# 1 – New Comic Book Day

da ”DareDevil: Born Again” di Miller & Mazuchelli

La Danza Della Pioggia – #1: New Comic Book Day (Versione Scaricabile)

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La Danza Della Pioggia – #1: New Comic Book Day (Leggi Online)

#1

– San Infantino. 2019-

Don Antonio entrò in chiesa con la sua nuova pila di fumetti sotto il braccio, felice di iniziare un altro mercoledì senza peccati da confessare. 

San Infantino faceva il suo bel lavoro per mantenere la purezza del suo centinaio scarso di anime che la abitava: pesche di beneficenza, raccolte fondi per risistemare il campetto da calcio della parrocchia e i turni alternati per l’insegnamento del catechismo ai bambini erano abbastanza per evitare per assicurarsi un posto in paradiso ed espiare ogni peccato. 

Quella minuscola frazione dell’Emilia Romagna poteva contare su una comunità di persone cortesi, solidali e sempre disponibili nel supportarsi l’un l’altro, come Bianca la cartolaia, che ogni mercoledì teneva da parte i fumetti invenduti così che Don Antonio potesse alimentare la sua ‘’nuova curiosità’’. 

Don Antonio era un vecchietto dal viso docile e un sorriso congelato tra le guance pallide e molli, ma con una certa gioventù che brillava negli occhi sempre stretti, come intento a scrutare l’orizzonte. La sua ‘’nuova curiosità’’ era nata un mercoledì  di un paio d’anni prima, quando notò vicino al bancone della cartolaia una pila di fumetti che sembravano essere sfuggiti alla voracità di Marzio e decise di comprarli tutti in un colpo solo.

«Studio il mio paziente, ecco cosa faccio» le disse una volta, rispondendo alle curiosità di Bianca e porgendole un paio di banconote spiegazzate.

«Perde tempo con quello» disse lei con la testa china, stirando le banconote con il polso. 

«E con chi dovrei perderlo? State tutti bene qua» le rispose, con la sua solita risata che esplose come se l’avesse trattenuta per tutta la giornata. «Il tempo da perdere è tutto quello che mi resta.»

E all’inizio era vero: era solo un prete che aveva deciso di dare un senso alla sua vocazione prendendo sul personale una causa già data per persa. Si era imposto di decifrare la mente del suo malato, dare una sbirciata nel suo mondo e immedesimarsi per trovare quell’incrinatura nella parete che distorceva lo separava dal resto del mondo e dalla vita come tutti la conoscevano. Ma poi, accadde quello che accade a tutti quelli che leggono un fumetto ‘’per provare’’: si perse tra chine e colori, senza trovare più una via d’uscita.

Quella che si era presentata come una scoperta piacevole aveva cominciato pian piano a portare con sé una serie di risentimenti e rimpianti tardivi che, alla sua età, il prete non sentiva di poter sopportare. 

Quelle storie nuove e fresche, che fino alla loro scoperta dava per scontato, gli procuravano la stessa forma di consolazione che fino a tempo prima pensava di trovare unicamente nelle Sacre Scritture.

Nei suoi nuovi mercoledì, Don Antonio leggeva di uomini e donne, alieni e divinità che affrontavano entità inimmaginabili che minacciavano le fondamenta della realtà stessa; ma queste minacce apparivano anche meno complesse dei conflitti interiori che si portano dietro numero dopo numero, anno dopo anno e che diventano la ragione prima della loro esistenza su carta.

Arrivato alla fine della navata, Antonio scostò le tendine viola del confessionale, la sua nuova sala lettura, e si sedette. Per quel vecchio uomo di chiesa, leggere nel confessionale era l’equivalente adulto di leggere sotto le coperte con la torcia prima di andare a dormire. Isolato dal mondo, al sicuro da anime più o meno pure che potessero irrompere nel suo fortino. Appoggiò la pila sulle ginocchia e cominciò ad esaminare gli albi uno ad uno. La cartolaia faceva quello che poteva, ma ignorava il fatto che certe serie richiedessero un ordine di lettura preciso, rigido e religioso, così da non perdere la continuità con gli eventi. Così, Don Antonio si ritrovava un ‘’Devil & Hulk’’ n. 250 e subito dopo un ‘’Devil & Hulk’’ n. 253. Un Lanterna Verde n. 45, seguito da un Lanterna n. 48. 

