Reda Wahbi – La Danza Della Pioggia, Parte I: Sacramento (Capitoli 0 – 9)

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Dopo una lunga pausa, io e ”La Danza della Pioggia” abbiamo deciso di prenderci una pausa di riflessioni, giusto il tempo di mandare avanti un altro paio di lavori e decidere se la strada che ho preso per la storia o quella giusta.

In ogni caso, dato tutto il tempo che ci ho passato, lascio in download la prima parte completa che si può definire una bozza, o una specie di ”prova” che comunque contiene una parte delle idee che dovrebbero formare la storia (con tutti gli orrori formali che ne comportano).

(E sì, colgo l’ironia di lasciare incompleta una storia che riguarda una storia incompleta, ma posso giurare che non c’entra con nessun espediente meta narrativo).

Se volete darmi qualche consiglio, opinione, chiedermi cosa diavolo voglia fare con la Danza della Pioggia o altro, scrivete a stagionedellepioggie@gmail.com, su instagram (https://www.instagram.com/stagionedellepiogge/) e su twitter (https://twitter.com/RedaWahbi)

A presto!

Reda

# 8 – Quattro Santi entrano in una libreria (pt. 2)

«Stronzate» tuonò Marzio, scattando in piedi. Si levò gli occhiali, con sdegno, mostrando alla sala le pupille che tremavano contro le iridi blu-ghiaccio.

«Questa non è la tua storia. È la mia che devi raccontare».

Pichelli rimase paralizzato. La bocca si torse e si chiuse, tremando di rabbia, umiliazione e disgusto.

«Questa è la mia vita».

«Signore,» il moderatore si sporse in avanti, tendendo una mano verso di lui, mostrando il suo sorriso gradevole. «Torni a sedersi, la prego.»

«Basta preghiere,» sussurrò Marzio.

Gli occhi di Pichelli schizzarono terrorizzati verso la webcam. La spia rossa lampeggiava, impaziente, trasmettendo da chilometri e chilometri la disapprovazione della Presidentessa.

«Non ho finito… » disse Pichelli, in direzione della camera. «Manca poco. Qualche riga.»

«Tu hai un debito» urlò, puntando un dito verso il pavimento, come un avvocato furioso durante un’arringa. Era così preso dal suo discorso da pensare che i visi impalliditi di Pichelli e del moderatore fossero il risultato delle sue parole e non quello deigò altri quattro Santi che si erano alzati in piedi, alle sue spalle (a parte per il Santo in carrozzina). Tutti e quattro si levarono gli occhiali, mostrando gli stessi occhi azzurri e gelidi. Mossero le labbra all’unisono, mimando le parole e i gesti di Marzio. Muovevano le labbra senza emettere un suono, come parlando con una sola, unica Voce. «Me l’hai promesso. Venticinque anni. Mi hai fatto una promessa. E adesso è un debito. ».

Il pugno di Pichelli tremava, forse per l’orrore o per la rabbia, al punto da non sentire la pagina del suo romanzo stritolarsi e stracciarsi tra le dita.

«Be’» disse, sempre cercando di mantenere una voce ferma. «Allora mettiti in coda».

La porta d’ingresso si spalancò in un’esplosione Il corpo della bodyguard comparì. Ondeggiava sulla suglia, premendosi la gola lacerata con entrambe le mani e con gli occhi fissi e rabbiosi in direzione di Marzio. L’uomo si mosse un passo in avanti, con le gambe rigide e tese, come prive di rotule. A ogni passo barcollante che compieva come un mostro di Frankenstein vestito a sera, il sangue schizzava tra le mani, insozzando libri e i preziosi trafiletti di giornale dedicati alla libreria.

Dalle file in fondo, i due nazi balzarono in piedi e indietreggiarono, con le mani pronte sopra le pistole infilate dietro la cintola. Anche i quattro Santi fecero un passo indietro, con il ragazzino scuro già col cellulare alla mano, riprendeva la lunga, sofferta avanzata della bodyguard.

Marzio lanciò un grugnito infastidito e sfilò la Desert Eagle dalla fondina sotto la tunica, senza suscitare sorpresa se non quella del moderatore e dei due nazi. Gli altri Santi si limitarono ad assistere alla scena, come osservando una reazione normale a un’azione straordinaria.

Il primo colpo andò a colpire la spalla, e così andò anche con il secondo colpo. Il terzo colpì l’uomo in pieno petto. La bodyguard sputò un lungo fiotto di sangue sul pavimento, ma non fu sufficiente a frenare la sua avanzata.

Nel frattempo, Pichelli strisciava sul pavimento: prima sul culo, agitando le gambe sul tappeto che continuava ad arrotolarsi sotto le ginocchia come in un cartone animato, poi a carponi, zigzagando tra le gambe del pubblico, finché due paia di mani non lo afferrarono e lo sollevarono da terra.

«Non puoi morire qui» gli disse uno dei Nazi all’orecchio, trascinandolo via.

Marzio continuava a sparare, mantenendo la posa solida ma rilassata che aveva imparato in anni di tiro al bersaglio. Con la coda dell’occhio, poteva vedere Pichelli, il suo dio, trascinato via dai due naziskin verso la porta. Imprecando a denti stretti, avanzò, continuando a sparare, finché non riuscì finalmente a colpire quel dannato gorilla dritto in mezzo agli occhi. La bodyguard rimase a fissare Marzio con sguardo inebetito, con un filo di bava pendente dal labbro inferiore. Incrociò gli occhi e, lanciando un lamento da cartone animato, crollò sulla schiena come un tronco d’albero. Una macchia di sangue scuro cominciò a spandersi pian piano sotto la testa di capelli impomatati, inzuppando le pagine dei libri d’arte e politica.

Marzio si girò, in cerca di Pichelli, ma trovò solo i quattro Santi, ancora in piedi e immobili, tutt’altro che impressionati da tutta la scena.

«Le senti anche tu, vero?» chiese la Santa con i capelli rossi e la gonna. «Le scariche?».

Ti ho mai detto di essere qualcosa che non eri…?

Marzio infilò la pistola nella fondina e attraversò la sala svelto verso l’uscita, lasciando gli altri Santi a seguirlo con lo sguardo mentre si dava all’inseguimento del suo creatore.

La Panda era ancora lì, con il portabagagli crivellato da pugni e calci spalancato come una bocca. Ispezionò i due lati della strada. Di Pichelli e dei due nazi non c’era traccia. La strada era ancora il deserto di qualche ora prima. Marzio crollò sulle ginocchia e urlò al cielo senza stelle. Le luci dei palazzi cominciarono ad accendersi, una dietro l’altra, come decine di candele attivatie da quel ruggito. Quando vide le ombre accalcarsi sui balconcini e le finestre, Marzio si alzò e camminò dondolando verso la macchina. Si buttò nell’abitacolo, infilò la chiave nel cruscotto, mise in moto e uscì dalla via, procedendo a passo d’uomo, senza sapere cosa ci fosse da perdere o da guadagnare.

(Tie-In #2) – La Mano, Capitolo tre

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LA MANO

Capitolo 3

Aveva trovato un rifugio nel boschetto che delimitava la strada, proprio dove i rami e il fogliame si attorcigliavano fino a cucire una tenda abbastanza spessa dietro cui nascondersi e scomparire. Quelle foglie e quei rami sapevano ogni cosa di Lorenzo, quasi quanto ne sapevano gli altri del paese.

Non era davvero il suo posto segreto, anche se gli piaceva pensare di sì. Non c’era niente che in quel paese potesse chiamare ‘’segreto’’ o ‘’suo’’, nemmeno quel pezzo di bosco. Sapeva in quali ore gli altri ragazzini entravano per arrampicarsi sugli alberi, sfogliare di nascosto le riviste a luci rosse rubate ai cugini o agli zii, radunarsi per fumare sigarette e bere birre che solo più avanti negli anni avrebbero scoperto essere analcoliche.

Ma la pioggia era venuta in suo soccorso e quegli altri ragazzi, quelli che adesso lo inseguivano sulle loro bici, non si sarebbero inzuppati per mettersi alla ricerca di ‘’uno come lui’’. Forse avrebbero aspettato un po’ sotto una tettoia del baretto in attesa che riprendesse la strada verso casa. ‘’Quelli come lui’’ non resistono a lungo sotto la pioggia e non stanno nascosti a lungo.

