# 4 – Respira

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La Danza Della Pioggia #4 – Respira – Leggi Online

«E adesso, respira.»

Pichelli schiuse le labbra e fece fluire l’aria fuori dalla bocca. Pian piano la tensione sembrò allentarsi intorno alle articolazioni. Le spalle si abbassarono dolcemente, sciogliendosi insieme al resto del corpo e, respiro dopo respiro, gli parve di scivolare giù verso una morbida assenza simile a una vasca colma di acqua tiepida.

«La meditazione di oggi si concentrerà sulla nostra immaginazione» disse la voce registrata, con un accento britannico così marcato e fasullo che spesso finiva per farlo sorridere, strappandolo per un attimo dal suo profondo stato di meditazione.

Pichelli stava immobile sulla sediolina di plastica, con le mani lunghe e nodose dolcemente posate sulle ginocchia e le piante dei piedi immerse nel soffice tappetino a pelo lungo. Solo il lieve gonfiarsi della camicia attorno al petto magro e convesso e un leggero tremolio del labbro inferiore davano l’illusione del trascorrere del tempo.

Quando la voce dell’applicazione gli diceva di concentrarsi sulla sensazione delle piante dei piedi contro il pavimento, Pichelli ritraeva le dita dei piedi a pugno, assorbendo la ruvidità del tappetino fino a farsi venire un fastidioso solletico che andava correndo dai talloni fino alla spina dorsale. Quando, invece, gli diceva di non respingere i suoni esterni o qualunque altra forma di distrazione, quello che accoglieva nello spazio vuoto appena creato nella sua mente era il suono del calpestio di scarpe e scarponi sul linoleum, dalle bestemmie dei tecnici che rimbombavano nel corridoio e dal furioso ronzio della ventola del portatile appoggiato sul tavolino.

«L’immaginazione è un dono che ci permette di concepire persone o situazioni che non si sono ancora avverate.»

Pichelli si sforzò di restare immobile e di mantenere un respiro regolare, nonostante gli capitasse, tra una distrazione e l’altra, di doversi affrettare per trovarsi in perfetto sincrono con le istruzioni impartite dalla voce.

«L’immaginazione può essere usata a nostro vantaggio o a nostro svantaggio» continuò la voce dell’app, paziente e serafica. «L’immaginazione è un bellissimo dono da avere. E per quanto spesso possa essere usata per fare del bene, può essere usata allo stesso modo per fare del male.»

Perso tra i ronzii delle note di sitar, Pichelli allungò una mano invisibile nelle acque scure e immobili della sua immaginazione. Strizzò gli occhi, mentre la mano andava sempre più in profondità, alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa. Aveva smesso di illudersi di trovare perle o pepite d’oro in fondo di quell’acqua torbida: nuove direzioni e sotto-trame, particolari rivelazioni improvvise che stavano dietro le azioni apparentemente inspiegabili dei suoi personaggi, psicologie complesse in cui lui o i suoi lettori potessero riconoscersi. Per dov’era arrivato, rinchiuso nel profumo di lavanda dei deodoranti per ambienti da discount del camerino, si sarebbe perfino accontentato di qualche sassolino tra la sabbia depositata tra le linee della mano umida e lessata dall’acqua; ma, da quando le strade sue e del Santo si erano separate, la sua non era diventata che una disperata ricerca di monetine nel fondo di un cesso.

«L’immaginazione è concentrarsi su quello che ti fa sentire bene, quello che ti fa sentire completo e il riflesso della bontà che vuoi donare al mondo.»

Non che avesse mai avuto davvero nulla di buono da donare al mondo: soltanto fango e sassi, denti insanguinanti che ticchettavano sull’asfalto e riflessi cromati di lunghe e pesanti pistole… e la gente amava quello che aveva da dare a loro e con quell’amore poteva andare avanti per sentieri che non prevedevano il terrore di ritrovarsi a non poter più pagare le bollette o di ritrovarsi a lavorare inchiodato a una scrivania, in attesa che arrivassero le 18 o il venerdì.

«Quando fai uso della tua immaginazione» disse la voce. «Concentrati su queste domande: Cosa mi fa stare bene? Cosa mi fa stare bene con gli altri?»

