# 0 – ”Canta il corpo elettrico”

Danza Della Pioggia – Capitolo 0 (Versione Scaricabile)

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Danza Della Pioggia – Capitolo 0 (Leggi Online)

– San Infantino. 1994 –

Il ragazzo correva lasciandosi il paese alle spalle, senza davvero sapere cosa ci sarebbe stato da perdere o da guadagnare.  Saperlo o meno non avrebbe fatto una gran differenza in ogni caso. Lui era ‘’quello che correva via’’ e, se si vuole sopravvivere a San Infantino, ognuno deve seguire la propria legge di natura. 

Correre, non fuggire: era lì che stava la differenza, quel pomeriggio. Non fuggiva come al solito da quel giorno in cui ‘’prima o poi, lo avrebbero ucciso per davvero’’ o dal ringhio assonnato delle catene arrugginite e dei raggi delle biciclette che lo inseguivano per le viette della campagna. Correva perché, finalmente, la Voce lo aveva chiamato e aveva già perso abbastanza tempo a farsi picchiare dai ragazzi più grandi al campetto del prete. 

Correva nonostante sentisse la carne gonfiarsi intorno all’orbita, pompando minuscole fitte di dolore nella carne. Ogni volta che provava ad aprire la bocca per inghiottire più aria, sentiva la mascella bloccarsi dopo un sonoro schiocco. Era abbastanza certo che almeno una costola si fosse spezzata, probabilmente perforandogli un polmone, ma ancora non poteva fermarsi, non prima del tramonto. 

La strada si aprì sulla campagna e i campi scintillanti di verde e luce cominciarono a scorrergli a lato, ma una parte di lui era ancora stesa in posizione fetale al centro del campo da basket della parrocchia, circondato dai ‘’ragazzi più grandi’’ che conosceva come avrebbe potuto conoscere un amico, se mai ne avesse avuto uno. Per un buon quarto d’ora, accettò ogni colpo e ogni insulto, silenzioso e passivo come gli aveva insegnato papà, finché la  vista del tramonto non lo fece scattare in piedi all’improvviso, come se un calcio avesse inavvertitamente azionato qualche meccanismo di auto-conservazione sconosciuto. 

I cigolii delle biciclette cominciarono pian piano a dissolversi nell’aria, poi spazzati via definitivamente dallo stridio dei freni delle biciclette. Solo lì, quando l’ultimo insulto venne assorbito e dimenticato dalla vastità dei campi, il ragazzo si permise una pausa. Il fiato usciva caldo dalla bocca come il ruggito roco e stanco di una bestia in gabbia. Una fitta gli attraversò il petto, bloccandogli il respiro. Tossì nelle mani chiuse e coppa e spiò all’interno, prima titubante, poi sollevato: niente sangue, nessuna polmone perforato. Solo il famigliare sapore ferroso di sangue che gli riempiva la bocca come dopo ogni pestaggio. 

Alla sua destra, l’occhio rosso del sole lo guardava indifferente, scendendo giù dietro le colline come un uovo spiaccicato che colava contro un muro. Intorno all’aura di luce rosa e oro , banchi di nubi grigie cominciavano ad ammassarsi, strisciando lungo la superficie livida del cielo abbandonata dal calore  dalla luce. Lo sguardo del ragazzo si perse su quella striscia rossastra sopra le colline, rosso e pulsante come uno squarcio nella carne.

Il cielo sanguina, pensò, recitando un salmo preso dal volume 1, numero 6 della Stagione delle Piogge, le sue Sacre Scritture. Il cielo sanguina come me e te. 

Il ragazzo sorrise, contraendo il viso in una smorfia ridicola di fatica ed eccitazione. Doveva solo correre qualche altro metro ancora. 

Riprese la sua corsa. Il dolore all’occhio, ormai gonfio come un’arancia, il bruciore ai muscoli, il dolore intorno alle ginocchia e i punti rossi e blu che gli coprivano la vista divennero solo un fastidio di fondo come l’aria gelida e carica di pioggia che cominciava a penetrargli nelle ossa. 