Il cielo era gonfio e grigio, attraversato da lampi simili a luminosi capillari spezzati. Piangeva come piangeva lui ma, a differenza di Lorenzo, non aveva nessuna remore nel far vibrare i tetti e le finestre del paese con rombi e lampi, costringendo gli abitanti del paese a terminare qualunque cosa stessero facendo o annullare ogni progetto per restare rinchiusi e soli tra le mura di casa.

Lorenzo aspettava, accucciato tra il fogliame con le ginocchia al mento. Piangere gli faceva male al viso. Le lacrime si accumulavano dietro agli occhi, premendo contro l’orbita nera e gonfia. Sentiva di poter stringere i denti fino a un certo punto, senza rischiare di far cadere quel molare che dondolava così pericolosamente.

Decise che non sarebbe uscito di lì neanche dopo che l’ultima goccia di pioggia sarebbe caduta prima del sole. Si sarebbe perso nel bosco. Avrebbe aspettato che i rampicanti lo ricoprissero e lo assorbissero in loro, sciolto e perso per sempre nel bosco.

Ma non avrebbe potuto piovere in eterno. Non c’era nient’altro che poteva impedire agli altri di tornare da lui, finire quello che avevano iniziato.

Aveva approfittato di un momento di indecisione, quando il vecchio giardiniere del comune aveva parcheggiato l’Ape ai margini della strada per chiedere che cosa stessero facendo. I tre erano rimasti immobilizzati dalla paura e Fabio, quello più grande, era rimasto fermo come una specie di statua greca, con il bastone a mezz’aria, quello che aveva promesso di infilargli su per il culo perché ‘’tanto ti piace, no?’’

In quel momento, Lorenzo si alzò di fretta i pantaloni e corse via con metà del culo al vento, senza guardarsi indietro, senza avere la certezza di avere una sola chance di sopravvivenza, finché non era arrivata la pioggia e aveva trovato il suo rifugio, nel suo posto.

L’eco dei rombi non aveva fatto in tempo a dissolversi che lo scricchiolare della catena di una bici arrivò strisciando rapido nell’aria. Lorenzo fece scattare la testa e passò in rassegna la strada deserta con gli occhi spalancati di un animale braccato.

Quando gli arrivarono alle orecchie il crepitio dei raggi e lo sfrigolio delle camere d’aria contro l’asfalto bagnato, Lorenzo, proprio come quell’animale braccato, scattò in piedi e sparì nel profondo buio del bosco.

Correva più veloce che poteva, tanto quanto il dolore gli poteva permettere, facendo attenzione a non inciampare sui rami o sull’erba bagnata.

Un suono di passi estranei che affondavano nell’erba lo inseguivano, rincorrendo i suoi, più vicini man mano che il terreno si faceva più scivoloso e ostile. Lorenzo continuò a correre finché non sentì i polmoni bruciargli fino alla gola. Sembrava che non ci fosse abbastanza bosco per potergli sfuggire. Alla fine scivolò, a pochi metri dal fossato dove intendeva nascondersi fino a che non sarebbe stato al sicuro.

I passi si fermarono alle sue spalle e cominciarono a camminargli intorno, circospetti.

Lorenzo chiuse gli occhi e rimase a tremare con il viso sprofondato nel fango.

«Riesci a girarti?» gli chiese una voce nuova, fredda e flebile, tesa in qualcosa che Lorenzo non sapeva distinguere tra l’autorità e insicurezza.

«Sennò ti lascio qui», disse la voce.

Lorenzo rimase immobile. Rimase solo un lungo silenzio. Non si sentiva nient’altro se non lo scoppiettio delle gocce sulle foglie.

Una mano lo afferrò per la spalla e lo fece voltare di forza. Il sole gli esplose in faccia come una fucilata improvvisa. Lorenzo si portò le mani al viso, tenendo gli occhi chiusi e le gambe strette e incrociate, stringendo i denti per non lasciar uscire la paura e la vergogna.

Adesso, non solo la faccia, ma anche i polmoni, le ginocchia e il resto del corpo facevano troppo male per piangere. Se si fosse lasciato andare solo a un lamento, la schiena gli si sarebbe spezzata in due.

Rimase in attesa del primo pugno, di un primo calcio o della prima bastonata che lo avrebbe colpito al costato, ma non arrivò niente, solo un profondo silenzio che sembrava allungare il tempo all’infinito.

Lorenzo schiuse l’occhio sano. Una lunga ombra si ergeva tra gli alberi. Il sole, nascosto tra le foglie e le punte degli alberi, spuntava dietro la sua testa come una specie di aureola.

Il ragazzo si piegò verso di lui. Lorenzo fece per strisciare indietro, affondando le mani nelle schegge dei tronchi e i rametti. Due occhi verdi e un ciuffo di capelli platino emersero dall’ombra che andava dissipandosi sul suo viso.

Il ragazzo-ombra dagli occhi verdi sembrava venire da un altro mondo. Lorenzo non poteva pensare nient’altro: non possedeva la nozione di viso angelico, non aveva abbastanza mezzi per paragonare il viso di quel ragazzo a qualunque altra cosa che non avesse visto o immaginato nei cartoni della mattina. Il ragazzo lo guardava con un’espressione vuota e piatta. Sembrava che nessun sentimento gli avesse mai sfiorato il viso, vergine da gioia, paura e rabbia.

Il ragazzo lo afferrò dolcemente per la testa, affondando il pollice nel livido che gli colorava lo zigomo. Quando Lorenzo fece per divincolarsi e strisciare via dal dolore, il ragazzo strinse la presa, continuando a osservare e accarezzare le ferite sul viso di Lorenzo: i graffi, il labbro spaccato, la palpebra destra che si gonfiava fino a somigliare allo spicchio di un mandarino. Poi, gli abbassò il labbro inferiore, scoprendo il buco nero tra l’incisivo e il molare, passando il polpastrello sullo spazio vuoto lasciato dal dente caduto. Osservava tutto con curiosità, come prendendo appunti dietro gli occhi fermi e vuoti.

«Sei scappato?» gli chiese il ragazzo.

Lorenzo fece sì con la testa, ancora ferma nella stretta del ragazzo.

«Perché?» gli chiese.

Lorenzo sentì le lacrime bruciargli negli occhi. Non più di paura, ma di rabbia.

Non rispose, limitandosi a guardarlo con sfida.

Il ragazzo rimase impassibile.

«Dove?» chiese.

«Al campetto», rispose Lorenzo. Il tremolio della bocca gli riaprì la ferita in mezzo alle labbra. Sangue nuovo e fresco cominciò a colargli sul mento.

Il ragazzo gli passò un dito sul labbro e raccolse una goccia di sangue e la esaminò. Poi, come se il sangue gli avesse parlato, fece un cenno affermativo con la testa e si alzò in piedi.

«Aspettami qui» disse e se ne andò, sparendo nel fogliame.

Lorenzo rimase per un’altra ora, senza sapere che cosa aspettare, se non quel ragazzo.

L’istinto e la ragione si misero di comune accordo, urlandogli di darsela e gambe dal bosco. Ma avevano entrambi torto, per Lorenzo. Fuori dal verde, non poteva aspirare a niente di meglio. Forse i ragazzi, in linea sulla strada, a cavallo delle bici che lo aspettavano il suo ritorno. Dopo ci sarebbero state le urla e le lacrime di apprensione di mamma, certe domande stupide come ‘’Perché te lo sei lasciato fare?’’, ‘’Perché non hai fatto niente?’’ e l’immagine di papà sul divano, a una stanza di fianco che non scollava gli occhi dalla televisione per la vergogna di avere un figlio che sapeva tutti in paese chiamavano ‘’l’effeminato’’, ‘’la ragazzina’’.

Un fruscio di foglie arrivò dal fondo del bosco. Lorenzo s’irrigidì, portandosi le ginocchia al petto, fino a sfiorarsi il collo.

La figura alta e snella del ragazzo-ombra riemerse dalle foglie. Adesso riusciva a vederlo per intero, con la sua felpa nera con le maniche abbassate fino al polso, i pantaloni militari e gli stivali neri, lunghi fino al ginocchio. Normalmente lo avrebbe intimidito un abbigliamento del genere, ma qualcosa sembrava finalmente passare attraverso gli occhi di quel ragazzo: una sensazione languida simile alla vergogna. Tra le dita lunghe, scintillanti di sangue fresco, teneva un sacchettino della spesa, apparentemente vuoto. Si fermò a un paio di metri e glielo lanciò. Lorenzo si allungò ad afferrarlo e si ritirò in fretta, tornando nella sua posizione.