Prima che potesse iniziare a rifletterci, bussarono alla porta.

«Signor Pichelli? Signor Pichelli, cinque minuti…»

Pichelli si levò gli auricolari, mentre il suono inscatolato e metallico della voce britannica e del sitar continuavano a sciorinare istruzioni e idealizzate visioni sul mondo e sul potere dell’immaginazione.

Aperti gli occhi, si ritrovò le mani chiuse in due pugni. Cercò di rilassare le dita e di aprire le mani, ma a ogni tentativo, sentiva gli occhi bruciare di lacrime e la gola mozzarsi.

«Sì, ci sono» rispose con la voce come indolenzita da ore di sonno.

Guardò il foglio Word sullo schermo del computer: bianco, a parte per il cursore pulsante, ancora in attesa di istruzioni. Chiuse il computer e si alzò, lottando contro la rigidità dei muscoli e il battito nevrotico del cuore che gli pulsava in gola.

Il caldo nello studio si era già fatto insopportabile.

Al primo contatto del fascio dei fari sul collo, sentì subito la camicia appiccicarsi alle scapole e, più si costringeva ad ignorare quella fastidiosa reazione del suo corpo alla luce, più questo sembrava rispondere fisiologicamente facendo traspirare altro sudore in parti in cui non sapeva nemmeno di poter sudare.

La presentazione del libro si tenne nel minuscolo studio di un’emittente locale, con Pichelli e il moderatore intrappolati tra due sottili pannelli di cartapesta color crema. Incastrato su ciascun pannello c’erano due schermi al plasma su cui passava la copertina del nuovo romanzo, comparendo e scomparendo in piccole nubi di granuli virtuali o rimbalzando tra gli angoli dello schermo come l’immagine di un vecchio salvaschermo.

Il programma non aveva nome, era solo ’’il momento culturale’’ della piccola emittente bolognese che il suo agente aveva contattato mesi prima.

Pichelli fece il possibile per non voltarsi verso gli schermi: farlo avrebbe soltanto aumentato la sudorazione o provocato altre anomalie ghiandolari.

Odiava la resa grafica di quegli schermi quasi quanto quella copertina che non aveva fatto in tempo ad approvare: un’enorme mano nera su uno sfondo bianco dietro cui si stagliava minuscola l’ombra di un bambino. Il titolo del libro, La Mano, era scritto in rosso con un carattere che imitava il tratto dei pastelli a cera. Una soluzione un po’ kitsch o semplicemente pigra, soprattutto quando tutta quella resa grafica non c’entrava nulla con il romanzo.

Sulla decina di sedie disposte davanti a loro, appena la metà era occupata da quelle che sembravano persone di passaggio, elettricisti e tecnici dello studio, sparpagliati qua e là così da dare l’illusione di un pubblico.

L’ansia non era una cosa nuova per Pichelli. C’era sempre stata, perfino ai tempi delle fiere del fumetto, delle presentazioni dei nuovi volumi de La Stagione delle Piogge che andavano tutto esaurito in poche ore. Un’altra vita, ma azzoppata dalla stessa debilitante paralisi. La sola differenza era che, prima delle app per la meditazione, prima delle gocce di Xanax da 500 versate direttamente sotto la lingua, quello che bastava al giovane Pichelli era ripetersi una semplice, brevissima frase:

«Sono qui per te. Aspettano te. Hanno fatto il tutto esaurito per te.»

Ed era vero.

Pichelli era la ragione per cui le fiere facevano il tutto esaurito nelle giornate in cui presenziava. Buona parte dei suoi fan non pretendeva molto se non di ritrovarsi davanti al creatore del Santo in carne ed ossa e vederlo condividere il loro stesso piano di realtà, respirare, sudare, balbettare e tremare esattamente come loro. Pichelli donava una certa speranza ai suoi ammiratori: non parlava la lingua delle divinità, né aveva il loro stesso portamento. Chiunque sarebbe potuto diventare Michele Pichelli. Chiunque, potenzialmente, avrebbe potuto scrivere una Stagione delle Piogge se solo si fosse sbattuto tanto quanto aveva fatto lui. A volte, a metà di uno dei suoi attacchi di logorrea, – spesso scatenato dai suoi piani per il futuro del Santo e quella dannata ‘’Danza della Pioggia’’ che ancora non aveva deciso cosa fosse, – alzava gli occhi verso il pubblico e trovava centinaia di altri occhi simili ai suoi, luccicanti di un’ammirazione e di una curiosità che non vedeva mai nei suoi riflessi nello specchio.

