# 6 – Porto su Tela

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Appena arrivato in albergo, Pichelli diede fondo agli alcolici del mini-bar.
Non fu un assalto cieco e disperato, ma un lento e disciplinato annientamento a base di sottomarche di birra olandese e vino rosso che solo dopo proseguiva con gin e grappe e altri distillati diluiti acqua tonica per diluire la disperazione.
A un’ora dalla presentazione, Pichelli se ne stava sbronzo, sdraiato come una stella marina sul suo letto imperiale che occupava gran parte della stanza, circondato da resti di bottigliette vuote e lattine accartocciate, con solo il naso adunco e un ciuffo di capelli grigiastro che spuntavano fuori dal mare di cuscini bianchi che ricoprivano il letto come una patina di schiuma marina.
Gli parve che la casa editrice avesse impiegato tutte le sue risorse per trovargli la peggior camera d’albergo della città, quasi come per mostrargli tutta la loro frustrazione per avergli negato, per l’ennesima volta, un finale per La Stagione delle Piogge.
La stanza sembrava provenire dall’idea offensiva e stereotipata della sala di attesa di un centro massaggi cinese di bassa lega, con la sua carta da parati rossa e fantasie dorate di dragoni, rose e serpenti che si attorcigliavano come edere. Il tema delle pareti si ripeteva sulle lenzuola del letto matrimoniale, anche queste rosse con i loro grovigli astratti e i margini dentellati di plastica dorata. Il tutto era a malapena illuminato da una singola lampadina che scendeva dal soffitto in un groviglio di fili attorcigliati. Il timido fascio di luce che sembrava sporcato di un’ombra simile a fuliggine, oscillando e pulsando come pronta ad esplodere.
Non c’era feng shui che potesse curare un posto del genere.
Ma quello che rubava l’attenzione da tutto il resto era il quadro impresso sul telone da spiaggia appeso sopra il divanetto di pelle chiara. Raffigurava un porto al tramonto, con due pescherecci vuoti che galleggiavano sopra un mare scuro e torbido chiazzato di luce rosa e gialla. Nell’angolo in basso a destra della cornice, si potevano scorgere i cesti di vimini blu ricolmi di pesce appena pescato. Nonostante la scelta pacchiana del telo, ogni particolare era tanto rifinito da poter sentire l’odore della salsedine, del pesce appena pescato e lo sciabordio dell’acqua che si infrangeva contro il cemento farsi sempre più lontano fino a scomparire all’orizzonte, lontano da lui, lontano da ogni altra cosa.
Non appena l’immaginazione alleggerita dall’alcol prese la deriva, una vibrazione gli strisciò lungo la gamba, accompagnato fa un tintinnio di bottigliette. Michele lanciò via i vari cuscini, finché non trovò il telefono.
A leggere sullo schermo: NUMERO PRIVATO, l’effetto dell’alcol si dissipò rapidamente, riportandolo a una lucida e opprimente sobrietà.
«L’ho svegliata?» rispose una voce di donna, profonda e melliflua, tradendo un vago cenno di sorpresa al sentire il ‘’Pronto?’’ biascicato di Pichelli.
«No» rispose Pichelli, affrettandosi a pulirsi via la bava dal mento con il dorso della mano.
«Sa chi sono?»
Pichelli riemerse dai cuscini e si sedette a gambe incrociate in mezzo al letto. «La… La Presidentessa?»
La Presidentessa si lasciò andare a una lieve risata d’imbarazzo, come lusingata.
«Lasci perdere le formalità. Non sono la sua presidentessa.»
«E come la devo chiamare?»
«Non deve. Da adesso in poi sarò solo io a chiamarla» Parlava con la dizione teatrale di un’attrice mancata, misurando ogni parola come se ciascuna di queste fosse dotata del suo pregnante, necessario significato.
« Non ho soldi » tagliò corto Pichelli, tastando in mezzo ai cuscini alla ricerca di una bottiglietta ancora mezza piena. « Non sono Baricco. Non sono Stephen King. Tutti i soldi della Stagione delle Piogge sono andati. Non ho niente da darvi. 
«Ci ha dato molto più dei soldi, Pichelli » rispose La Presidentessa, con un tono carico di condiscendenza. « Ci ha dato un obiettivo, una missione su cui riversare tutto quello che la vita, la nostra società e il nostro governo ci ha negato. Voglio solo che mi aiuti a raggiungerlo, a trovare la mia ‘’Danza della pioggia’’, per me e e per tutti i miei camerati.»
Gli occhi di Michele scivolarono sul telone sopra il divanetto e si fecero umidi, come se, almeno loro, fossero riusciti finalmente a sfiorare le acque scure del porto.
Tra gli scricchiolii delle imbarcazione e lo sciabordio dell’acqua, emerse la voce della meditazione guidata.
L’immaginazione è un bellissimo dono da avere. E per quanto spesso possa essere usato per il male, può essere usato allo stesso modo per il bene.
«Ho letto il suo romanzo. La Mano» continuò, concentrando più disprezzo che poteva nella parola ‘’romanzo’’. «Penserà che non mi è piaciuto, ma non è vero. Non del tutto, è stato solo…. Doloroso, come ogni ricordo. Dolce, qualche volta, devo ammettere, ma mi ha lasciato un cattivo sapore in bocca, come una caramella amara, » la voce della Presidentessa ebbe un tremolio, oscillando tra la luce e l’oscurità come se fosse illuminata dalla stessa lampadina che illuminava la camera. 
« Le dispiacerebbe leggere il terzo capitolo, stasera, alla presentazione? È il mio preferito » Disse poi, riprendendo sicurezza. « Ho consigliato il libro a un paio dei miei camerati. Ci saranno anche loro la presentazione. Sono curiosi. È ancora lì, signor Pichelli?»
Pichelli continuò a fissare il telo, senza accorgersi davvero delle lacrime che gli rigavano il viso, dando la colpa all’acqua torbida del porto in cui si ritrovava immerso, galleggiando nell’oscurità, alla ricerca di un riflesso di luce che lo guidasse verso la superficie.
« Sì… »
« Non voglio rubarle altro tempo. L’ho chiamata solo per farle un in bocca al lupo. Avremo tempo per discutere, dopo la presentazione. »
La Presidentessa riattaccò, lasciando Pichelli in ginocchio, in mezzo al suo piccolo regno di cuscini e lattine accartocciate. I rumori del porto sfumarono pian piano nel traffico cittadino: lo stridio dei tram contro le rotaie, il calpestare dei passi sui marciapiedi e i fischi dei freni delle bici e delle moto, riportandolo pian piano a una vita che, ormai, sentiva non riguardargli più.

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