Illuminato dalla patina viola della tendina attraversata dal sole, il sorriso gentile di Don Antonio si spense, amareggiato all’idea di essere costretto a leggere i riassunti all’inizio dell’albo per poter ricostruire scene e vignette raffiguranti momenti topici, forse indimenticabili, con la sua immaginazione ancora così limitata in materia. 

Sospirando, Il prete aprì il primo albo, quando un sussurro cavernoso strisciò attraverso le pareti di legno.

«Padre…»

Don Antonio lanciò un urlo e i fumetti caddero a terra, spargendosi ai suoi piedi. Riconosceva quel respiro, quello  lento e sofferto di un petto sepolto sotto un tronco. 

Il prete allungò una mano pallida e tremante verso la parete, afferrò il piccolo pomello e fece strisciare finestrella del confessionale con un colpo secco. 

Marzio lo stava già fissando attraverso i forellini della grata come un cane abbattuto in attesa del suo padrone. La testa grande, dalle mascelle rigide come scolpite nel cemento, occupava quasi tutto il piccolo spazio rettangolare della finestrella. I capelli bianchi e folti, quasi tendenti al platino, erano accuratamente pettinati all’indietro con la brillantina. Indossava la solita maglietta scolorita delle Lanterne Verdi e i pantaloni da lavoro blu di suo padre, ancora sporchi di calce risalente a decenni e decenni di lavoro in cantiere. Le mani, abbastanza grandi e coprire una testa intera senza il minimo sforzo, erano nascoste, strette tra le ginocchia. Con le spalle larghe che si ritrovava, a malapena gli riusciva di stare all’interno della cabina senza doversi piegare in maniera buffa e ridicola per un uomo della sua stazza. Tremava e a malapena riusciva a trattenere i piccoli, rapidi singhiozzi che, incatenati uno fila all’altro, cominciavano a prendere il ritmo di una preghiera. 

«Mi perdoni, non volevo entrare come un ladro» disse, inforcando gli occhiali da sole. 

«I ladri sono benvenuti qui» disse il prete, ricomponendosi e lisciandosi la pelata pallida e lucida. 

«Ha paura, Sono io, vede?» Marzio abbassò gli occhiali da sole. Alla vista dei suoi occhi castani e impauriti, il prete si rilassò, sciogliendosi contro la parete del confessionale. 

«Non sono spaventato. Sono… sono sorpreso», rispose. «Non ti vedo qui da tanto, tanto tempo.» 

«Non pensavo di tornare. A dire il vero, non pensavo di dover tornare mai più.»

«E cosa è cambiato, adesso?» chiese il prete, levandosi infastidito un albo dalla coscia come fosse una briciola di pane, ostentando finta tranquillità. 

«Niente. Sembra che non sia cambiato niente di niente. Quando se n’era andata, mi sembrava di aver fatto solo un lungo sogno. Ma è rimasta. Non se n’è mai andata davvero. Aspettava e basta. Questa è la verità.» 

Ogni cosa sembrava dimostrare che a parlargli fosse davvero Marzio e non… qualcos’altro: ogni sua parola strisciava indecisa e stentata dalla bocca, intervallata da brevi tremori e silenzi sofferti. Non faceva mai troppo caso a quali parole usare e a dove sarebbero andate a parare, come se avesse sempre troppa fretta per preoccuparsene davvero e qualcosa gli alitasse sul collo, facendosi sempre più vicina, pronto ad attaccarlo. 

Marzio tornò in silenzio. Si portò un pollice alle labbra, cercando di placarne il tremore. Il prete indugiò e, impaziente, chiese:

«Hai qualcosa da confessarmi, Marzio?»

«Sì.» 

Dopo un altro silenzio, si alzò dalla panca e tirò fuori una cartelletta. Fece uscire un braccio dal cabinotto e bussò contro la tendina con una cartelletta. Antonio prese il fascicolo e si mise a sfogliarlo. All’interno trovò una serie di documenti e moduli che Antonio scartò subito per arrivare alle lastre mediche che stavano in fondo. Ne prese una e l’alzò per osservala controluce. 

Ogni sezione dello sterno di Marzio, grande e ampio come quello di un cavernicolo, non era altro che un mosaico di ossa spezzate. Si potevano distinguere chiaramente la ragnatela di fratture che percorrevano le clavicole e le costole, raccolte nel buio fosforescente della radiografia come una serie di diapositive dell’infanzia. Ma quello che catturò immediatamente la sua attenzione erano le macchie bianche simili a fumo di sigaretta che invadevano i polmoni. 