Vent’anni dopo, con i fari incandescenti dello studio televisivo puntati su di lui a a far evaporare il sudore sulla pelle, Pichelli alzava gli occhi e trovava una manciata scarsa di occhi che lo fissavano alla ricerca di qualunque indizio che gli facesse capire chi fosse e che cosa ci fosse di tanto di speciale quel quasi cinquantenne deperito seduto tra i pannelli dello studio.

Il presentatore, un giovane dottorando in letteratura con una barbetta castana e rada e un pesante maglione marrone nonostante il calore dei riflettori, presentò l’ultimo libro dell’autore: un romanzo di formazione su un ragazzo di origini ebraiche che si unisce a un gruppo di neo-nazisti di una piccola provincia lombarda.

«Quindi cos’è questa ‘Mano’’?» iniziò il moderatore, parlando con una voce flebile, gentile, quasi sussurrata. Gesticolava, disegnando linee con le dita o afferrando frutti immaginari nell’aria. Per tutto il suo monologo iniziale tenne gli occhi fissi sulle punte degli stivali marroni, come se Pichelli non fosse lì con lui, come se quel palco fosse stato allestito solo per le sue divagazioni ad alta voce. «Un’idea, un segno….»

Pichelli respirò lentamente, riempì i polmoni, ed espirò ma le spalle non sembravano volersi rilassare. Non c’era il suono dei sitar e nemmeno la voce britannica a dirgli cosa doveva o non doveva fare per evitare un possibile attacco di panico.

Chiuse gli occhi per un breve istante. Quando gli riaprì, il silenzio dello studio lo aveva già sommerso da almeno mezzo minuto. Il moderatore lo osservava incuriosito, facendo dondolare dolcemente la gamba accavallata sull’altra. Il pubblico rimase a fissarlo, inerte e annoiato. Poteva sentire nitidamente il fruscio di ogni singolo vestito, lo scricchiolio di ogni sedia.

«Sì. Ciao a tutti…» disse, sporgendosi in avanti. «Qual era… mi sono perso la domanda» disse ridacchiando e girandosi verso il pubblico, in cerca di un’occhiata o di un sorriso d’intesa.

«Ti chiedevamo di dirci di più di questa ‘’Mano’’ che, come ho detto, afferra tutto: la copertina del libro, il lettore, un’idea di innocenza, di un futuro…»

«L’idea, sì… be’, La Mano non vuole proprio essere una metafora. Nel senso, lui la usa, spesso, per fare il saluto…» alzò la mano destra e la bloccò, impedendosi di imitare un gesto sfortunato in diretta televisiva. «Ma… ma forse sì, può anche essere una metafora se volete. Sì… »

Sentiva la voce acuta e stridula grattargli la gola. Si era allenato tutta la mattina con gli esercizi di respirazione, provando a rispondere a ogni ipotetica domanda davanti allo specchio, mantenendo il diaframma ben teso e la gola contratta per evitare i soliti picchi acuti della voce. Ma, in quell’istante, non si sentiva nemmeno troppo sicuro del nome del suo protagonista.

«Non sono io a decidere cosa è o cosa non è quella mano» continuò. «Non ho davvero il controllo su queste cose. Nel momento in cui finisco di correggere l’ultima bozza e il manoscritto va in stampa, la storia non è più mia, è vostra. Perciò, se volete che la mano sia una metafora, è una metafora, va bene. Volete che sia solo una mano? Allora, è solo una mano, ecco.»

Pichelli proseguì, sciorinando al pubblico la genesi del suo romanzo, di come fosse nato il personaggio di Lorenzo, delle esperienze personali e quelle esterne che lo avevano colpito e che erano andati a confluire nelle esperienze formative protagonista.

