# 5 – Respira (pt. 1 di 2)

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Danza Della Pioggia #5 – Respira (pt. 1 di 2) – Leggi Online

«E adesso, respira».

Pichelli schiuse leggermente le labbra e fece fluire l’aria fuori dalla bocca. Le spalle iniziarono ad abbassarsi dolcemente, il petto si sgonfiò e, come promesso dalla voce registrata, ebbe immediatamente la sensazione di scivolare lontano dal camerino dello studio televisivo, sprofondando giù verso un vuoto morbido e tiepido

Cominciava a sentirsi leggero e pesante allo stesso tempo, come fluttuando da un estremo all’altro di una gigantesca calamita. La forza di gravità lo trascinava via, mentre i muscoli si fondevano alle note ronzanti del sitar sintetico che friggeva le casse dei suoi vecchi auricolari.

«La meditazione di oggi si concentrerà sulla nostra immaginazione» diceva la voce dolce e paziente della registrazione.

Pichelli stava seduto sulla poltrona bianca del camerino, apparentemente immobile, con le mani lunghe e nodose dolcemente posate sulle ginocchia e le piante dei piedi immerse nel soffice tappetino grigio. L’unica cosa a muoversi era il petto che si gonfiava e sgonfiava con un movimento impercettibile a malapena suggerito dalle pieghe della camicia.

Era quasi pronto per la presentazione: pantaloni di jeans, camicia di lino bianca poggiato come il lenzuolo di un fantasma sul corpo lungo e scheletrico. I capelli neri, leggermente bianchi intorno alle tempie e sul ciuffo erano già lucidi di gel, pettinati su un lato. Le guance, sempre mal rasate, stavano cominciando a farsi scavate e vuote, con il viso lungo e gli occhi grigi circondati da occhiaie scure. Era diventato il fantasma di sé stesso, letteralmente. Il corpo aveva cominciato a disfarsi con vent’anni di ritardo rispetto all’anima.

Quando la voce dell’applicazione gli diceva di concentrarsi sulla sensazione delle piante dei piedi contro il pavimento, Pichelli ritraeva le dita dei piedi a pugno, assorbendo la ruvidità del tappetino. Quando, invece, gli diceva di non respingere i suoni esterni o qualunque altra forma di distrazione, quello che accoglieva nello spazio vuoto appena creato nella sua testa era il suono del calpestio di scarpe e scarponi sul linoleum, dalle bestemmie dei tecnici che rimbombavano nel corridoio e dal furioso ronzio della ventola del portatile appoggiato sul tavolino di plastica davanti a lui.

«L’immaginazione è un dono che ci permette di concepire persone o situazioni che non si sono ancora avverate».

Si sforzava di non muoversi e di mantenere un respiro regolare, nonostante spesso gli capitasse di doversi affrettare per trovarsi in perfetto sincrono con le istruzioni impartite dalla voce, rischiando di andare in iperventilazione

«L’immaginazione può essere usata a nostro vantaggio o a nostro svantaggio» continuò la voce dell’app. «L’immaginazione è un bellissimo dono da avere. E per quanto spesso possa essere usato per il male, può essere usato allo stesso modo per il bene».

Pichelli allungò una mano invisibile nelle acque scure e immobili in fondo al pozzo buio della sua immaginazione. Strizzò gli occhi, mentre la mano andava sempre più in profondità, alla ricerca di qualcosa… qualunque cosa. Cercava senza ambizione sia nel bene che nel male. Aveva smesso di illudersi di trovare perle o pepite in fondo di quell’acqua torbida: nuove direzioni e sottotrame, particolari rivelazioni improvvise dietro le azioni apparentemente inspiegabili dei suoi personaggi a cui poteva a dare un nuovo senso e un nuovo suono. Per dov’era arrivato, rinchiuso immerso nel profumo di lavanda dei deodoranti per ambienti da discount, si sarebbe accontentato di trovare qualche sassolino tra la sabbia depositata tra le linee della mano lessata dall’acqua. Ma, ormai, la sua non era diventata né più né meno di una disperata ricerca di monetine nel fondo di un cesso. Solo sa la sua merda riusciva a racimolare, nemmeno quella di qualcun altro.

«L’immaginazione è concentrarsi su quello che ti fa sentire bene, quello che ti fa sentire completo e il riflesso della bontà che vuoi donare al mondo».

Non che avesse mai avuto davvero nulla di buono da donare al mondo: soltanto fango e sassi, denti insanguinanti che sprofondavano nella sabbia e riflessi cromati di pistole lunghe e pesanti. La gente lo amava e con quell’amore poteva andare avanti verso prospettive che non includevano il terrore di ritrovarsi a non poter più pagare le bollette o chiedersi che tipo di istruzione sarebbe riuscito a finanziare per Diana.