Aprì il sacchetto e lo gettò via, urlando e strisciando indietro fino a quasi cadere nel ruscello. Decine di denti bianchi e ingialliti, incrostati di sangue, si sparsero per il terreno fangoso con un ticchettio sordo.

Il ragazzo-ombra rimase immobile a fissarlo e, con voce monocorde, gli disse:

«Prendine uno, prova se ti sta. Gli altri li tengo io, per quando cadono gli altri».

Non ne scelse nessuno. Anche se avesse seguito la parte più depravata di se stesso e avessi sostituito il suo pezzo mancante con uno dei loro, sapeva che non avrebbe potuto sopportare un solo minuto con un pezzo di quei teppisti che si mescolava alla sua carne.

Alla fine, portò comunque un dente con se, come una specie di amuleto, il primo ricordo di lui. Dopo quel giorno di pioggia, Lorenzo portò qualcos’altro con sé: il suono ovattato e secco dei denti che rotolavano tra i rametti e la terra umida e morbida a ogni incontro con quel ragazzo-alieno, il suono che tintinnava nelle orecchie ogni volta che pronunciava o pensava al suo nome: Federi… .

# 8 – Quattro Santi entrano in una libreria (pt. 1)

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# 8 – Quattro Santi entrano in una libreria (pt. 1) – LEGGI ONLINE

Delle varie testimonianze rilasciate dai partecipanti (tre: il moderatore e due passanti) la mattina successiva la presentazione presso la Libreria Morrison, nessuna accennava a una vecchia Fiat Panda bianca e ammaccata che, intorno alle ore 20.00, entrò cigolando per la stradina ciottolosa di via ******, tossendo e sputando scorie di fumo nero e grigio nell’aria già abbastanza irrespirabile di quella sera. Nemmeno si parlò dei quattro fallimentari tentativi di parcheggio dell’auto prima di sostare definitivamente – con l’angolo del muso leggermente sporgente verso sinistra – sul lato opposto del marciapiede.

Se qualcuno fosse passato da quelle parti, intorno a quell’ora, avrebbe fatto sicuramente caso al gigantesco prete stretto all’interno dell’abitacolo, piegato tra il sedile e il volante come un clown in una Volkswagen, con le ginocchia che quasi gli arrivavano al petto, ancorato con le grosse braccia tremanti al volante che quasi spariva tra le mani bianche e nervose.

Si era fermato in contemplazione della piccola libreria. Pareva un posto accogliente ed elegante, dall’aria antica e nostalgica tipica di una piccola bottega di libri usati. Un ambiente quieto e famigliare. Non un posto per qualcuno come lui. Si entrava attraverso una porticina verde schiacciata tra due grandi vetrine ricolme di libri d’arte e di fotografia che straboccavano dagli scaffali, come rovesciati lì dal libraio in un impeto di insofferenza. Attraverso la vetrina, si poteva già vedere un gruppo di cinque o sei ospiti sparsi per la sala che pescavano i libri dagli scaffali, sfogliandoli annoiati, ripetendo inconsciamente un gesto antico di cui non sembravano conoscere l’origine né lo scopo.

Si aspettava molta più vita là intorno. Era pur sempre di Pichelli che si stava parlando. Ma, allo stesso tempo, quella desolazione gli permetteva di mettere in ordine le varie ansie, convincersi che tutto sarebbe andato bene, senza dover sfiorare nemmeno col pensiero la Desert Eagle che in quel momento stava appoggiata sul sedile del passeggero.

La città non appariva e non suonava come l’aveva sempre vista nello schermo del piccolo televisore o nelle vignette dei fumetti. Non vedeva i passanti procedere da un lato e l’altro della strada, incrociandosi al centro delle strisce pedonali come due branchi di pesci sonnambuli in collisione, con i visi inespressivi e gli occhi ciechi puntati verso il nulla. Non sentiva il ticchettio delle scarpe sulla strada, spazzato via dallo strillare dei clacson o dal mugolio delle auto. Quasi tutti le luci delle case che costeggiavano la via erano spente e sulla strada principale, perpendicolare alla via, passava giusto qualche tram, stridendo e scampanellando per annunciare il suo arrivo ai fantasmi dell’ora di punta passata. La quiete di quel pezzo di città era simile a quella che circondava ‘’casa di papà’’, nonostante l’assenza delle colline e dei boschi che sembravano legittimare quel silenzio che, tra i muri dei palazzi , appariva solo come un’opprimente assenza di vita.

Forse avrebbe potuto anche vivere in città, alla fine. Semmai si fosse liberato della Voce del Santo, avrebbe potuto farci un pensiero. Dovevano essercene altri come lui tra cui confondersi e diventare invisibile. Non c’era un posto migliore della città se si voleva sparire per sempre.

Marzio guardò il sangue secco di Don Antonio che gli colorava lo spazio tra le dita e cercò di grattarselo via come per espiare fisicamente un peccato.

Togli le mani dal volante. Fai il rilassato, disse la Voce. Ne abbiamo già abbastanza per farci notare.

«Non c’è nessuno qua».

Intendi ‘’quel’’ nessuno?

Una gigantesca bodyguard in abito da sera nero era apparsa dal nulla davanti al portone d’ingresso della libreria. Teneva le mani incrociate a coprire il cavallo dei pantaloni e il mento alzato in una posa fiera e minacciosa, con gli occhi piccoli e neri come fori di proiettile fissi su di lui. Qualche volta scostava la testa, per spostare il lungo codino castano da una spalla all’altra.

Pensi di farcela?

«Non devo fare niente. Posso aspettare».

Aspettare è il suo lavoro. Pensi che quel tizio ci lascerà fare tutto quello che vogliamo?

Marzio sbuffò, provocando una tempesta di polvere e vecchi ticket del parcheggio stropicciati lungo il cruscotto. Non trovando soddisfazione, né un attimo di tregua dai sussurri della Voce, si prese prima a pizzicotti sulle mani e poi direttamente a schiaffi sulla faccia, lasciando vibranti segni rossi sulle guance e un’ulteriore patina di perplessità sul viso della bodyguard.

Puoi torturarti quanto ti pare, non cambia lo stato delle cose. Lui sarà sempre lì. E io sarò sempre…

La Voce s’interruppe di colpo e precipitò giù nelle orecchie di Marzio, facendosi sempre più fioca e inconsistente.

I suoi si spensero intorno a loro per fare spazio ticchettio di passi che riecheggiò dal fondo della strada. Marzio si sporse in avanti e ispezionò l’area circostante. C’era solo una silhouette sfocata, alta e sottile, che camminava con passo dinoccolato dal fondo della strada. Man mano che la silhouette si avvicinava, mise a fuoco i lineamenti che disegnavano un espressione stanca e abbattuta sul viso ingrigito dall’insonnia e dall’alcol. Pichelli arrivava dal senso opposto come un qualunque altro passante, con la testa bassa e le mani infilate nelle tasche. La solitudine della strada vuota gli aleggiava intorno come una nebbia. Era solo e triste come chiunque altro, non come la divinità creatrice scesa in terra tra gli uomini che conosceva.

Il Creatore era triste e solo e non c’era nessuno a vederlo, come Il Santo e come Marzio.

Svoltò per l’entrata della libreria, salutando con un distratto cenno della testa la bodyguard che ancora teneva lo sguardo fisso in direzione della Panda e sparì dietro la porticina verde. Marzio continuò a seguire il suo percorso attraverso la vetrina con la bocca schiusa dallo stupore. Lo vide camminare tra gli ospiti della serata che sembravano non essersi accorti del suo arrivo e salire per una scalinata fino a sparire dalla sua vista.

