(Tie-In #1) ”Proiettili, Amore e Compassione: Intervista a Michele Pichelli”

”Animal Man # 26 di Grant Morrison & Chas Truog”

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”La Danza Della Pioggia” – Tie-In #1 (leggi Online)

(Settembre 1990)

« Se ci pensi davvero, non esistono fumetti che siano nati dalla gioia. È ha senso così. I fumetti non sono un medium per persone felici.» Pichelli sorride soddisfatto e accavalla le gambe. I pantaloni di pelle nera scricchiolano come i guanti di un serial killer. Si passa una mano sul ciuffo bluastro, sbuffa, infila un dito sotto la lente degli occhiali da sole per massaggiarsi un occhio e si prende una pausa. Medita o forse dà il tempo alla sua frase di apertura di depositarsi così da lasciarmi un minimo margine per contraddirlo, ma decido di stare al gioco e aspetto. 

« Capitan America non è nato in tempi di pace. Nemmeno Superman. Che senso avrebbe scrivere o leggere di un eroe che indossa uno stemma che significa ‘’Speranza’’ se già ce l’hai? E non parliamo di Dylan Dog… »

« E da dove arrivano i tuoi fumetti? » gli chiedo.

Pichelli si piega in avanti. Si pinza il mento e appoggia il gomito sul ginocchio sobbalzante. La sua gamba balla talmente tanto che il resto dei clienti – manager, broker e consulenti dai capelli impomatati e abiti cuciti su misura che concludono o recedono contratti milionari – lo guardano di lato, probabilmente convinti  che sia uno di quei giovani tossici in crisi di astinenza. 

«È un fumetto, no?» alza la testa e mi mostra un sorriso furbo e amichevole allo stesso tempo. «Non viene da un posto felice.»

Michele Pichelli non si trova ancora al centro del mondo, ma sicuramente ha imboccato la strada giusta.

Sono bastati appena un paio di raccolte de La Stagione delle Piogge perché il suo nome cominciasse a comparire nelle riviste di settore (e non) nazionali e internazionali, condividendo stretti paragrafi con nomi che normalmente intimidirebbero chiunque decida di prendere una matita in mano: Sclavi, Pazienza, Tamburini, Moore, Pratt…

Il Santo, protagonista de La Stagione delle Piogge entrato di diritto tra le file di quei personaggi che, uscendo dall’universo circoscritto della vignetta, hanno scosso la cultura popolare infettando come un virus l’immaginazione collettiva delle persone: pensate a Tex, Dylan Dog, Batman, Superman, Flash, tutti personaggi che conoscete pur non avendone letto nemmeno una pagina. 

Avrete sicuramente visto la figura di questo prete-mercenario fare capolino tra gli scaffali delle edicole, stampata sui poster promozionali appesi ai muri delle librerie, invadere gli schermi dei vostri televisori o le conversazioni casuali con i vostri amici o colleghi.

La Stagione delle Piogge è ambientata in un 2020 alternativo, dove le macchine, invece di volare tra grattacieli di vetro dalle architetture complesse e cartelloni pubblicitari al neon, marciscono tra le nuvole di sabbia come le carcasse dei coyote nel deserto. La siccità ha trasformato il nostro pianeta in una palla di terra arida in attesa del primo colpo di vento per sgretolarsi e perdersi nel freddo e silenzioso vuoto dell’universo.  In questa terra martoriata, Il Santo è un ex-prete che, pur con la propria fede ancora intatta, decide di ritirarsi in una fattoria ai margini del deserto con la moglie Vera e le sue due bambine. Tutto sembra proseguire serenamente ma quando una banda di mercenari-mutanti in cerca di viveri e scorte d’acqua da poter razziare invade la fattoria, uccidendo la famiglia del prete nel percorso. L’uomo, ridotto in fin di vita, vaga nel deserto nel completo delirio, rinnegando il Dio che gli ha voltato le spalle dopo una vita intera passata a diffondere il suo verbo finché, una notte, da un cielo sereno e puntellato di stelle, un fulmine non si abbatte sull’uomo, attraversando il crocifisso che porta legato al collo. 

Il prete si risveglia in mezzo al deserto, a chilometri dalla fattoria, ma la sua vita non sarà più la stessa. Da qui in avanti, il suo corpo è ridotto a un mero strumento attraverso cui La Voce, un’entità sovrannaturale che può e non può essere una manifestazione divina, riporterà la giustizia tra gli uomini, guidandoli verso un evento totalizzante chiamata ‘’La Danza della Pioggia’’. 

Solo dopo che la terra verrà ripulita dalla Pioggia, il corpo del prete potrà riposare e la sua anima riunirsi con la sua famiglia. 

Dietro questa trama ripetuta e ripetuta fino al suo esaurimento, si nascondono tematiche che raramente ho visto affrontate nella letteratura fumettistica commerciale: cenni di filosofia orientale, determinismo, la fame capitalistica dell’occidente e le sue ripercussioni sull’ambiente e la società. Leggere La Stagione vuol dire intraprendere un viaggio tra le paranoie di Pynchon, l’esistenzialismo di Camus, il citazionismo e la poetica macabra alla Dylan Dog e la feroce critica alla società di Romero e Carpenter, il tutto rappresentato da un tratto di matita selvaggio e contorto alla Frank Miller atto a rappresentare l’umanità dietro una lente distorta, riducendo i corpi dei suoi personaggi in grovigli contorti di rabbia e disperazione. 