«Quando fai uso della tua immaginazione» disse la voce. «Concentrati su queste domande: Cosa mi fa stare bene? Cosa mi fa stare bene con gli altri?»

Pichelli strizzò gli occhi e si mise a cercare. Trovava solo quelle acque nere e torbide dove si aspettava di vedere il riflesso di Diana, increspato dall’acqua. Ma quello che vedeva era solo una macchia olivastra, che aveva appena le sembianze di una creatura umana. Pichelli allungò la mano, e…

Bussarono alla porta.

«Cinque minuti…»

Si levò le cuffie dalle orecchie e le appoggiò accanto al computer, mentre il suono inscatolato e metallico della voce britannica e del sitar continuavano a sciorinare istruzioni e idealizzate visioni del mondo dagli auricolari.

Trovò sulle mani chiuse in due pugni tremanti sopra le ginocchia. Strinse le dita, cercando di placarne il tremore, ma a ogni tentativo, sentiva gli occhi gonfiarsi di lacrime e la gola mozzarsi.

«Sì, ci sono» rispose con la voce come indolenzita da ore di sonno.

Guardò il foglio Word sullo schermo del computer: bianco, a parte per il cursore pulsante, ancora in attesa di istruzioni. Sospirò languido, chiudendo gli occhi. Si piegò sulla schiena e si raddrizzò, cercando sollievo dal dolore, e s’incamminò verso la porta.

Il caldo nello studio si era già fatto insopportabile.

Al primo contatto del fascio dei fari sul collo, sentì subito la camicia appiccicarsi alle scapole e più si costringeva ad ignorare quella fastidiosa reazione del suo corpo alla luce, più questo sembrava rispondere fisiologicamente facendo traspirare altro sudore in parti in cui non sapeva nemmeno di poter sudare.

La presentazione del libro si teneva nel minuscolo studio di un’emittente locale, con Pichelli e il moderatore intrappolati tra due sottili pannelli di cartapesta color crema. Incastrato su ciascun pannello c’erano due schermi al plasma su cui passava la copertina del nuovo romanzo, a volte comparendo e scomparendo in decine di granuli virtuali, altre volte volando e rimbalzando tra gli angoli dello schermo come l’immagine di un vecchio salvaschermo.

Il programma non aveva nome, era solo ’’il momento culturale’’ della piccola emittente milanese che il suo agente aveva contattato mesi prima.

Alla domanda di Pichelli: «E a che ora lo trasmettono?» gran parte dello staff rispondeva piegando le labbra, sbuffando, facendo spallucce o semplicemente andandosene.

Pichelli faceva il possibile per non girarsi verso gli schermi: farlo avrebbe soltanto aumentato la sudorazione. Odiava la resa grafica di quegli schermi quasi quanto quella copertina che non aveva fatto in tempo ad approvare: un’enorme mano nera su uno sfondo bianco dietro cui si stagliava minuscola l’ombra di un bambino. Il titolo del libro, La Mano, era scritto in rosso con un carattere che imitava il tratto dei pastelli a cera. Una soluzione un po’ tanto pigra quanto kitsch, soprattutto quando tutta quella resa grafica non c’entrava un bel niente con il romanzo.

Sulla cinquantina di sedie disposte davanti a loro, solo una decina erano occupate da quelle che sembravano persone di passaggio, elettricisti e tecnici dello studio, sparpagliati così da dare l’illusione di un pubblico.

L’ansia non era una cosa nuova per Pichelli. C’era sempre stata, sin dai tempi delle fiere del fumetto, delle presentazioni dei nuovi volumi de La Stagione delle Piogge che andavano tutto esaurito in poche ore. Tempi diversi, ma azzoppati dalla stessa debilitante paralisi. La sola differenza, era che prima delle app per la meditazione, prima delle gocce di Xanax da 500 nel mezzo bicchiere d’acqua, quello che bastava al giovane Pichelli era ripetersi una semplice, brevissima frase:

«Sono qui per te. Aspettano te. Vogliono solo te. Fagli un regalo».

Ed era vero.

Pichelli era la ragione per cui le fiere facevano il pienone nelle giornate in cui presenziava. Buona parte dei suoi fan non pretendeva molto se non di vedere Pichelli in carne ed ossa, vederlo condividere il loro stesso piano di realtà, respirare, sudare, balbettare e tremare esattamente come loro. Pichelli donava una certa speranza ai suoi ammiratori: non parlava la lingua delle divinità, come loro. Chiunque sarebbe potuto diventare Michele Pichelli. Chiunque, potenzialmente, avrebbe potuto scrivere una Stagione delle Piogge se solo si fossero sbattuti tanto quanto aveva fatto lui, se avessero avuto il coraggio di levarsi le bende e infilare il loro dito lungo e sporco nella ferita. A volte, a metà di uno dei suoi attacchi di logorrea, – spesso scatenato dai suoi piani per il futuro del Santo e quella dannata ‘’Danza della Pioggia’’ , – alzava gli occhi verso il pubblico e trovava centinaia di altri occhi simili ai suoi, luccicanti di un’ammirazione e di una curiosità che non vedeva mai nei suoi riflessi nello specchio.