Sviscerò l’iniziale titubanza di parlare di un argomento come il neo-fascismo, non tanto per la pesantezza del tema ma perché: «A volte non mi sento abbastanza intelligente per parlare di certe cose. Anzi, senza ’’a volte’’» la sua risata riecheggiò nello studio, riducendosi a un flebile eco nel vuoto.

Poi, ritornò al suo discorso:

«In ogni caso, pur condividendo l’idea più popolare che si ha del fascismo…» i suoi occhi si fermarono su due persone in particolare, sedute sulle ultime due sedie a destra dell’ultima fila. Due uomini che nascondevano i corpi secchi e pallidi sotto larghi bomber neri, con le teste rasate coperte da due berretti ufficiali de La Stagione delle Piogge. Quando i suoi occhi incontrarono i loro, un lungo sorriso affilato si allargò sui loro visi, mostrando una fila di denti luccicanti e affamati.

Pichelli s’interruppe, immobilizzato con le mani a mezz’aria.

«Ma… c-come ho detto» continuò, cercando di ricomporsi. «Non riesco a parlare di cose che non conosco e… e il fascismo è una di quelle cose.»

«Vuole dire che non conosce il fascismo?» chiese il moderatore.

Pichelli lo guardò sgranando gli occhi.

«C-Certo che… no, conosco il fascismo. Lo conosco. Il protagonista è un neo-fascista.»

«Perché, infatti, ne parla nel suo libro…»

«Sì, ma, non è proprio un’analisi storica o sociologica, ecco. Non voglio dire niente di nuovo sul fascismo. Se volete approfondire il fascismo, non dovreste leggere il mio libro.»

Gli occhi di Pichelli si spostarono sul suo agente, dietro le quinte: un uomo grande e grosso con la testa rasata costantemente imperlata di sudore che, in quel momento, sentendo il suo cliente sconsigliare ad almeno una ventina di potenziali lettori (tra pubblico in studio e sintonizzato) di non leggere il suo ultimo libro, si copriva gli occhi con la mano paffuta e stringendo i denti da cui stava probabilmente sibilando una bestemmia.

Il moderatore rimase a girare sulla poltrona, facendo schizzare gli occhi tra Pichelli e il pubblico. Poi, dopo una frenata decisa, scavallò lo gambe e con una voce che fremeva di una eccitazione fin troppo costruita, disse: «Allora, direi che possiamo dare spazio alle domande.»

La proposta venne accolta con qualche mugolio, seguito da qualche colpo di tosse. Pichelli rimase a guardare verso la ’’platea’’ con un sorriso tremante congelato sul volto.

Una mano si levò. Una signora con i capelli tinti di rame fino alle radici bianche e un enorme collana di perle. Si alzò a fatica, in equilibrio precario sui fianchi larghi. Aggiustandosi gli occhiali dalla montatura spessa e dorata, chiese, con un forte accento russo:

Si alzò un uomo sulla trentina: magro, occhiali e capelli rasati.

«Buonasera. Ha descritto quella del protagonista Niccolò…»

«Lorenzo» lo corresse Michele.

«Lorenzo… come la storia di un ragazzo che alla fine smetterà di respingere il male che è dentro di sé per venirci poi a patti.»

Pichelli sorrise e si sporse in avanti.

«Sì, esatto.»

«Ok, va bene» rispose l’uomo, sorridendo soddisfatto e tornando a sedersi e scribacchiando qualcosa su un taccuino.

Poi si alzò un ragazzo. Capelli lunghi, ricci e neri che ricadevano sulla maglietta con incisi i caratteri simili a decine di rami contorti che si intrecciavano a formare il nome di qualche gruppo black metal sconosciuto.

«La Mano è la continuazione di un discorso iniziato con La Stagione delle Piogge?» chiese con la voce profonda e nasale.

Il sorriso di Pichelli scemò.

«No, quella… quella è un’altra storia.»

«Ma facendo un paragone…»

«No, non credo, no. Non c’entrano niente.»

«Anche nei due libri precedenti si collegano…»

«La Stagione delle Piogge è un’altra storia» con tono perentorio.