I piani della Voce erano chiari, tutto l’allenamento e la preparazione erano reali quanto il suo scopo, ma l’idea di poterlo vedere in carne e ossa non era mai stato nulla di più di un sogno, un obiettivo possibile più nel campo dell’immaginazione che in quello della fattibilità. Ora il sogno e l’obiettivo erano lì davanti a lui e Marzio sentiva di aver invaso la sua dimensione, quella a cui appartenevano tutte le foto e i video sgranati che, nella sua cameretta, in quel mondo speculare al suo, non erano altro che cartoline da un mondo lontano che non avrebbe mai conosciuto. Non importava che dal vero apparisse così diverso dalle foto che si trovavano su internet o nella quarta di copertina delle edizioni speciali della Stagione delle Piogge. Non importava che apparisse più stanco, privo di tutta l’energia che trasferiva nelle storie del Santo.

Rigido nell’abitacolo della macchina, percorso da brividi e scariche, Marzio poté giurare di sentire la Voce piangere. Aveva paura, tanta quanto ne avesse avuta lui, che quel pianto non sarebbe stato lavato via nemmeno con la pioggia.

La Voce prese possesso del suo corpo per dare muscoli e ossa alla pena e al terrore. Dalla gola tesa e gonfia lanciò un ululato sordo e gracchiante. Fece precipitare la testa sul volante e rimase a piangere e singhiozzare finché non bussarono al finestrino.

Marzio alzò la testa di scatto verso il finestrino. Il petto della bodyguard, avvolto nella camicia nera, occupava tutto lo spazio del finestrino. Il pugno dell’uomo si alzò lento e bussò di nuovo, senza piegarsi per spiare nell’abitacolo.

Fai qualcosa, disse la Voce, con la gola immaginaria ancora irritata dal pianto.

«Cosa?» Sussurrò Marzio

Qualunque cosa.

«Signore?» iniziò la guardia, circospetta. «Tutto bene lì?»

Poi la bodyguard si abbassò e fece vagare gli occhi nell’abitacolo fino a fermarsi sulla Desert Eagle appoggiata sul sedile del passeggero.

«Esca dalla macchina» disse l’uomo, allontanandosi con fare minaccioso. «È solo un controllo».

Marzio tenne la testa bassa, come un cane colpevole e allungò la mano verso lo stereo. Poggiò il dito sulla musicassetta bianca che sporgeva dal mangianastri e la inserì. Una musica rapida e feroce di chitarre scordate e batterie di latta invase l’abitacolo, facendo tremare i vetri e la carrozzeria. Il bussare iniziale si trasformò in un martellare minaccioso inferto con tutto il pugno. Marzio restò paralizzato, con le dita ancora fuse alla pelle del volante a guardare quella specie di armadio in abito elegante prendere a pugni la macchina di papà.

«Apri ‘sta porta!»

Fai qualcosa, urlò la Voce.

Tenendo la testa bassa, Marzio allungò una mano verso la pistola.

Non la pistola. Fai arrivare qui tutta la città.

Marzio si chiuse di nuovo a riccio, abbassando la testa ancora più in fondo tra le braccia e le ginocchio e alzò il volume dello stereo.

La bodyguard indietreggiò di un paio di metri e si piazzò rigido in mezzo alla strada. Piegò le ginocchia, roteò le braccia e assunse una posizione da karateka, gonfiando le guance e sbuffando come un toro pronto a caricare. Sotto lo sguardo confuso di Marzio, la bodyguard lanciò un urlo da battaglia, corse verso la macchina e dopo un piccolo salto, sferrò un calcio con avvitamento sul finestrino.

«Cazzo!» urlò Marzio, schermandosi il viso .

Un secondo calcio ad avvitamento lasciò una piccola crepa sul vetro che, calcio dopo calcio, si allargava sempre di più formando una ragnatela scintillante che copriva tutto il vetro.

Non hai più molta scelta Marzio. Scegli dove stare…

La bodyguard prese a tempestare il finestrino di pugni. La ragnatela andava spandendosi sul finestrino. Minuscoli frammenti di vetro luccicanti piovevano dalla crepa, coprendo la tappezzeria. L’aria della sera cominciava a invadere l’abitacolo, insieme all’odore della colonia e del sudore di cui era cosparso la bodyguard.

O muori in questo cazzo di abitacolo…

Marzio strinse i pugni intorno al volante fino a farsi le nocche bianche. La gola si tese di nuovo, allargandosi, accogliendo un grido animalesco.

O sotto la pioggia…

Staccò le mani dal volante e, tenendo la testa bassa per proteggersi dalle schegge, attraversò il finestrino, sfondando il vetro con la testa e i entrambi i pugni rivolti in avanti.

Afferrò la bodyguard per il colletto, lo tirò a sé e poi lo spinse giù, infilzandogli il collo sui vetri rimasti ancora attaccati alla guarnizione della portiera. Il corpo dell’uomo ebbe un ultimo, poderoso sussulto che viaggio attraversò le mani e le braccia di Marzio. Poi, il corpo dell’uomo si spense, lanciando un lamento strozzato, appena percettibile sotto la musica che si era riversata sulla strada.

Marzio rimase pietrificato con le mani ancora strette intorno al colletto dell’uomo, mentre tre linee di sangue scuro strisciavano giù lungo la portiera bianca.

Va bene. Disse la Voce, ansimando al ritmo della fatica di Marzio. Bagagliaio. Ora.

Si presentarono solo altre quattro persone, escluso Marzio, quella sera.

Due uomini e due donne. Due Santi e due Sante.

C’erano un ragazzino dalla pelle scura che non avrebbe potuto avere più di dodici anni e un ventenne su una sedia a rotelle, con la pelle pallida e lucida di sudore, con i capelli grassi appiccicati alla fronte. Indossavano autentiche tuniche da prete: niente che si potesse trovare in un negozio di costumi da carnevale. Nonostante fossero praticamente spalla a spalla, non si rivolgevano la parola, guardando ognuno in una direzione diversa della libreria, come a voler negare uno la presenza dell’altro. Una delle due ragazze aveva optato per una camicia nera e una lunga gonna che gli arrivava alle caviglie, mentre l’altra indossava uno hijab nero con scarponi militari neri. Da sotto il velo faceva capolino un ricciolo bianco striato di nero. Aveva i capelli come i suoi, come gli altri due e come lui. Tutti con i loro capelli bianchi attraversati da lampi neri, autentici, risucchiati della vita e dell’età.

Era come trovarsi al centro di un caleidoscopio, senza colori caldi e dorati, ma bagnato dalla luce bianca e cruda delle luci al neon della libreria. Se si fosse trovato immerso nella logica del fumetto, avrebbe potuto ipotizzare che quelle fossero quattro diverse versioni di sé provenienti da universi paralleli, riunitesi per salvare i rispettivi universi e destini. Ma nessuno di loro dava l’impressione di poter salvare nemmeno se stesso, come la copia originale. Quello era il marchio distintivo che ti permetteva di entrare nel club de La Stagione delle Piogge.

Entrato nella libreria, i quattro Santi puntarono gli occhiali da sole verso il nuovo arrivato. I cinque Santi si salutarono con un cenno della testa, come rispondendo al saluto segreto di una setta. Ognuno teneva tra le braccia una copia de La Stagione delle Piogge logorata da letture su riletture, con le pagine gonfie, gli angoli spiegazzati e i margini delle copertine rigide graffiate fino a mostrare le interiora di carta grigie e bianche. Se erano così simili a lui come voleva l’abbigliamento, non erano venuti qua per gli autografi.

Marzio sorrise, pensando all’inizio di una barzelletta: Cinque Santi entrano in una libreria…

Avanzò superando i quattro e cominciò a vagare per la sala, osservando senza interesse le copertine e le costole dei libri, come trovandosi in una specie di galleria d’arte.

La libreria sembrava un enorme camera da letto in disordine, arredata con banchi e scaffali ricolmi di libri ordinati alla rinfusa senza un vero criterio, a volte addirittura impilati l’uno sopra l’altro sul pavimento accanto al banco cassa. Lo spazio centrale, dopo essere stato liberato dai vari pulpiti e banchi con piramidi di libri, poteva ospitare una decina di sedie da giardino, standoci molto stretti.

Marzio si sedette in prima fila, con il piede della gamba accavallata che quasi poteva sfiorare il piccolo podio dietro cui sarebbe comparso Pichelli. Attendeva nervoso, cercando di nascondere tra le cosce le mani graffiate, lucide di sangue fresco o assicurandosi che le maniche e l’angolo del vestito non fossero macchiati di sangue. Gli altri ‘’Santi’’ si sedettero, sparpagliandosi tra le varie file. La ragazza con l’hijab si sedette all’estremità opposta della sua fila. Gli occhi di Marzo scivolarono verso le mani di lei, incrociate intorno al ginocchio. Lunghe linee di henné strisciavano da sotto la manica, percorrendo il dorso della mano fino alla punta delle dita. Sotto quei tatuaggi rossastri, viaggiavano altre linee bluastre che seguivano lo stesso percorso dell’henné. Come due animali che si riconoscevano, Marzio sentì un formicolio lungo il dorso della mano che seguiva lo stesso percorso dell’henné.

