# 4 – Oh, Superman! (Pt. 1 di 2)

Da ”Green Arrow/Green Lantern #85 di Dennis O’Neil & Neal Adams”

La Danza Della Pioggia #4 – Oh, Superman (parte 1 di 2) – Scarica il capitolo

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«L’avete finito… tutto?» chiese Marzio, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi, con il giaccone che si apriva a mostrate il simbolo delle Lanterne Verdi.

La signora dietro al bancone non rispose, limitandosi a guardarlo impassibile, con una mano nascosta sotto la cassa che sembrava pronta a far azionare un allarme.

«Ci è rimasto il succo di pera» rispose lei in tutta fretta, sperando di aver trovato la formula magica per mandarlo via dalla sua bottega.

«Solo quello?»

«Solo quello».

«No» Marzio scosse la testa, agitato, chiudendo la giacca come colpito da un’improvvisa ondata di gelo. «Non mi piace…. ACE? Tropicale? Quelli ce li avete?»

La donna, sempre con la mano nascosta sotto il bancone, scosse la testa, lasciandosi scappare un sospiro di frustrazione. «Puoi andare al bar a vedere se hanno quello che cerchi».

«Al bar? » ripeté Marzio in un sussurro, mentre la mano che teneva chiusa la giacca tremava incontrollata.

Erano appena le tre e non poteva succedergli niente di male, di questo Marzio era assolutamente convinto. Tutto il paese era al lavoro e, chi non ce lo aveva, era davanti alla tv a digerire il pranzo, in attesa che i bambini tornassero dal doposcuola. Al bar dovevano doveva esserci giusto qualche gruppetto di anziani che si ritrovava per giocare a carte, bestemmiare e commentare le notizie sui giornali annunciando ogni azione e ogni pensiero in un dialetto oscuro e incomprensibile.

Non poteva succedergli niente di male, davvero. Si sarebbe palesato al bar come un fantasma, avrebbe fatto quello che doveva fare senza farsi notare, senza incrociare sguardi, e tutti sarebbero tornati alla loro vita.

Il bar/stazione di servizio Speed dava sulla strada principale, pochi metri del cartello che indicava l’uscita da San Infantino. Sempre nascondendo il viso nel colletto della giacca che teneva chiuso tra le mani, Marzio attraversò le strada, salì per la lunga scalinata di pietra e attraversò senza indugio le porte automatiche dell’ingresso, immergendosi nell’aria rancida di vino bianco da discount, bitter e arachidi.

Lo Speed era il solo elemento a prova che il tempo passava a San Infantino, anche se lentamente. Un locale ultramoderno, tanto da poter sentire friggere dietro gli occhi le luci crude delle lampade a gas che si riflettevano sui muri insopportabilmente bianchi e lisci. Un gigantesco bancone in marmo emergeva da un pavimento nero e lucido su cui erano dipinti disegni astratti con schizzi rossi e blu, linee cerchi e quadri come un’imitazione di Kandinskij. Tutto, dal design alla scelta dei colori e il tema sul pavimento erano opera del nipote del proprietario che ‘’ha studiato arte’’.

Marzio attraversò il locale a testa bassa e puntò dritto verso il frigo, cercando di attutire il rumore delle suole sul pavimento meglio che poteva. Non c’erano bottiglie di succo di frutta, solo birra e bibite gassate. Marzio sospirò sconsolato. Gli restava solo un ultimo, difficile tentativo per poter sopprimere la carenza di zuccheri una volta per tutte. Chiuse il frigo e si avvicinò banco, senza più preoccuparsi del ticchettio delle suole sul pavimento.