L’eco dell’ultima vocale che sembrava rendere il silenzio nella saletta ancora più immobile. Il ragazzo fece spallucce e si sedette, incrociando le braccia.

«Ci sono altre domande?» chiese il moderatore.

Un silenzio gelido prevalse sul caldo soffocante dei fari. Un crampo allo stomaco fece piegare Pichelli in due. Lo studio cominciò oscillare, come vorticando sulla punta di un ago. Gonfiò le guance e si premette una mano contro la bocca.

Si alzò in piedi e corse via, sparendo dietro i pannelli dello studio, trascinando con sé il microfono ancora legato ai pantaloni.

Pichelli si gettò nel bagno con le mani protese in avanti. Una volta entrato, rallentò, trasformando la corsa in un jogging esagitato, finché non trovò un cubicolo libero, in mezzo ad altri due con le porte blu chiuse a chiave. Ci si tuffò dentro, scivolando in ginocchio e affondò la testa nel cesso.

Conati, grugniti, lamenti e sputi rimbombarono tra i muri piastrellati di blu e bianco, amplificati dalla porcellana del water una volta lucida e immacolata. L’odore del disinfettante, mescolato a quello del vomito, gli provocarono altre eruzioni che lo portarono ad immergere la testa nel cesso quasi fino al collo.

Quando ebbe finito, si buttò a terra, come fastidiosamente sputato via dalla tazza. Si alzò in piedi, tendendo le braccia aperte come un’equilibrista sbronzo. Si sporse per lanciare una smorfia disgustata all’ammasso giallastro di bile e grumi che galleggiava nell’acqua e tirò giù lo sciacquone.

Uscito dal cubicolo, si piazzò davanti uno degli di orinatoi liberi che costeggiava il muro. Non appena si abbassò la zip dei pantaloni, le serrature degli altri due cubicoli scattarono e i due uomini col bomber e il berretto che aveva adocchiato alla conferenza uscirono, sincronizzando ogni passo, ogni azione, come due burattini mossi da un unico burattinaio. Si piazzarono davanti ai due orinatoi che stavano ai lati di Pichelli. Senza abbassarsi la zip, si girarono, rivolgendogli un ghigno da bulletto di scuola, carico di intenzioni. Pichelli mantenne lo sguardo fisso davanti alla porcellana bianca del muro davanti a lui, con le mani tremanti, ben strette intorno al pene, come per proteggerlo da eventuali attacchi.

Si levarono il cappello, mettendo in mostra le svastica tatuata sulla testa di uno e la croce celtica tatuata su quella dell’altro. Avevano visi lunghi e appuntiti, con minuscoli occhi verdi serpentini che sembravano luccicare perennemente di esaltazione infantile. Pichelli piegò la testa in giù e strinse i glutei, cercando di fermare il getto d’urina che non accennava a placarsi.

«Ti sei dimenticato di autografarci il libro» disse il fascista alla sua sinistra, gettando una copia de La mano nell’orinatoio. A guardare la copertina e le pagine gonfiarsi di piscio, Pichelli si sorprese di non provare la minima rabbia o umiliazione verso quell’atto di vandalismo gratuito. Vi ci trovò invece una sorta di soddisfazione mista a sollievo per non essersi ritrovato a farlo di sua spontanea volontà nella solitudine del bagno del suo bilocale.

Pichelli scosse la testa. Poi, accennando un sorriso da spaccone, disse:

«Fate quello che volete. Davvero, quello che vi pare. Non è che abbia più niente da perdere. E non vi devo più niente. Le svastiche non mi fanno più paura.»

Il ghigno si spense dalla faccia dei due uomini e si scambiarono una rapida occhiata carica di confusione.

«Non siamo fascisti» disse il fascista a sinistra, incupendosi.

«Non centriamo più niente con quella roba» continuò quello a destra

Pichelli alzò gli occhi dall’orinatoio per dare una rapida occhiata ai tatuaggi sopra le loro teste. I due uomini abbassarono lo sguardo, imbarazzati.

«Non li cancelliamo perché abbiamo deciso di portare questi simboli come una croce» disse il fascista a sinistra

«Le teniamo come cicatrici, nulla di più.»