Le riconosceva quelle linee, le stesse che coprivano il corpo del ragazzino, le caviglie dell’altra Santa, i polsi di quello sulla sedia a rotelle: erano le stesse che ricoprivano tutto il suo corpo fino a disegnare una specie di salice piangente su tutta la sua schiena. Segni dell’elettricità tatuati sulla pelle. La coda di un urlo che cerca la sua strada tra le vene.

Oh, Marzio, ti ho mai mentito? Chiese la Voce. Ti ho mai fatto pensare di essere qualcosa che non eri… ?

Marzio non capì la domanda, ma la risposta era lì, da qualche parte, nascosto tra l’energia ionizzata che friggeva nelle orecchie.

Lo sguardo di Marzio superò i Santi e le Sante fino alle ultime file. Altre due persone si erano presentate senza costumi o volumi alla mano. Invece della tunica da prete, si erano vestiti con pantaloni a pinocchietto mimetici e bomber verdi e scoloriti che gli ricordavano quelli del suo papà. Nascondevano le teste rasate sotto i berretti, rosso uno e blu l’altro, con la visiera ben calcata sugli occhi. Si guardavano intorno, con un sorriso strafottente che gli tendeva la pelle cinerea, facendosi aria con gli spessi segnalibri che si potevano prendere gratuitamente all’ingresso. Marzio grugnì e tornò col viso rivolto verso il podio di Pichelli.

Calò un silenzio ancora più profondo di quello in cui erano immersi e, dall’eco delle ultime voci, emerse un rumore di passi che rimbalzò da un lato all’altro della sala. Il cuore di Marzio si fermò, seguendo con la coda dell’occhio la discesa di quell’ometto grasso sulla cinquantina, con barba e capelli bianchi e lunghi e un paio di occhiali dalla montatura quasi invisibile sulla testa a forma di fagiolo. Dietro di lui scendeva Pichelli, barcollando con la testa bassa e le mani nelle tasche. I due arrivarono al centro della sala, accolti da un debole scrosciare di applausi che sembrava provenire dall’oltretomba. Marzio rimase congelato tutto il tempo con gli occhi appiccicati su Pichelli che ringraziava timidamente il pubblico alzando la mano scocciato e mostrando il tentativo di un sorriso.

Il Santo si trovava a un dito di distanza dal suo dio, e il suo dio puzzava di vino scadente e grappa.

«Buonasera a tutti» Disse il moderatore, prendendo posto dietro il podio. Parlava con voce pacata e gentile. «E buonasera a chi ci segue in streaming da casa».

Pichelli girò la testa verso la lucina rossa che lampeggiava poco sopra l’occhio della webcam, appoggiata su un comodino a pochi metri da loro.

Il moderatore sorrise pazientemente. «Questa presentazione cade in un giorno importante per lei e per i ‘’Santi’’ ospiti stasera» la risata del moderatore cadde nel silenzio. «Oggi è il venticinquesimo anniversario de La Stagione delle Piogge. Un romanzo a fumetti…»

«Fumetto» disse la ragazza con l’hijab, lasciando il moderatore congelato nella sua risata. «Si chiama fumetto».

«Un fumetto, sì, formativo per un intera generazione e per il giovane scrittore Pichelli. Per questo la domanda giusta con cui iniziare è: ‘’Cosa è cambiato dal Pichelli che scriveva il Santo dal Nuovo Pichelli che oggi scrive Lorenzo ne La Mano ‘’

Marzio allungò il collo, arrivando quasi ad alzarsi dalla sedia per sentire la risposta.

«Non lo so» Pichelli sorrise, tamburellandosi la tempia. «Sono più vecchio».

Un debole risolino si levò dal pubblico. Marzio restava immobile, con il visto appuntito e concentrato rivolto verso Pichelli.

Il moderatore rimase congelato nello stesso sorriso di prima, facendo schizzare gli occhi tra il pubblico e Pichelli. Dopo aver incontrato due volte lo sguardo dell’uomo, Pichelli sospirò e si sistemò sulla sedia.

«Parlo delle stesse cose. Mi faccio le stesse domande, mi do le stesse risposte. Non sono ‘’nuovo’’, sono soltanto vecchio».

Il sorriso del moderatore scemò, sgonfiando la guance piene e arrossate. Gli occhi schizzarono di nuovo sul pubblico, che guardava il tutto immobile, a parte per i sorrisi dei due nazi in fondo alla fila.

Si schiarì la voce e disse:

«Sono sicuro che i fedeli lettori qui e a casa vogliano comunque sentire il vecchio Pichelli».

Pichelli rimase in silenzio, imbambolato mentre sfogliava le pagine del suo romanzo col pollice. Il moderatore si schiarì di nuovo la gola e Pichelli fece per risvegliarsi.

«Devo leggere il capitolo tre» disse di soprassalto. La webcam parve di nuovo fischiare, stringendo l’obiettivo su di lui. «Vorrei leggere il capitolo tre».

Il viso del moderatore si ridusse a una maschera confusa. Poi, dal nulla, come riattivando un meccanismo, sorrise.

«Prego, il microfono e suo», disse, invitandolo con la mano.

Pichelli sfogliò velocemente fino a dove aveva infilato il segnalibro, sul terzo capitolo. Si schiarì la gola, provocando un lungo, acuto fischio del microfono che non sembrò sfiorare nessuno nella sala, eccetto per i due nazi e il moderatore. Poi, iniziò a leggere:

#7 – Oggi, Domani e !!! (pt. 2)

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Poco dopo, Pichelli diede fondo agli alcolici del mini-bar.

Non un cieco assalto, ma uno strutturato e disciplinato annientamento a base di sottomarche di birra olandese, vino rosso in cartone e solo dopo proseguiva con gin e grappe cinesi, a volte mescolati con l’acqua tonica per diluire la disperazione.

Alla fine, a un’ora dalla presentazione, Pichelli si ritrovava sdraiato sul suo letto imperiale a due piazze circondato da resti di bottigliette vuote e lattine accartocciate, con il naso adunco e un ciuffo di capelli neri che spuntava come un monolite dalle decine di cuscini bianchi.

Una vibrazione strisciò passò sotto la schiena di Pichelli, in un tintinnio di bottigliette. Lanciò via i vari cuscini, finché non emerse lo schermo del telefono.

NUMERO PRIVATO.

L’effetto dell’alcol si dissipò rapidamente, riportandolo a una lucida e opprimente sobrietà.

«L’ho svegliata?» rispose una voce di donna, profonda e melliflua, con un vago cenno di sorpresa.

«No» rispose Pichelli, affrettandosi a pulirsi via la bava dal mento con il dorso della mano.

«Sa chi sono?»

Pichelli si sedette su un cuscino bottigliette.

«La… La Presidentessa?»

La Presidentessa si lasciò andare a una lieve, risata di cortesia.

«Lasci perdere le formalità. Non sono la sua presidentessa».

«E come la devo chiamare?»

«Non deve». Parlava con la dizione teatrale di un’attrice mancata, misurando ogni parola come se ciascuna fosse dotata del suo pregnante, necessario significato.

«Diana sta bene» continuò La Presidentessa, proseguendo come recitando un dialogo già preparato. «Mangia, beve, gioca e dorme. Dorme tanto. Preferisce i libri alla spazzatura nei tablet. È triste che mi sorprenda, ma sono questi i tempi in cui viviamo. Chiede sempre del suo papà, anche se non specifica mai bene quale».

Nonostante la distanza, Pichelli poteva sentire La Presidentessa sorridere crudelmente da chissà dove, probabilmente in una stanza poco lontana da quella in cui si trovava sua figlia. Gli occhi gli bruciarono di lacrime, in maniera tanto rapida e incontrollata da lasciarsi sfuggire un singhiozzo.