Il vecchio barista con la camicia e il maglione giallo (in tinta con i contorni dei frigoriferi e gli schienali delle seggiole) stava asciugando un bicchiere con uno straccio sudicio, lo stesso che Marzio vedeva sempre da piccolo quando quello era ancora il barista dell’umile circolino vicino al campo da calcio. Facendo finta di niente, l’uomo aveva seguito impietosito tutto il percorso di Marzio nella ricerca del suo succo di frutta, dall’entrata furtiva in sala fino alla camminata rapida verso il frigorifero, tutto pregando che non arrivasse l’inevitabile momento in cui sarebbe arrivato lì ad appoggiare le manone martoriate sul bancone. Il vecchio lo guardò di sottecchi con gli occhi tristi e stanchi sopra le borse gonfie e arrossate. Dopo un attimo d’indecisione, Marzio chiese finalmente il suo succo di frutta.

«Quale?» chiese l’uomo, continuando ad asciugare il suo bicchiere.

«Quali… quali avete?»

L’uomo si piegò ad aprire il frigo e cominciò a fargli l’elenco dei succhi a disposizione.

«Arancia. Mela. Ananas. Frutti Tropicali. ACE…»

Marzio non ascoltò una parola, con il cervello annebbiato da quella spaventosa sensazione famigliare di occhi che gli strisciavano lungo la base del collo. Dalla rapida occhiata che aveva dato appena entrato, gli sembrava che non ci fosse nessuno, ma solo ora, quando non poteva più tornare indietro, a un passo dall’ottenere finalmente il suo succo di frutta, si ricordò del tavolino nascosto dietro il punto il cui il bancone curvava verso il bagno e il ripostiglio. La vita sembrava pian piano sbocciare dietro quell’angolo in una nube di voci arrochite dalle sigarette e dall’alcol, mescolate al tintinnio di colli di bottiglia appoggiati contro i bicchieri e il gorgoglio frizzante della birra che schiumava contro le pareti dei bicchieri.

«Allora?» chiese il barista, ancora mezzo piegato sul frigo.

Marzio fece come per risvegliarsi e disse: «Sì, quello va bene».

«Quale?» abbaiò il barista.

«L’ultimo… l’ultimo che ha detto».

L’uomo sbatté sul tavolo una bottiglietta verde con un etichetta rossa su cui era disegnata una pera. Marzio rimase immobile ad osservare il suo nemico. Sospirando, sbatté tre monete sul bancone, fece per girarsi e si fermò, catturato al lazzo da una delle voci avvinazzate proveniente dall’unico tavolino occupato del pomeriggio.

«Oh, Superman! Hanno aperto il manicomio?»

Marzio rimase paralizzato, con una gamba protesa in avanti e la mano che teneva la bottiglia di succo a metà strada tra l’esterno e l’interno del giaccone.

«Non ci senti? Non hai il super-udito?» alla voce seguì uno scrosciare di risate che travolse Marzio come un’onda.

Marzio si girò, lentamente, con la bocca ridotta a una linea sulla faccia dura e tremante. Tre uomini stavano seduti intorno al tavolino coperto da bottiglie di birra vuote e sacchetti di patatine accartocciati mentre uno, quello che lo aveva chiamato, stava in piedi con le gambe e le braccia divaricate come pronto a saltargli addosso. Tutti e quattro gli uomini andavano sulla quarantina, anche se la ripetitività ossessiva del lavoro in officina, la dipendenza da nicotina e le ossessive bevute pomeridiane li avevano fatti invecchiare di almeno un’altra decina di anni. Erano suoi coetanei, ex-bambini che andavano a scuola con lui e che avevano proseguito poi per la scuola superiore, frequentando la città, le ragazze, le bevute e tutte quelle esperienze di cui Marzio aveva solo letto o visto attraverso le pagine e gli schermi. ‘’Quelli che ce l’avevano fatta’’, li chiamavano in paese, per un po’.

Nei loro occhi luccicanti e arrossati dalla birra e dai massacranti turni di lavoro, vedeva ancora la stessa rabbia e lo stesso disprezzo infantile che vedeva nei cortili all’intervallo e nei pomeriggi al campetto. Indossavano ancora le tute blu e gialle macchiate d’olio dell’officina. A prima vista, sembravano a malapena distinguibili l’uno dall’altro: capelli rasati o ingellati come per serbare il ricordo di un tempo in cui tutto andava meglio, tra discoteche e aperitivi. Solo quello in piedi si differenziava dal branco con una stempiatura larga e lucida e radi capelli lunghi e unti attaccati alla nuca. Per lui erano altri i ricordi da mantenere.