***

Ci incontriamo nella lussuosissima lobby di un hotel nel centro di Milano. Pichelli, – che per l’occasione ha deciso di indossare pantaloni di pelle nera, stivali da montagna e una sottile camicia leopardata,  – appare  visibilmente a disagio mescolato in mezzo a una fetta di umanità che non gli appartiene e che, probabilmente, non sarebbe molto impressionata dal conoscere la sua occupazione.

  Corre verso di me. Mi stringe la mano in fretta e furia e mi spinge verso l’angolo della hall accanto alla sala ristoro. 

«Non ho prenotato, ma questo per adesso lo sappiamo solo io e te» mi dice sottovoce. «Ho detto alla reception di telefonare a quelli della casa editrice per ‘’chiarire l’equivoco’’. Tra mezz’ora dovrebbero capire che io e te qui dentro non c’entriamo un cazzo. Spero che tu abbia le domanda già pronte.» 

Gli dico che possiamo fermarci in qualunque altro bar, anche su una panchina al parco, ma Pichelli mi rifila  pacca sulla schiena e si limita a dire: 

«La vita è troppo breve per non darsela a gambe.» 

Ci sediamo su due poltroncine di pelle marrone, separati da un tavolino tondo di legno su cui mancherebbero giusto due bicchieri scintillanti di costosissimo whiskey. 

« Potrai pensare che mi piace questa situazione, » dice, indicando la lobby con le dita. « Non questo posto, ma tutto quello che mi sta succedendo, in generale. Quando ho deciso di iniziare a scrivere ero terrorizzato, ma c’era di buono che nessuno si aspettava un bel niente da me. Potevo iniziare e abbandonare quando mi pareva, senza dire niente a nessuno e mantenere la dignità intatta. Adesso questa cosa non vale più. Vi ho lasciato la mia dignità come si lascia una caparra a un agenzia. Sono intrappola. Ma non tornerei indietro. Rifarei tutto da capo, compreso il patto col diavolo. »

Guardo l’orologio. Sono passati dieci minuti. Ce ne restano ancora venti prima che la direzione dell’hotel ci scopra. Decido di passare oltre e di non approfondire la questione del ‘’patto col diavolo’’, ma non prima che Pichelli mi faccia un’ultima richiesta:

« Per favore, quando scrivi l’articolo, potresti evitare di mettere quella stronzata dello ‘’scrittore-rockstar’’? Mi vien voglia di sfasciare il giradischi ogni volta che lo leggo… »

Allora, Michele, sicuramente non sono il primo a chiederti che cosa significa ‘’Il cielo sanguina con me’’, non è vero?

(Ride) No, e sono due anni che me lo chiedo pure io. Un sacco di gente ha interiorizzato quella frase e mi hanno dato la loro interpretazione sul cosa voglia dire. Immagino che a questo punto voglia dire un po’ tutto e niente. Ormai riguarda più i miei lettori che me, direttamente.

Una parte di me non lo vuole sapere cosa vuol dire per te o per qualcun altro. Mi sentirei un po’ derubato a sentirne un’altra versione. 

È la magia dello storytelling, no? Non esiste un’unica storia, ma centinaia di versioni rivisitate e aumentate della stessa storia, riscritte nella mente di ogni lettore. Non è più la mia storia, è la vostra e continuerà a vivere e a trasformarsi. 

Quindi possiamo dire che non c’è un messaggio o un tema preciso che vuoi veicolare con La Stagione delle Piogge. 

(Pichelli accavalla di nuovo le gambe e ci pensa, continuando a guardarsi attorno, pronto a fuggire alla prima vista del concierge) Se esiste…  sì, forse sì, ma come ti ho detto, quando esce da me è la luce bianca che attraversa il prisma, nient’altro. Assume tanti significati quanto sono le persone che lo leggono e accettano di fare il viaggio con me. Possiamo parlare della stessa cosa, ma l’esperienza che ho avuto io è diversa dalla tua e può essere che la storia risuoni molto di più con te che con me. Idealmente, ognuno porta con sé una versione diversa della storia e continuerà così, in circolo. Ed è perfetto. La Stagione delle Piogge vivrà in eterno, io no, ma avrò creato qualcosa di immortale. Quello che stiamo facendo io e i miei lettori è pura stregoneria. 

Vuoi dire come una specie di culto?

Non è una cosa che mi sono inventato io (Pichelli si imbarazza e comincia a grattarsi la tempia con l’indice). Le parole sono come incantesimi, giusto? Combinando in maniera corretta certe parole, evoco immagini e sensazioni riusciamo a creare intere vastità di pianeti e universi. La Stagione delle Piogge è un lungo incantesimo di massa che rievoca migliaia di universi paralleli, più o meno speculari tra loro. 