«No, no, no…» sospirò La Presidentessa, mortificata. «Senta cosa è successo oggi. Stamattina ho trovato Diana a curiosare nel mio ufficio, – perché non la teniamo rinchiusa come un’animale, come potrebbe giustamente pensare. Gira liberamente, come a casa sua – Be’, si è messa a camminare avanti e indietro per la libreria del mio ufficio, sfiorando le coste dei libri con la punta del dito. Sembrava che le bastasse sfiorarli col ditino per distinguere i libri noiosi da quelli più divertenti e, a un certo punto, indovini dove si ferma? Su La Stagione delle Piogge. Il primo volume. Ha cercato di tirarlo fuori, ma l’ho presa in tempo. Quelle copertine traumatizzavano me da piccola, si figuri. Mi ha guardato con i suoi occhioni come per chiedermi: ‘’Perché?’, e le ho detto: ‘’Quello è un fumetto che non ti fa più dormire. Io lo so, c’ho provato e, da quel giorno, non dormo più’’». Il tono frizzante e la dizione con cui La Presidentessa raccontava la sua storia andarono pian piano scemando in un rancore appena soffocato. Le parole tremolavano appena, strette tra i denti prima di essere lasciate libere per le orecchie di Pichelli.

Pichelli rimase ad ascoltare la storia della Presidentessa con gli occhi lucidi di lacrime.

«Cosa devo fare?»

Non arrivò nessuna risposta. Solo un brusio elettrico in cui si confondevano i respiri suoi e della Presidentessa.

«Faccio quello che volete» Pichelli si mise a quattro zampe, spostandosi in avanti versi i margini del letto, come prostrandosi di fronte alla Presidentessa. «Quello che serve… Faccio tutto quello che serve».

«Ho letto il suo ‘’romanzo’’. La Mano» disse La Presidentessa, concentrando più disprezzo che poteva nella parola ‘’romanzo’’. «Penserà che non mi è piaciuto, ma non è vero. Non del tutto, è solo stato…. doloroso. Dolce, qualche volta. Le dispiacerebbe leggere il terzo capitolo, stasera, alla presentazione? Ho consigliato il libro a un paio dei miei camerati. Ci saranno anche loro la presentazione. Sono curiosi. È ancora lì, signor Pichelli?»

Pichelli stava immobile, ancora prostrato sul suo lettino di bottigliette vuote. L’alcol gli annebbiava i pensieri e alimentava la paura. Cercava di mettere a fuoco il viso di Diana, di immaginarla camminare in chissà quale luogo sconosciuto, giocare, mangiare e dormire come gli aveva rassicurato La Presidentessa ma, a ogni tentativo, il viso della sua bambina si faceva sempre più sfocato, censurato da quell’istinto di autoconservazione che gli strillava nelle orecchie di fuggire lontano, dove nessuno lo avrebbe più trovato. Sparire, cambiare nome e dimenticare il vecchio, cancellare il passato dai sogni e dai ricordi.

Come… Come Il…

«Sì, sono ancora qui».

«Bene» rispose La Presidentessa, soddisfatta. «Non voglio darle altri pensieri prima della presentazione. Voglio vederla lucido e sicuro per la sua diretta streaming. Dopo la presentazione, prenderemo i nostri accordi ».

«Sì… certo…» rispose Pichelli, senza più un vero controllo delle sue parole e degli organi che lo producevano.

Marzio salì fino alla sua cameretta, portando tra le braccia due fucili e decine di scatole di proiettili. Prese una borsa sportiva da una delle mensole sopra il letto e aprì il cassetto sotto la libreria. Indossò pantaloni e camicia nera. Si stirò i capelli con la brillantina. Infilò le armi e i proiettili nel borsone e li coprì con altre due paia di pantaloni e di camicie nere.

Indugiò e alla fine ci infilò anche i suoi volumi de La Stagione delle Piogge (quelli da viaggi, con le copertine rovinate, spiegazzate, incrostate di sabbia e terra). Prese il colletto di Don Antonio dalla tasca, ancora freddo da congelatore. Si posizionò davanti lo specchiò, infilò il collare sotto il colletto della camicia.

Un ultimo sguardo alla paura che faceva tremolare le iridi castane e alla fine le seppellì sotto gli occhiali da sole. Rimase a rimirarsi allo specchio, facendo ballare gli occhi tra il suo riflesso e la gigantografia della copertina del primo volume de La Stagione delle Piogge appeso dietro la porta.

Sentì Il Santo sorridere dietro la sua bocca, trascinando le labbra in un sorriso fiero e minaccioso.

Guarda fuori… gli sussurrò.

Marzio si girò verso la finestra e aprì il sorriso al sole rosso che tramontava dietro le colline.

Mancava solo un ultimo pezzo prima della preparazione. La ritrovò sepolta tra le cianfrusaglie arrugginite che papà teneva nell’angolo della cantina.

Dissotterrò la vecchia macchina da scrivere e la portò tra le braccia, lanciando un lamento di fatica a ogni scalino. Poi, l’appoggiò delicatamente sul tavolo della cucina e vi sistemò davanti la sedia, con la schiena rivolta alla finestra rotta.

Appiccicò un pezzo di scotch di carta e vi scrisse sopra con pennarello rosso: ‘’M. PICHELLI’’.

(Fuori Programma) – La Storia Finora

Illustrazione di Sam Zabel

Con ”Rinascita” si chiude la prima parte di ”Sacramento”. A questo punto, Marzio che Pichelli sono arrivati al punto di non ritorno e possono solo seguire la strada che li porterà verso La Presidentessa e (forse) La Danza della Pioggia.

Per questo, mi prendo una piccola pausa natalizia: un po’ per prendere tempo e sviluppare il resto della seconda parte (non ha ancora un titolo, ma ha abbastanza capitoli) e un po’ per dare un po’ di tempo a chi legge e ai nuovi lettori di rimettersi al pari.

E, a proposito, grazie a chi legge e scarica i capitoli ogni mercoledì!

A prova che sono una persona e non un bot, fatemi sapere cosa ne pensate, o qui o su Facebook o Instagram.

Questi primi capitoli servono per gettare un po’ delle fondamenta che reggeranno la seconda parte (in certi capitoli di passaggio come ”Proiettili, amore e compassione’‘, e in tutte le copertine scelte per ogni capitolo, troverete tutti i temi portanti della storia e, in un certo senso, qualche spoiler).

Le prime pagine possono risultare un po’ lente, ma mi permettono di pianificare la lunga corsa verso la fine senza pausa. Per questo l’ordine di lettura è importante (non saltate il #0 e la Tie-In #1!).

Qui c’è la storia finora

Ordine di Lettura

# 0 – ”Canta il Corpo Elettrico”

(Tie-In #1) ”Proiettili, Amore e Compassione: Intervista a Michele Pichelli”

# 1 – New Comic Book Day (Capitolo Completo)Pt. 1 & Pt. 2

# 2 – La Fortezza della Solitudine

# 3 – “Il cielo sanguina, Michele”

# 4 – «Oh, Superman!» (Capitolo Completo), Pt. 1 & Pt. 2

# 5 – Respira (Capitolo Completo), Pt.1 & Pt. 2

# 6 – Rinascita (Capitolo Completo) Pt. 1 & Pt. 2

Per il resto, potete leggere La Danza della Pioggia come volete: come un thriller su un pazzo lunatico convinto di essere il parto dell’immaginazione di un fumettista fallito, o credere all’esistenza della Voce e vederlo come un horror ”on the road” a sfondo fumettistico.

L’importante, è che come Marzio vogliate vedere La Stagione delle Piogge avverarsi.

Mi raccomando: leggete, scrivete, commentate e CONDIVIDETE!

Ci si rivede a Gennaio!

# 6 – Rinascita (Pt. 1 di 2)

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Non ci volle molto perché il resoconto degli eventi allo Speed del giorno prima passassero di bocca in bocca fino ad arrivare alle orecchie di Don Antonio.

Non c’era rifugio, nemmeno la casa di Cristo, dalle occhiate di sbieco della brava gente di San Infantino e dalle loro opinioni a riguardo che si facevano più estreme man mano che la storia, bocca dopo bocca, si faceva sempre più distorta e agghiacciante.