Marzio fece un mezzo passo indietro e sentì la canna della Desert Eagle premergli contro il gluteo destro e s’immobilizzò di nuovo.

«Non ti si vede mai in giro. Che è successo?» gli chiese l’uomo in piedi, sinceramente sorpreso di rivedere un’antica conoscenza.

Non dirlo, sussurrava la Voce. Non dirlo.

«Ho… ho finito il succo» .

I quattro uomini si guardarono increduli ed esplosero in un’altra risata, questa volta accompagnata da lacrime e battiti di mani contro il tavolo e le cosce.

«Be’ potresti passare più spesso, allora. Ne abbiamo qui di succo di frutta…»

Marzio puntò gli occhi verso il barista, in cerca di un supporto. L’uomo abbassò lo sguardo, continuando ad asciugare il suo bicchiere.

«Io… io me ne sto andando…»

«E dove? Torni in manicomio? Hanno detto che sei sano, ormai, no? Che puoi stare con la gente, senza pericolo per nessuno» disse l’uomo, pronunciando ogni parola a denti stretti, avvicinandosi un passo dopo l’altro verso Marzio.

I suoi tre amici si zittirono, lasciando sui loro visi arrossati solo un pallido ologramma dei sorrisi furbi e maligni di prima. S’irrigidirono e si guardarono a vicenda. Poi, uno di loro, con la testa rasata e i baffi, si alzò a metà dalla sedia.

«Gian…» disse allungando un braccio verso di lui. «Lascia stare, dai».

«Ma vuole compagnia. Perché viene fino a qui, sennò, dal suo rifugio…» teneva gli occhi spalancati dalla furia incollati su Marzio. «Non è che ha degli impegni. Non lavora, passa il tempo a leggere fumetti. Ne hai di tempo quando prendi il sussidio per i pazzi.»

«Me ne sto andando…» sussurrò di nuovo Marzio, con la voce irrigidita dal terrore.

Di colpo, l’uomo corse verso Marzio e gli balzò addosso con un salto, afferrandolo per le spalle. Gli rigirò un braccio dietro la schiena e gliela torse fino a fargli uscire dalla bocca un lamento gracchiante di dolore.

«Lo sai che tengo ancora tutte le foto sue? Di Domenico…? Mamma non voleva, ma io sì» gli sussurrò all’orecchio con la voce rotta dal pianto. L’alito rancido di birra gli strisciava lungo la guancia umida fino alle narici. «Non le nascondo, le tengo tutte appese ai muri, per vederle sempre, ogni giorno. Tutte. Non per lui. Di lui non mi dimentico. Le tengo per non scordarmi di te».

L’uomo strinse i polsi di Marzio e si schiacciò contro di lui. I due, come due ballerini, corsero stretti l’uno all’altro attraverso il locale. Appena aperte le porte automatiche, l’uomo mollò la presa su Marzio e lo spinse fuori dal locale.

Rotolò giù, alternando grugniti e pianti scalino dopo scalino. Arrivato al pavimento del benzinaio, aprì la giacca ed estrasse vittorioso la bottiglietta miracolosamente intatta.

Gli altri uomini accorsero fuori e s’immobilizzarono di colpo di fronte all’ingresso, intonando un coro cacofonico di:

«Oh, Cristo.»

«Oh, Madonna.»

«Chiama la polizia.»

Marzio girò la testa e trovò la Desert Eagle stesa vicino a lui, luccicante sotto il sole.

Scattò in piedi, afferrò la pistola con un rapido gesto e corse via, senza girarsi a guardare le facce esterrefatte dei suoi vecchi compagni di scuola, paralizzate nell’improvvisa realizzazione di essere sopravvissuti a un’altra potenziale tragedia.

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