Finalmente, dopo un altro chilometro, dietro la gobba dell’ultima salita spuntò ‘’la casa di papà’’: un cubo di cemento rosso e bianco che si ergeva in mezzo all’erba alta come una ciste del suolo. Senza fermarsi, superò con un salto il recinto di metallo e proseguì per il sentierino di ghiaia nascosta dall’erba incolta. Non si fermò nemmeno per salutare la cuccia (sempre rossa e bianca, come una copia in miniatura della casa) di Krypto. Il ragazzo salì gli scalini a due alla volta e quasi sfondò la porta per la fretta di entrare. 

Papà non era ancora tornato. Nemmeno serviva chiamarlo o cercarlo, lo sapeva e basta: qualcosa mancava nell’aria, come lasciando una sagoma vuota nell’aria salubre di umidità e polvere. 

Girò subito a destra, verso la sala. Con tre balzi, scavalcò il tavolino, saltò sul divano di pelle verde, si arrampicò con la punta di piedi sulla testata e si aggrappò al gigantesco crocifisso di legno appeso al muro, grande quanto il suo tronco. Il gigantesco Gesù d’argento lo guardava sofferente, supplicandolo di non portarlo via con lui. 

Con il trofeo tra le braccia, saltò dal divano, atterrando, rischiando quasi di storcersi una caviglia e corse via. Ripercorse al contrario il sentiero di ghiaia, saltò di nuovo la recinzione e proseguì per la stradina, verso il punto d’incontro che la Voce aveva deciso per loro. 

Il cielo aveva quasi smesso di sanguinare. 

Lo squarcio si era rimarginato in una ferita sottile che separava il blu livido dalle cima colline ancora sporcate dalla luce rossastra del tramonto. Le nuvole avevano cominciato a farsi più nere e dense, tanto grandi da potere vedere i primi lampi attraversarle come grinze sulla pelle.  

Arrivò al laghetto che non c’era più luce né sangue nel cielo. L’elettricità che gonfiava l’aria gli fece accapponare la pelle delle braccia stanche e formicolanti per il peso della croce. Rapidi flash di lampi bianchi cancellavano il mondo attorno al ragazzo, lasciando soltanto un frammento di pace bianco puro inafferrabile che cancellava il mondo per poi riportarglielo così com’era, trascinando con sé lo strascico di un rombo sommesso. 

Il ragazzo prese fiato un’ultima volta prima di corre verso la recinzione di legno e ferro che circonda il piccolo laghetto. Le prima gocce di pioggia avevano già preso a cadere. Non c’era tempo per i rituali né per le epifanie. Reggendo il crocifisso prima su un braccio e poi sull’altro, cominciò a spogliarsi in corsa, lasciandosi dietro una scia di vestiti abbandonati come un percorso di briciole. Senza rallentare, lanciò prima la croce oltre la rete, saltò la recinzione con un solo balzo e atterrò coi piedi nudi sul suolo morbido e viscido. 

Ai bordi del lago, con il crocifisso stretto tra le braccia, rimase a fissare imbambolato il suo riflesso distorto sulla superficie scura dell’acqua: un pallido fantasma con il viso lungo e smunto, sfigurato da un brutto occhio nero, i capelli biondi e sottili come le setole di un vecchio pettine e le ossa coperte da un sudario di pelle pallida e lentigginosa. Si ordinò di saltare, – con la sua di voce, non l’altra che ancora lo aspettava, –  ma le sue gambe non finsero il minimo spasmo; giusto un’impercettibile tremolio delle ginocchia sporgenti. Le lacrime cominciarono a scaldargli il volto sotto lo scroscio dell’acqua gelida. Strinse i denti, sforzandosi di liberare un urlo dalla gola strozzata dal panico, ma ne uscirono solo singulti striduli e rochi. 

Non era pronto, non ancora, ma a nessun eroe è mai stato chiesto di esserlo. Non ci sarebbe stata una morte per lui, ne era sicuro; la Voce glielo aveva detto e le ‘’Nuove Scritture’’ lo confermavano. Sarebbe morta solo una parte di lui, quella che ‘’un giorno avrebbero ammazzato per davvero’’, quella che la sera restava raggomitolata sul letto con il sangue delle ferite fresche che sporcava le lenzuola e le federe dei cuscini. 