«Li vede quei ‘’fantasmi’’? È un cancro. Il mio cancro» rispose, mettendo uno strano accento affettuoso su ‘’mio’’.

Il prete fece calare il braccio e ritornò con la schiena contro il pannello, abbattuto.

«Il dottore mi ha chiesto se fumavo e gli ho detto di no» continuò Marzio, suonando come per avere qualcosa di cui giustificarsi. «Mangio solo quello che coltivo o la carne del macellaio. Bevo tanta acqua e faccio esercizio. Niente alcol. Niente schifezze. Massimo i succhi di frutta, ma quelli non fanno venire il cancro. Il dottore dice che a volte capita e basta. Dice che a volte si ha solo sfortuna… » Marzio si fermò e scosse la testa, sorridendo. «Come quando vieni colpito da un fulmine.»

«E cosa ti dice che è stato il fulmine?» chiese il prete.

«Un fumatore non si chiede perché ha un cancro, no?» rispose Marzio, piegando e scuotendo la testa per la confusione. «E nemmeno io mi faccio troppe domande.»

«E adesso che vuoi fare? Hai bisogno di aiuto? Soldi …?»

«A me va bene morire, padre» rispose Marzio, scuotendo la testa, deciso. «Mi va bene. Se muoio io, ‘’lei’’ muore con me. Non so farlo… da solo. La sfortuna almeno mi dà una mano.»

«Non le dire queste cose, non qui dentro» disse il prete, sorprendendosi a sentirsi gli occhi bruciare di lacrime. «Si può fare una raccolta fondi…»

Marzio ridacchiò. 

«Qui pagherebbero per farmelo venire il cancro.»

Antonio si lasciò andare a un sospiro di sconforto. I due rimasero in silenzio, condividendo lo scricchiolio del legno del confessionale. 

«Cosa c’entra con lei, Marzio?» chiese poi il prete, di getto. «Cosa c’entra il cancro con la tua Voce?».

Marzio sospirò. 

 «Le ha dato il via. Ha fatto partire l’orologio.»

Antonio trattenne il respiro e si girò lentamente verso la grata, badando a non farsi scoprire. Si sollevò appena dalla panca a guardargli le mani e si bloccò a metà. Le nocche di Marzio, graffiate e ancora fresche di sangue, tremavano incontrollate sopra le ginocchia. 

«Non ho fatto niente» disse Marzio, tenendo lo sguardo basso. Antonio tornò a sedersi in fretta, come un bambino beccato a copiare un compito. 

«Ho passato la notte a picchiare il muro, a cercare di resistere e cacciarla via» continuò Marzio. «Ma sono stanco. Troppo stanco. Non riesco più a fare come mi ha detto di fare quando torna. Respirare e chiudere gli occhi non basta più.»

Antonio si accorse di essere rimasto in apnea per tutto il discorso di Marzio. Si ritrovò seduto in posizione rigida contro la parete, con le mani saldamente aggrappate ai margini della panca e un piede in avanti, pronto a scattare. 

«Volevo chiederle… sono venuto qui per…» Marzio sospirò, esausto. «Chiamerà la polizia, se succede qualcosa?» 

«Posso, sì…» Il prete mosse la testa in uno stanco segno di assenso. «Ma devi anche dirmi perché la devo chiamarla.» 

«Io non lo so se succederà» disse Marzio, cercando di trattenere i singhiozzi. «Ma dice che adesso può succedere. Tutte le stelle sono allineate.»

Un profondo silenzio li divise, portandoli alla deriva, uno lontano dall’altro. 

«Pichelli viene in città» riprese Marzio. «Ha fatto un libro nuovo. Un’altra storia, non la nostra. Di noi non gli importa più» si girò verso la grata, alla ricerca dello sguardo del prete. «E lei vuole fare qualcosa, prima di morire con me.»

«Marzio» il prete si sporse verso la finestrella, boccheggiando, senza davvero sapere che cosa dire. «Ascoltami» s’interruppe, soppesando e valutando quello che stava per proporgli. Scosse la testa, scrollandosi la paura di dosso e continuò e disse, implorandolo: «Nessuno dice che devi affrontare tutto questo da solo. Lo so cosa dicono quelli del paese, ma io non sono San Infantino. Possiamo fare come quando tu eri ragazzino e io avevo più capelli» il prete provò a tirare fuori un sorriso da Marzio, senza successo. «Puoi dormire sul divano. Puoi darmi una mano in chiesa. Possiamo controllare La Voce insieme, come abbiamo già fatto.»

