o volumi alla mano. Invece della tunica da prete, si erano vestiti con pantaloni a pinocchietto mimetici e bomber verdi e scoloriti che gli ricordavano quelli del suo papà. Nascondevano le teste rasate sotto i berretti, rosso uno e blu l’altro, con la visiera ben calcata sugli occhi. Si guardavano intorno, con un sorriso strafottente che gli tendeva la pelle cinerea, facendosi aria con gli spessi segnalibri che si potevano prendere gratuitamente all’ingresso. Marzio grugnì e tornò col viso rivolto verso il podio di Pichelli.

Calò un silenzio ancora più profondo di quello in cui erano immersi e, dall’eco delle ultime voci, emerse un rumore di passi che rimbalzò da un lato all’altro della sala. Il cuore di Marzio si fermò, seguendo con la coda dell’occhio la discesa di quell’ometto grasso sulla cinquantina, con barba e capelli bianchi e lunghi e un paio di occhiali dalla montatura quasi invisibile sulla testa a forma di fagiolo. Dietro di lui scendeva Pichelli, barcollando con la testa bassa e le mani nelle tasche. I due arrivarono al centro della sala, accolti da un debole scrosciare di applausi che sembrava provenire dall’oltretomba. Marzio rimase congelato tutto il tempo con gli occhi appiccicati su Pichelli che ringraziava timidamente il pubblico alzando la mano scocciato e mostrando il tentativo di un sorriso.

Il Santo si trovava a un dito di distanza dal suo dio, e il suo dio puzzava di vino scadente e grappa.

«Buonasera a tutti» Disse il moderatore, prendendo posto dietro il podio. Parlava con voce pacata e gentile. «E buonasera a chi ci segue in streaming da casa».

Pichelli girò la testa verso la lucina rossa che lampeggiava poco sopra l’occhio della webcam, appoggiata su un comodino a pochi metri da loro.

Il moderatore sorrise pazientemente. «Questa presentazione cade in un giorno importante per lei e per i ‘’Santi’’ ospiti stasera» la risata del moderatore cadde nel silenzio. «Oggi è il venticinquesimo anniversario de La Stagione delle Piogge. Un romanzo a fumetti…»

«Fumetto» disse la ragazza con l’hijab, lasciando il moderatore congelato nella sua risata. «Si chiama fumetto».

«Un fumetto, sì, formativo per un intera generazione e per il giovane scrittore Pichelli. Per questo la domanda giusta con cui iniziare è: ‘’Cosa è cambiato dal Pichelli che scriveva il Santo dal Nuovo Pichelli che oggi scrive Lorenzo ne La Mano ‘’

Marzio allungò il collo, arrivando quasi ad alzarsi dalla sedia per sentire la risposta.

«Non lo so» Pichelli sorrise, tamburellandosi la tempia. «Sono più vecchio».

Un debole risolino si levò dal pubblico. Marzio restava immobile, con il visto appuntito e concentrato rivolto verso Pichelli.

Il moderatore rimase congelato nello stesso sorriso di prima, facendo schizzare gli occhi tra il pubblico e Pichelli. Dopo aver incontrato due volte lo sguardo dell’uomo, Pichelli sospirò e si sistemò sulla sedia.

«Parlo delle stesse cose. Mi faccio le stesse domande, mi do le stesse risposte. Non sono ‘’nuovo’’, sono soltanto vecchio».

Il sorriso del moderatore scemò, sgonfiando la guance piene e arrossate. Gli occhi schizzarono di nuovo sul pubblico, che guardava il tutto immobile, a parte per i sorrisi dei due nazi in fondo alla fila.

Si schiarì la voce e disse:

«Sono sicuro che i fedeli lettori qui e a casa vogliano comunque sentire il vecchio Pichelli».

Pichelli rimase in silenzio, imbambolato mentre sfogliava le pagine del suo romanzo col pollice. Il moderatore si schiarì di nuovo la gola e Pichelli fece per risvegliarsi.

«Devo leggere il capitolo tre» disse di soprassalto. La webcam parve di nuovo fischiare, stringendo l’obiettivo su di lui. «Vorrei leggere il capitolo tre».

Il viso del moderatore si ridusse a una maschera confusa. Poi, dal nulla, come riattivando un meccanismo, sorrise.

«Prego, il microfono e suo», disse, invitandolo con la mano.

Pichelli sfogliò velocemente fino a dove aveva infilato il segnalibro, sul terzo capitolo. Si schiarì la gola, provocando un lungo, acuto fischio del microfono che non sembrò sfiorare nessuno nella sala, eccetto per i due nazi e il moderatore. Poi, iniziò a leggere:

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