Trent’anni dopo, con i fari incandescenti dello studio televisivo puntati su di lui, Pichelli alzava gli occhi vedeva e trovava qualche decina di occhi che lo fissavano alla ricerca di qualunque indizio che gli facesse capire chi fosse, che cosa avesse tanto di speciale quel cinquantenne deperito seduto tra i pannelli dello studio.

Il presentatore, un giovane dottorando in letteratura con una barbetta castana e rada e un pesante maglione marrone nonostante il mese di agosto, presentò l’ultimo libro dell’autore: un romanzo di formazione su un ragazzo di origini ebraiche che si unisce a un gruppo di neo-nazisti di una piccola provincia lombarda.

«Quindi cos’è questa ‘Mano’’?» iniziò il moderatore, parlando con una voce flebile, gentile, quasi sussurrata. Gesticolava, disegnando linee con le dita o afferrando frutti immaginari nell’aria. Teneva gli occhi fissi sulle punte degli stivali marroni, come se Pichelli non fosse lì con lui, come se quel palco fosse stato allestito solo per le sue divagazioni ad alta voce. «Un’idea, un segno….»

Pichelli riempì i polmoni ed espirò, ma le spalle non sembravano volersi rilassare. Non c’era il suono dei sitar e nemmeno la voce britannica a dirgli cosa doveva o non doveva fare per evitare un possibile attacco di panico.

Chiuse gli occhi, per un breve istante. Quando gli riaprì, il silenzio dello studio lo aveva già sommerso già da almeno un paio di minuti. Il moderatore lo guardava paziente, facendo dondolare dolcemente la gamba accavallata sull’altra, piegandosi verso il backstage in cerca di aiuto. Il pubblico davanti a lui continuava a fissarlo, inerte e annoiato. Poteva sentire nitidamente il fruscio dei vestiti e gli scricchiolii delle sedie di plastica arrivare amplificati fino a lui.

«Sì. Ciao a tutti…» disse, sporgendosi in avanti. «Qual… qual era la domanda?» chiese ridacchiando e girandosi verso il pubblico, in cerca di un’occhiata d’intesa.

«Pensavamo potesse spiegarci meglio che cosa fosse questa ‘’Mano’’ che, come ho detto, afferra tutto: la copertina del libro, il lettore, un’idea di innocenza, di un futuro…»

«L’idea, sì… be’, La Mano non vuole proprio essere una metafora. Nel senso, lui la usa, spesso, per fare il saluto…» alzò la mano destra e la bloccò, impedendosi di imitare un gesto sfortunato in diretta televisiva. «Ma… ma forse sì, può anche essere una metafora se volete. Sì… »

Sentiva la voce acuta e stridula grattargli la gola. Si era allenato tutta la mattina con gli esercizi di respirazione, provando risposte ipotetiche davanti allo specchio, mantenendo il diaframma ben teso per evitare i soliti picchi acuti della voce. In quell’istante, non si sentiva nemmeno troppo sicuro del nome del suo protagonista.

«Non sono io a decidere cosa è o cosa non è quella mano» continuò. «Non ho davvero il controllo su queste cose. Nel momento in cui finisco di correggere l’ultima bozza e il manoscritto va in stampa, la storia non è più mia, è vostra» e tese le mani verso la decina di teste che lo fissava. «Per cui, se volete che la mano sia una metafora, è una metafora, va bene. Volete che sia solo una mano? Allora, è solo una mano, ecco».

Pichelli proseguì, sciorinando al pubblico la genesi del suo romanzo, di come fosse nato il personaggio di Lorenzo, delle esperienze personali e quelle esterne che lo avevano colpito e che erano andati a confluire nelle esperienze formative protagonista.

«Non che la senta come una biografia mia o di chissà chi» disse, sentendo di anticipare una possibile domanda. «Parlo solo di quello che mi sta a cuore e, man mano che avanza la stesura, questa diventa una parte di me».

Sviscerò l’iniziale titubanza di parlare di un argomento come il neo-fascismo, non tanto per la pesantezza del tema ma perché: «A volte non mi sento abbastanza intelligente per parlare di certe cose. Anzi, senza ’’a volte’’» la sua risata riecheggiò nella stanza, riducendosi a un flebile eco nel vuoto.