«Siamo molto di più della somma dei nostri errori.»

«Tornando indietro, non lo rifaremmo.»

Pichelli fece schizzare gli occhi ai lati, teso e indeciso, e disse:

«Non potreste farvi crescere i capelli? Per coprirle…?»

Il getto di urina si fermò di colpo, lasciando i tre nel silenzio. I due uomini si guardarono e poi riabbassarono lo sguardo.

«Alopecia.»

«Entrambi.»

«Siamo gemelli.»

«Un raro caso genetico.»

Restarono di nuovo in silenzio e il getto di urina riprese di nuovo come per magia, potente e costante come una cascata.

«Siamo qua perché la Presidentessa ti vuole parlare.»

«La Presidentessa di chi?» chiese Pichelli.

«La nostra» risposero i due all’unisono.

«Ha una proposta da farti» continuò poi quello a sinistra.

«Lei lo ha letto il libro.»

«Non l’è piaciuto,»

«Nemmeno buona per una lettura da ombrellone, dice» disse l’uomo alla sinistra, facendo spallucce.

«Preferisce La Stagione delle Piogge.»

«Tutti preferiscono La Stagione delle Piogge.»

«Soprattutto lei.»

«E visto che piace a così tanta gente…»

«Dice che le devi un favore.»

«Hai fatto anche tu degli errori.»

«Solo che al tuo si può riparare.»

«Un passo alla volta.»

«Ma devi volerlo tu, per primo» concluse quello a destra, facendo scattare la lama del coltellino a serramanico sotto lo scroto di Pichelli.

Al contatto gelido della lama, Michele lanciò un singulto, stringendo la presa intorno al pene mentre il getto di urina continuava a scorrere senza intenzione di fermarsi.

Il fascista alla sua sinistra infilò una mano nella tasca e poggiò davanti a lui un minuscolo sacchettino di tela, tenuto chiuso con un filo di cotone rosso. Il getto di urina cessò di colpo. Gli occhi di Pichelli si fecero lucidi e il gelo affilato sotto i testicoli si trasformò in una minaccia lontana, quasi ridotto a uno di quei suoi sforzi d’immaginazione votati al male. Il tessuto si era insozzato della fuliggine delle decine di mani, tasche, cassetti, scatoloni, borse e valigie in cui doveva essere passato negli anni, ma la ‘’M’’ disegnata con una calligrafia elegante, quasi regale con le sue punte arricciate, era ancora visibile come un segnale che emergeva dalla nebbia.

«La Presidentessa ti manda un pensiero» disse il fascista alla sua sinistra. «Dice che è importante per te e anche per lei.»

Dopo aver viaggiato dalla borsa scura sotto la palpebra e lungo lo zigomo, una lacrima cadde, risucchiata dallo scarico dell’urinale. Il ticchettio che produceva il contenuto del sacchetto produsse lo stesso effetto che doveva aver prodotto il sapore della madeleine nella bocca di Proust. La sua mano ebbe uno spasmo, pronta a staccarsi dal pene per afferrare il sacchetto, ma si bloccò.

«Dov… dov’era?» balbettò Pichelli. «Dov’era finito?»

«La Presidentessa dice che hai un debito da saldare» disse il fascista alla sua sinistra, ignorandolo.

«Domani hai una presentazione. Sa quand’è e dov’è.»

«Ti chiamerà lei. Domani sera.»

«Dopo la presentazione.»

«La seguirà in streaming.»

«È curiosa di sapere cosa pensi adesso della Stagione delle Piogge.»

«Ora che hai la memoria più fresca.»

La lama si ritrasse con uno scatto, facendo sobbalzare Pichelli.

«Ci risentiamo domani,» dissero entrambi, uscendo, questa volta con una leggere differita l’uno dall’altro.

Pichelli rimase immobile davanti all’orinatoio, con le mani ancora strette intorno al membro. Si aspettava di vedere il bagno ondeggiare, di tornare in preda alla stessa vertigine di prima, ma ogni cosa restava immobile, a parte per lo sciabordio dell’acqua nello scarico.

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