Era partita dalla voce bassa e biascicata del barista che, asciugando il solito bicchiere già asciutto con il solito panno mal lavato, aveva spifferato tutta la storia a uno dei suoi clienti fedeli, già stordito dal terzo bicchiere di bianco della mattinata. Il barista si era semplicemente attenuto ai fatti:

«Marzio si è presentato dal nulla al bar. Non lo vedevo da quando è successa quella roba… Quando era piccolo… Ha chiesto un succo di frutta, gliel’ho per mandarlo via subito ma poi i ragazzi, quelli di Gian, hanno cominciato ad attaccar briga. Poveraccio, Gian. ha passato un anno difficile… non che sia sempre stato bene: da quanto suo fratellino… posso capire perché ha fatto così. Se vedevo Marzio al posto suo? Ah, lo ammazzavo. Ma come fai, adesso? Lo sai cosa aveva? Una pistola, ma una bella pistola. Una roba che non ho visto neanche nei film. Non l’ha usata, no… gli è andata bene, sta volta. Chissà la prossima…»

Cliente dopo cliente, il suo resoconto si faceva più diretto, tagliando sui particolari e le opinioni personali, lasciando maggior spazio all’immaginazione di chi doveva passare la notizia. Così, nei racconti successivi di quella storia, Marzio era arrivato lì con un coltello da caccia con l’idea di regolare i conti con Gian e i suoi amici. Perché adesso…? Perché… Perché Marzio è pazzo, no? Se non lo avessero fermato buttandolo giù dalle scale, probabilmente sarebbe arrivato a uccidere anche tutti gli altri, forse tutto il paese, passando casa a casa.

In altre versioni, non era un semplice coltello da caccia, ma una spada. Non una cosa medievale, una spada da samurai… Poi, di nuovo una pistola che, a pensarci meglio, forse poteva essere una mitragliatrice o un fucile da caccia. Qualcuno aveva aggiunto che uno degli amici di Gian aveva visto un paio di oggetti sferici allacciati alla sua cintura che sembravano proprio granate. Forse voleva farsi esplodere al bar, perché si sa che lì si trova più di metà del paese già delle prime ore del pomeriggio. Sì, avrebbe fatto proprio come ‘’l’altra volta’’, questa volta su scala più grande, con molto più fuoco e molte più vittime.

Dovevano fare qualcosa, prima che riducesse San Infantino in cenere.

Nonostante la moltitudine di versioni che giravano di quella storia, tutte si concludevano con un’unica morale: bisognava liberarsi di Marzio. Più facile a dirsi che a farsi, ma ognuno proponeva la sua soluzione.

Avrebbero potuto chiamare la polizia o i carabinieri, certo, ma a quale scopo? Non tanto perché Marzio non aveva (ancora) fatto niente che fosse davvero illegale, ma per il fatto che i criminali, secondo la popolazione di San Infantino, se ne restavano in carcere qualche mese e poi se ne tornavano liberi. E poi, si era già fatto il carcere minorile, no? E Marzio era ancora lì, nonostante la punizione, nonostante sapesse che tutto il paese lo odiava.

A ogni suo spostamento, Don Antonio era esposto a una diversa soluzione che avrebbe risolto ‘’il problema Marzio’’.

Bianca la cartolaia proponeva di andare a casa sua in dieci, anzi, venti persone. Prenderlo la notte, mentre dormiva (se dormiva, perché per non essere così giusto con la testa non doveva dormire troppo), tirarlo fuori di casa e lasciarlo in un posto lontano, desolato e buio a chilometri e chilometri da San Infantino. Il signore che era venuto a comprare il giornale aggiunse che, dopo, si poteva bruciare ‘’casa di papà’’, così avrebbe più avuto un posto dove stare e, finalmente, avrebbe capito che non c’era più posto per lui tra la brava gente (ci avevano provato. Dio sapeva che ci avevano provato).

Al baretto della piazza vicino alla chiesa, qualcuno proponeva di girare armati, perché non si poteva essere troppo sicuri e di certo nessuno era disposto ad aspettare che Marzio uccidesse qualcuno per far intervenire la polizia. Procurarsi delle armi non doveva essere difficile se ci riusciva ‘’quello scemo’’. E poi, aggiunse qualcun altro dall’altra parte della sala, si poteva bruciare direttamente la ‘’casa di papà’’ con lui dentro.

Un cliente che era rimasto ad ascoltare il tutto con le braccia incrociate sul bancone, silenzioso e sorridente mentre lasciava lo sguardo vitreo e arrossato sul fondo del bicchiere di Campari. Disse che conosceva ‘’gente che conosceva altra gente’’ che avrebbe potuto fare tranquillamente il lavoro a nome di tutti. Era ‘’altra gente’’ che faceva ben di peggio nella vita e un lavoretto su Marzio sarebbe stato facile, praticamente un lavoretto in amicizia da un paio di ore.

La sala cadde in un silenzio teso.

«O si può aspettare che Dio faccia il suo lavoro, non è vero, padre?» disse un vecchietto, con il naso grosso e intrappolato in una ragnatela di capillari spezzati, senza staccare gli occhi dalle macchinette davanti cui stava seduto; l’unico posto in cui Don Antonio lo aveva sempre visto nei suoi vent’anni di attività.

Il prete si limitò a sorridere, rigirando il suo bicchiere di bianco. Si sarebbe potuto dire che fosse il suo solito sorriso automatico, quello che lo aiutava a salvarsi dalle solite conversazioni difficili, ma solo Antonio sapeva che a farlo sorridere era l’ironia della situazione. Alla fine bastava essergli amico, pensava, dopo aver analizzato tutte le possibilità offerte dal paese. Sarebbe stato sufficiente offrire un pezzo del proprio tempo e delle orecchie per ascoltare, credergli quando avrebbe detto che si sentiva solo al mondo e che non avrebbe voluto fare ‘’quello che ha fatto’’ perché non era in sé, perché era ‘’qualcun altro’’.

I pensieri del prete sfiorarono la rivoltella che Marzio gli aveva lasciato nel confessionale.

Meglio che lo faccia lei… che loro.

«Ci penserà Dio, sì» rispose il prete, senza far crollare il sorriso, prima di lasciare due monete sul bancone e un bicchiere ancora mezzo pieno.

Il prete entrò in chiesa. Non si sentiva in quel modo da quando era solo un adolescente che avrebbe riso se qualcuno gli avesse detto che, prima o poi, avrebbe fatto voto di castità. Dopo sarebbe diventato tutto più facile, gli avrebbe detto qualcuno, perché per ogni problema o dubbio avrebbe sempre trovato una soluzione tra le pagine di una Bibbia o i sussurri di una preghiera. Questo funzionò per cinquanta rapidissimi anni, finché non arrivò Marzio a confessarsi. Da quel momento, la Bibbia non era che un malloppo di pagine sporcato di parole incomprensibili e le preghiere producevano più nessun suono.

S’inginocchiò su una delle panche di fronte all’altare e, con il rosario legato intorno alle mani giunte in preghiera e pregò per l’anima di Marzio. A ogni ‘’Padre Nostro’’, l’immagine della pistola sull’asfalto a pochi metri da Marzio prostrato a terra, ferito e spaventato, lampeggiava dietro le palpebre.

Gli echi delle voci di San Infantino tornarono ad aggrovigliarsi intorno a lui come fumo di sigaretta.

«Che cosa avrebbe fatto la prossima volta?»

«Dobbiamo essere pronti prima che sia pronto lui»

«Bruciare casa sua, con lui dentro».

Serviva un gesto di fede. Versare un goccio di sangue per evitare che se ne spargessero a litri per la strada. La Bibbia era pieno di momenti del genere in cui tutto finiva per il meglio. Una violenza necessaria.

Si alzò dalla panca e si avvicinò al confessionale. Entrò nel suo cabinotto e s’inginocchiò infilando una mano sotto la panca. La mano trovò la rivoltella incollata al legno con un paio di giri di nastro isolante. Don Antonio chiuse gli occhi e sentì il braccio invaso da un lungo formicolio, come preannunciando il rinculo dello sparo. Trattenne il respiro e staccò la rivoltella dalla panca. I proiettili erano tutti inseriti nel tamburo. Sperimentò un paio di volte con la sicura, inserendola e disinserendola per assicurarsi che fosse abbastanza veloce, se fosse venuto il momento. La inserì di nuovo e se la infilò in tasca.

Poi tornò alla sua panca, s’inginocchiò di nuovo e si rimise a pregare, questa volta per la sua anima.