Il nodo alla gola si sciolse. Il ragazzo si asciugò la faccia e la smorfia di pianto sul viso si trasformò in un’espressione di vuota concentrazione. I suoi occhi oltrepassarono il suo riflesso e si fissarono di nuovo sul fondo del lago e realizzò che tra uscirne vivi e sprofondare nel buio, all’alba del giorno dopo non avrebbe fatto alcuna differenza. 

I muscoli delle gambe si rilassarono. I piedi si staccarono dal fango e, prima di potersene accorgere, il vuoto si gonfiò sotto di lui fino al gelido schianto con l’acqua. 

Sprofondò nell’abisso, abbracciato stretto al crocifisso, e ogni cosa sembrò allontanarsi da lui, non solo le punte degli alberi o i lampi nel cielo: il dolore pulsante intorno all’occhio e alla mascella, la rabbia, la paura e l’umiliazione svanirono via. Non avrebbe avuto senso tornare. L’attrito dell’acqua l’avrebbe protetto, avrebbe rallentato ogni pugno e gli insulti sarebbero arrivati alle sue orecchie solo come distorsioni ovattate e distorte. Accarezzò l’idea di non riemergere più, di restare nell’abisso, finché un vuoto più grande non lo avrebbe accolto a sé. Ma la Voce tornò a chiamarlo dal nero e blu speculare a quello dove era immerso. Il ragazzo aprì gli occhi, si aggrappò al crocifisso come a un’ancora e risalì verso la superficie, illuminato a intermittenza dai lampi nel cielo. 

La testa riemerse. La pelle non riusciva a distinguere il gelo nell’aria da quello dell’acqua, come se fosse immerso in un’unica sostanza. Rilassò i muscoli e lasciò risalire il resto del corpo, sdraiandosi sulla superficie con il crocifisso stretto al petto.

Rimase ad aspettare impaziente, accarezzando la testa del Gesù crocifisso con il polpastrello del pollice. I lampi continuano a saltare da nuvola a nuvola, tessendo un unico, lungo ruggito che in quel momento suonava come una risata crudele che prendeva gioco del ragazzo e della sua attesa sotto la pioggia. 

Il tempo passava, senza nemmeno il sussurro di un presagio finché la pioggia si arrestò di colpo, lasciando soltanto il desolante fruscio dell’erba e il gracidio delle rane. Il ragazzo rimase immobile, finché una nuova umiliazione gli strinse lo stomaco e la gola nella realizzazione che  il cielo non aveva niente da dirgli, soltanto il silenzio. 

La Voce era solo un desiderio cieco, una speranza cacciata fino in fondo alla gola più violentemente di quanto avrebbe potuto fare uno dei ragazzi più grandi al campetto. Tornare alla vecchia vita non era un’opzione, non dopo tutte le speranze consumate. Giorni, settimane e mesi di preparativi, di analisi del meteo e del vento, calcolando tutto il necessario per preparare il corpo e lo spirito al suo arrivo. 

Perso nel suo dolore, il ragazzo non si accorse dell’elettricità che riempiva pian piano l’aria, raccogliendosi fino a creare una specie di massa invisibile che piegava i fili d’erba, le foglie e i rametti dei cespugli sotto la sua assenza di peso.

Il ragazzo gonfiò il petto, pronto a lasciarsi andare a un altro pianto, quando il fulmine arrivò, inchiodandolo alla superficie dell’acqua. Il crocifisso esplose in un boato di legno e ferro a buon mercato, ma non sentì il dolore delle schegge che si conficcavano nella pelle né del Gesù incandescente che si liquefaceva, lasciando il suo marchio nella carne. 

Un ronzio assordante di vespe meccaniche gli riempì le orecchie, mentre l’elettricità lo attraversava rapidamente, infilandosi nella carne. Centinaia di lamette incandescenti sembravano esplodergli dall’interno, conficcandosi nei polmoni, dietro gli occhi, nella gola e nei testicoli, ma quello stesso dolore lo teneva immobile, soffocando ogni tentativo di protesta o di fuga. La Voce aveva bisogno di tempo per ambientarsi nella sua nuova casa, doveva solo essere coraggioso e resistere. Non esisteva una nascita che non fosse dolorosa. 