Marzio scosse la testa. Il sorriso del prete si spense, riducendogli il viso a una maschera vuota, invecchiata di una decina di anni in pochi attimi. 

«Ci ho pensato ma, per la prima volta, io, la Voce e Il Santo vogliamo la stessa cosa» Le labbra di Marzio si torsero per gli spasmi, come colpite da una specie di ictus. Cercò di sistemarsi gli occhiali e, per un breve attimo, Antonio si paralizzò alla rapida vista dei nuovi occhi di Marzio, adesso di un azzurro gelido e intenso. Il prete strisciò lungo panca, lontano dalla parete, fino a stringersi contro un angolo. 

«Sono venuto qui solo per dirle… per ricordarle… che quello che succederà quando arriverà la Danza della Pioggia… » disse Marzio, cercando di far uscire le parole chiare e semplici in mezzo agli spasmi. «Non è colpa sua. Lei ha fatto quello che poteva.» 

«Marzio…»

Il confessionale prese a tremare e scuotersi. 

«Devo… andare…» Marzio saltò via dal cabinotto e corse via attraverso la navata. 

Antonio scostò la tendina, pronto a saltare giù e fermarlo, ma si immobilizzò. A metà della sua corsa, dopo aver urtato un paio di panche, Marzio rallentò e, senza fermarsi, cambiò postura, assumendo un’andatura lenta, determinata, quasi a passo di marcia. 

Paralizzato, il prete lo guardò allontanarsi dal confessionale come se nulla fosse successo, con le braccia ordinatamente piegate dietro la schiena e la testa alzata per ammirare le vetrate e i rilievi della chiesa, come se vi ci fosse trovato dentro per la prima volta. 

Marzio spalancò il portone con un gesto secco e sicuro e sparì, lasciando il prete a guardarlo mentre le sua ombra veniva inghiottita dalla pallida luce estiva. 

Il portone si chiuse alle sue spalle e il vento gli soffiò sul viso un’aria profumo dolciastro di fiori, come per dargli il bentornato nel mondo fuori dalla grazia di Dio; lontano dall’odore austero del legno, del cemento umido e dell’incenso dolciastro mescolato a quello della carta invecchiata di Bibbie ed opuscoli. Rimase ritto sulla soglia, in cima alla bassa scalinata di cemento con gli occhi persi sulle macchine che invadevano lo spazio circostante, incastrate alla bell’e meglio tra i tronchi degli alberi e intorno alle panchine di legno come una discarica ai confini del mondo. 

Marzio strinse i pugni, assaporando le minuscole fitte di dolore che partivano dalle nocche scarnificate. Alzò la testa e gonfiò il petto, come per preparasi a gridare al cielo. Poi, come colpito alle spalle, si piegò in due a tossire nelle mani chiuse a coppa davanti alla bocca. Tossì almeno per un minuto e, quando ebbe finito, rimase a fissare impotente il sangue che gli sporcava i palmi.

Si guardò intorno, spaesato. Non sapeva come fosse finito lì. Fino a un secondo prima, ricordava di essere ancora nel confessionale della chiesa con Don Antonio. Abbassò di nuovo gli occhi sulle mani insanguinate. 

Alla fine, quelli a sanguinare qua siamo solo io e te, Marzio… gli disse La Voce.

«Che cazzo sta facendo?» sussurrò una voce in lontananza che Marzio confuse in mezzo agli altri disturbi e squarci sonori che gli riempivano le orecchie. 

«Oh, coglione!» urlò un’altra voce, una specie di squittio che doveva fare ancora tanto per uscire dall’età puberale. 

Marzio alzò il viso. Trovò due ragazzini, alti e secchi che lo fissavano a bocca aperta, immobili ai margini del parcheggino della chiesa. Aspettavano una reazione del ‘’pazzo’’, con le mani strette intorno alle spalline degli zaini. Le ginocchia ossute erano piegate in avanti, pronte a scattare via in caso di emergenza, ma non fu necessario. Marzio si limitò a fissarli confuso, come trovandosi di fronte a una specie di allucinazione. 

Uno dei due ragazzi, quello moro, con il naso e il viso allungati in avanti a formare una specie di faccia da topo, piegò le mani intorno alla bocca e urlò:

«Coglione!» Diede una pacca sul petto del suo amico che scosse la testa, come appena risvegliatosi e corsero via prendendo la salita a destra della chiesa. 

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