Poi, ritornò al suo discorso:

«In ogni caso, pur condividendo l’idea più popolare che si ha del fascismo…» i suoi occhi si fermarono su due persone in particolare, sedute sulle ultime due sedie a destra dell’ultima fila. Due uomini che nascondevano i corpi secchi e pallidi sotto i bomber verdi, con le teste rasate coperte da due berretti ufficiali de La Stagione delle Piogge. Lo guardavano ridacchiando con le braccia incrociate.

Pichelli s’interruppe, immobilizzato con le mani a mezz’aria.

«Ma… c-come ho detto» continuò, cercando di ricomporsi. «Non riesco a parlare di cose che non conosco e… e il fascismo è una di quelle cose».

«Vuole dire che non conosce il fascismo?» chiese il moderatore.

Pichelli lo guardò sgranando gli occhi.

«C-Certo che… no, conosco il fascismo. Lo conosco.»

«Perché ne parla nel suo libro…»

«Sì, ma, non è proprio un’analisi storica o sociologica, ecco. Non voglio dire niente di nuovo sul fascismo. Se volete approfondire il fascismo, non dovreste leggere il mio libro.»

Gli occhi di Pichelli si spostarono sul suo agente dietro le quinte: un uomo grande e grosso con la testa rasata costantemente imperlata di sudore che, in quel momento, sentendo il suo cliente sconsigliare ad almeno una ventina di potenziali lettori (tra pubblico in studio e sintonizzato) di non leggere il suo ultimo libro, si copriva gli occhi con la mano paffuta e stringendo i denti da cui probabilmente stava probabilmente sibilando una bestemmia.

Il moderatore rimase a girare sulla poltrona, facendo schizzare gli occhi tra Pichelli e il pubblico. Poi, dopo una frenata decisa, scavallò lo gambe e con una voce che fremeva di una eccitazione fin troppo costruita, disse: «Allora, direi che possiamo dare spazio alle domande».

La proposta venne accolta con qualche mugolio, seguito da qualche colpo di tosse. Pichelli rimase a guardare verso la ’’platea’’ con un sorriso fisso e immobile, troppo fisso e immobile perché potesse apparire davvero sereno.

Una mano si levò. Una signora con i capelli tinti di rame fino alle radici bianche e un enorme collana di perle. Si alzò a fatica, in equilibrio precario sui fianchi larghi. Aggiustandosi gli occhiali dalla montatura spessa e dorata, chiese, con un forte accento russo:

«Perché suo fratello non fa pace con Russia?»

Pichelli e il moderatore rimasero a fissare la donna, perplessi.

«Io…»

«Donato Carrisi sarà ospite la settimana prossima, signora» si affrettò a dire il moderatore, rischiando quasi di rompersi il naso col microfono.

«Oh» rispose la donna, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi.

«Non credo nemmeno siano fratelli» sussurrò Pichelli.

La donna fece spallucce, si girò e se ne andò. Pichelli e il moderatore la seguirono in silenzio mentre attraversava le sedie vuote fino all’uscita.

«Va bene» riprese il moderatore, con un sorriso forzato. «Il prossimo?»

Si alzò un uomo sulla trentina: magro, occhiali e capelli rasati.

«Buonasera. Ha descritto quella del protagonista Niccolò…»

«Lorenzo» lo corresse Michele.

«Lorenzo… come la storia di un ragazzo che alla fine smetterà di respingere il male che è dentro di sé per venirci poi a patti».

Pichelli sorrise e si sporse in avanti.

«Sì, esatto».

«Ok, va bene» rispose l’uomo, sorridendo soddisfatto e tornando a sedersi.

Poi si alzo un ragazzo. Capelli lunghi, ricci e neri che ricadevano sulla maglietta con incisi i caratteri incomprensibili di quella che doveva essere una sconosciuta band black metal.

«La mano è la continuazione di un discorso iniziato con La Stagione delle Piogge?» chiese con la voce profonda e nasale.

Il sorriso di Pichelli scemò.

«No, quella… quella è un’altra storia».

«Ma la struttura, l’arco del personaggio…»

«No, non credo, no. Non c’entrano niente».

«Anche nei due libri precedenti si possono intuire passaggi e scene che ricordano La Stagione…»

«La Stagione delle Piogge è un’altra storia» la voce di Pichelli si fece improvvisamente stridula, con l’eco dell’ultima vocale che sembrava rendere il silenzio nella saletta ancora più immobile.

Il ragazzo si sedette, facendo spallucce e incrociò le braccia.

«Ci sono altre domande?» chiese il moderatore, sorridendo imbarazzato verso il pubblico.

Un silenzio gelido prevalse sul caldo soffocante dei fari. Un crampo allo stomaco fece piegare Pichelli in due. Lo studio cominciò oscillare, come vorticando sulla punta di un ago. Gonfiò le guance e si premette una mano contro la bocca.

Si alzò in piedi e corse via, sparendo dietro i pannelli dello studio, trascinando con sé il microfono ancora legato ai pantaloni.

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