Il bagliore sparì come riapparve, riportandolo tra le braccia tremanti di suo papà. L’uomo sollevò la testa dal petto del ragazzo e lo guardò incredulo con gli occhi grandi, umidi e stanchi, scavati nel viso lungo e pallido.  Sopra di loro il cielo, sereno e  puntellato di stelle, riprendeva fiato dopo la pioggia. La luna, che spuntava dietro la testa rasata del padre come da dietro una collina, illuminava tutto di una luce bluastra, come un sole scarico. 

Erano solo lui e il suo papà, inginocchiati nell’erba umida con la città che si estendeva viva poco sotto di loro. 

Il padre accarezzò il viso del figlio con cautela, sfiorando a malapena la guancia con il dorso della mano ancora insozzata di calce secca. Il ragazzo vedeva le labbra dell’uomo muoversi, ma dalla sua bocca usciva solo un fischio costante che lo attraversa da orecchio a orecchio. Poteva sentire il peso insopportabile della pelle sul corpo ancora intorpidito dalla scarica, ma non la sensazione dell’aria fresca o della pelle ruvida di papà. Cominciò a sentirsi sepolto dentro il suo stesso corpo, ma prima che sopraggiungesse il panico, la Voce tornò a rassicurarlo con le sue parole che schioccavano  nelle orecchie una dopo l’altra come rami secchi nel fango. 

Le labbra di papà tornarono a muoversi, e questa volta dalla sua bocca uscì la Voce, fuori sincrono, come un film doppiato male. 

Gli disse di rilassarsi, di muovere prima l’alluce e poi l’indice della mano. Era un’esperta in queste genere di cose, diceva. Ci era già passata, ma certo non serviva spiegarglielo perché lui, Marzio, questa cosa la sapeva già bene.

Marzio sbatté le palpebre e vide le labbra del padre tendersi in un sorriso stentato. Il formicolio svanì e il corpo riprese sensibilità, appena in tempo per sentire le mani di papà afferrargli la nuca e spingergli la testa contro il suo petto, riempiendogli il naso con l’odore di cantiere, sigarette e vino bianco. Marzio ritrovò la parola e mugolò qualcosa, soffocato dalla maglietta da lavoro di papà. 

«Cosa?» chiese il padre, staccandolo da lui e afferrandogli il viso. 

«È arrivata?» chiese Marzio, guardandosi attorno, come ritrovandosi in un posto nuovo e lontano.

L’uomo sciolse le braccia intorno alle spalle di Marzio e si allontanò. 

«Cosa è arrivata, Marzio?»

«La Danza della Pioggia. È già successa? Sono… sono stato io?» 

L’uomo si guardò intorno spaesato. La gioia di aver ritrovato il figlio si dissolse, lasciando soltanto un’espressione di debole e rassegnata confusione.

«Io… io non lo so» gli rispose, mortificato. 

Marzio si aggrappò alle spalle di papà e si guardò intorno, girando la testa disperato alla ricerca dei  segni di distruzione e cambiamento. Il parchetto era ancora quello. Niente sembrava averlo toccato a parte una pioggia innocua e non quella che s’immaginava. 

Le labbra di Marzio si torsero disperate. 

«Ma ho fatto…. Ho fatto tutto… Ho aspettato il fulmine, avevo la croce… »

«Torniamo a casa» disse il padre avvolgendolo nel bomber verde del lavoro.  

Il padre prese il corpo infreddolito del figlio tra le braccia e si avviarono verso il camioncino rosso della ditta, ancora in moto ai margini del parco. 

Marzio sollevò la testa oltre le spalle del padre a guardare le minuscole luci che illuminavano le case e che strisciavano lungo le strade. La vita andava avanti indisturbata, come volendogli fare un affronto e nel loro tremolio, al ritmo di  quello delle stelle sopra di loro, sembravano agitarsi in una nuova danza di scherno per aver abboccato, per l’ennesima volta, a un’altra promessa non mantenuta. 

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