E in questa maniera, con decine di centinaia di versioni in giro per il mondo, non hai paura di perdere il controllo della storia, in qualche maniera? 

 La Stagione delle Piogge parla di perdersi, non di trovare la strada. Se la storia, una volta in mano ai miei lettori, sfugge al mio controllo, allora vuol dire che il mio lavoro ha centrato il segno che volevo centrare. 

Ci sono certe associazioni di genitori e giornalisti che non sarebbero troppo contenti a sentire un’uscita del genere, soprattutto per quello che riguarda la violenza ne La Stagione delle Piogge. Potrebbero vederlo come un lavarsene le mani da parte tua. 

Non c’è nessuna scusa. La violenza che racconto nella Stagione delle Piogge non è diversa da tante altre che puoi vedere al cinema o in altri fumetti. È grottesca, praticamente un cartone animato, ma quello che c’è dietro a ogni goccia di sangue è reale, qualcosa con cui dobbiamo convivere tutti i giorni, per quanto ci impegniamo a distogliere lo sguardo. Il lavoro di un autore non è di proteggere il lettore, ma di prenderlo per i capelli, torcergli il collo e spalancargli a forza le palpebre per costringerlo a guardare tutto quello che la cultura di massa ci nega. C’è qualcosa di sublime nel lurido. Qualcosa che vuole parlare con noi. 

Vero, la posizione di questi giornalisti e genitori è che le menti dei giovani sono più fertili, sensibili e suscettibili rispetto a quelle dei loro genitori e dei loro nonni. 

Più danneggiate, vorranno dire. Capisco dove vuoi arrivare, ho letto di certi ‘’episodi’’ dove hanno scoperto di certi ragazzi leggevano La Stagione delle Piogge dopo aver fatto… quello che hanno fatto. Nemmeno hanno mai detto di essersi ispirati al fumetto, hanno solo trovato i volumi nelle loro camerette e tutti hanno tratto la conclusione che volevano. Serve un capro espiatorio, lo capisco, ma la responsabilità non è mia, dovrebbe essere dei genitori. Immagino sia più facile puntare il dito contro qualcuno come me che stare accanto ai propri figli e ascoltare quello che hanno da dirgli. Non posso fare da papà per chiunque legga le mie storie, non è una responsabilità che mi posso prendere. I ragazzi sono sempre più alienati, isolati, depressi. La Stagione delle piogge è intrattenimento. Puro Escapismo. Mi piacerebbe dare loro un posto dove stare, dove potersi sentire al sicuro come mi sentivo io quando leggevo storie chiuso nella mia camera. Non dico ai miei lettori cosa dovrebbero fare, gli dico: ‘’ci sono passato anch’io, so come ti senti. È dura ma ne possiamo uscire’’. 

Il mondo non dovrebbe chiedersi: ‘’Perché questa violenza?’’, ma: ‘’Da dove viene questa violenza?’’

Ti identifichi con alcuni di questi ragazzi?

Certo. (A questo punto, Pichelli si fa più pensoso. Passano almeno un paio di minuti prima che ricominci a parlare). Ero un ragazzino  strano. Mi sentivo diverso. Mi sentivo solo. Se c’è una ragione che mi ha portato a scrivere la Stagione delle Piogge è quella di liberare quella violenza che maturava dentro di me e inserirla in un contesto dove potesse essere più produttiva e, spero, anche darle un senso. Vorrei che tutti potessero vederla così, che tra il sangue e i proiettili riescano a leggere un desiderio primitivo di amore e di compassione. A nessuno importa dell’amore in tempi di pace. Capisci quanto ti manca qualcosa solo quando la perdi, no?

***

A questo punto, veniamo beccati. Il concierge, una specie di incrocio tra Frankenstein e il Conte Dracula, si avvicina lievitando verso di noi. Pichelli mi fa segno di alzarci e scappiamo. 

Corriamo per il marciapiede come due che hanno appena scippato una vecchietta e Pichelli se la ride  sguaiato sotto gli sguardi disgustati della Milano che conta e che fattura. 

Decido di finire l’intervista e di fare una passeggiata con lui e parlare del più e del meno come vecchi amici. Parliamo di cani e di cibi spazzatura, di musica punk e di cantautori italiani. Sembra avere un’opinione su ogni cosa, anche se è sempre espressa timidamente, quasi in un sussurro, come se ogni parola avesse il peso di una prova schiacciante che prima o poi verrà usata contro di lui. Mi prometto di non riportare niente di quello che ci siamo detti usciti dall’hotel, a parte per una sola domanda che gli rivolgo prima di salutarci. 

Se un giorno incontrassi uno di questi ragazzi tristi e violenti di cui parlano i giornali, uno dei tuoi ammiratori, che cosa gli diresti?

(Pichelli ci riflette di nuovo. Si muove leggero, con gli occhi spalancati come in trance). Gli direi che andrà tutto bene.

Un pensiero riguardo “(Tie-In #1) ”Proiettili, Amore e Compassione: Intervista a Michele Pichelli”

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