Qualche ora e preghiera dopo, il prete si ritrovava davanti al cancello arrugginito e semi-aperto di ‘’Casa di papà’’.

Piegato in due con le mani strette intorno alle ginocchia nel disperato tentativo di riprendere fiato, rimase a fissare perplesso e ansimante la catena slegata intorno alla porticina del cancello. Sentiva una strana tensione che distorceva l’aria più di quanto facesse la calura estiva, come se l’intero bosco stesse trattenendo il respiro in attesa di una sua mossa. Pensò che la sua fosse solo una suggestione offerta totale immobilità dell’erba alta o dal frinire incessante dei grilli che si faceva più alto e concitato man mano che avanzava per il sentierino di ghiaia, lasciandosi il cigolio del cancelletto alle spalle.

Si fermò dopo pochi passi, attratto da un’incongruenza a malapena percepibile nell’ordine statico che lo circondava. Deviò il percorso e s’infilo nel giardino fino a fermarsi ai margini di una depressione. L’erba, mezza ingiallita, era piegata e schiacciata, come se qualcuno ci fosse rimasto steso per tutta la notte. Si piegò e prese tra le mani un filo d’erba incrostato di sangue scuro. Subito dopo, come se un elemento fosse collegato all’altro da un filo invisibile, trovò un tre pallini di piombo gialli, anche questi incrostati di sangue. Rimase ad osservare perplesso i ritrovamenti stesi sul palmo della mano, mentre il frinire dei grilli si faceva sempre più alto e cacofonico, avvolgendolo come uno sciame di vespe.

Perplesso, ritornò sul sentiero di ghiaia e si fermò poco prima degli scalini d’entrata. La cuccia di Krypto era coperta da una coperta di lana a tema scozzese che ne copriva tutta la facciata. Antonio si piegò quel tanto che la schiena glielo permetteva e allungò una mano fino a sfiorare l’anello di una catena che spuntava da sotto il tessuto. In tutta risposta, la catena ebbe uno spasmo e si ritirò come un verme spaventato. Il prete deglutì e trattenne il respiro. Si allungò ancora in avanti, afferrò un lembo della coperta e lo sollevò lentamente, finché…

«Padre…»

Il prete lanciò un urletto e si raddrizzò di colpo, indietreggiando con le mani dietro la schiena come un bambino colpevole. Marzio stava in piedi, appoggiato a uno stipite della porta, asciugandosi le mani con un panno lercio dello stesso sangue che gli insozzava la canottiera senza maniche da cui emergevano ciuffi di peli grigi e bianchi che gli coprivano il petto e le spalle come un manto. Si aggiustò gli occhiali da sole e gli sorrise, rivolgendogli un cenno di saluto.

«Marzio…» riuscì a dire il prete, infilandosi una mano nella tasca per afferrare la rivoltella, alla ricerca della leva della sicura. «Hai lasciato il cancello aperto».

«Ed è venuto fino a qui per avvertirmi? Allora girano ancora anime buone in questo paese» rispose Marzio, infilandosi il panno nella tasca.

«Pensavo di passare a farti una visita».

«È la prima volta che lo pensa».

Il prete sorrise e sollevò le spalle. «Ci dovrà pur essere una prima volta.»

«Non è che è venuto a benedire la casa o robe del genere? Credo che papà lo abbia già fatto fare trent’anni fa. Ci si sente benedetti qua, non creda, ma fa poco per i teppisti» indicò con la testa verso i vetri spezzati della finestra.

Il viso di Antonio scivolò in giù, affranto. Poi si riprese e scosse nervosamente la testa.

«No, no» rispose. «Io sono venuto… be’…» Antonio si guardò intorno, sforzandosi di non appoggiare gli occhi sulla cuccia del cane. Sfilò la mano dalla tasca e si asciugò la fronte, respirando a pieni polmoni l’odore metallico della pistola che gli impregnava il palmo.

«Ieri… pensavo a quella tua maglietta di ieri. Quella di Lanterna Verde. Mi sono dimenticato di dirti che… ho cominciato a leggerlo da poco e ho iniziato dalla storia che mi avevi consigliato tu. Non ricordo il titolo…»

«Rinascita».

«Sì, Rinascita. Bianca riesce a procurarmi quello che può, ma mi mancano un paio di numeri e mi chiedevo se magari, visto che collezioni, mi potessi aiutare a riempire il buco».

«Non presto i fumetti» rispose Marzio, imperturbabile.

Il prete sentì il fiato mozzarsi e poté giurare che la gola non fosse l’unico organo ad essersi stretto a tenaglia.

«Ah, capisco…»

Marzio incrociò le braccia, si appoggiò sull’altro stipite e sorrise.

«Esiste un girone all’inferno per chi non presta i fumetti ai preti?»

Antonio rispose con un a risata nervosa, mentre i suoi occhi restavano fissi sul panno. Marzio seguì il sguardo. Scosse il panno e sorrise.

«Sono appena passato dal macellaio. Preparavo i tranci di carne per la settimana».

«Ah, non stavo… non stavo nemmeno guardando».

Dopo un altro silenzio impiegato a studiarsi l’un l’altro, Marzio schioccò le labbra e si mise dritto sull’uscio.

«Si accomodi. Le prendo i fumetti. Posso offrirle un bicchiere d’acqua? Fare quella salita d’estate è una tortura per me che la faccio tutti i giorni».

«Sì, grazie».

#5 – Respira (pt. 2 di 2)

La Danza della Pioggia #5 – Respira (pt. 2 di 2) – Scarica Capitolo

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Pichelli attraversò le porte del bagno con le mani protese in avanti. Poi rallentò, trasformando la corsa in un jogging esagitato, finché non trovò un cubicolo libero, in mezzo ad altri due con le porte chiuse a chiave. Ci si tuffò dentro, scivolando in ginocchio come un ballerino anni ‘50 e affondò la testa nel cesso.

Conati, grugniti, lamenti e sputi rimbombavano tra i muri piastrellati, amplificati dalla porcellana del water una volta lucida e immacolata. Ogni volta che riprendeva il respiro, l’odore del disinfettante, mescolato a quello del vomito, gli provocavano un’altra eruzione che lo portava ad immergere la testa nel cesso quasi fino al collo.

Una volta finito, si accasciò a terra, come fastidiosamente sputato via dalla tazza. Tentò di rimettersi in piedi, tendendo le braccia aperte come un’equilibrista sbronzo e si sporse per lanciare una smorfia disgustata all’ammasso giallastro di bile e grumi che galleggiava nell’acqua e tirò giù lo sciacquone.

Uscì dal cubicolo e si piazzò davanti uno degli di orinatoi liberi che costeggiava il muro. Non appena si abbassò la zip dei pantaloni, le serrature degli altri due cubicoli scattarono e i due uomini col bomber e il berretto che aveva adocchiato alla conferenza uscirono, sincronizzando ogni passo, ogni azione, come due burattini mossi da un unico filo. Si piazzarono davanti ai due orinatoi che stavano ai lati di Pichelli. Senza abbassarsi la zip, si girarono, rivolgendogli un ghigno da bulletto di scuola, carico di intenzioni. Pichelli mantenne lo sguardo fisso davanti alla porcellana bianca del muro davanti a lui, con le mani tremanti, ben strette intorno al pene, come per proteggerlo.

I due si levarono il cappello, rivelando le svastica tatuata sulla testa di uno e la croce celtica tatuata su quella dell’altro. Avevano visi lunghi e appuntiti, con minuscoli occhi verdi serpentini che sembravano luccicare perennemente di esaltazione infantile. Pichelli piegò la testa in giù e strinse i glutei, cercando di fermare il getto d’urina che non accennava a placarsi.

«Ti sei dimenticato di autografarci il libro» disse il fascista alla sua sinistra, gettando una copia de La mano nell’orinatoio. A guardare la copertina e le pagine gonfiarsi di piscio, Pichelli si sorprese di non provare la minima rabbia o umiliazione. Vi ci trovò piuttosto una sorta di soddisfazione misto a sollievo per non essersi ritrovato a farlo di sua spontanea volontà nella solitudine di casa.

Pichelli scosse la testa. Poi, accennando un sorriso da spaccone, disse:

«Fate quello che volete. Potete piegare me, ma non potete ammazzare un’idea. Io… io non avrò mai paura di una svastica».

Il ghigno si spense dalla faccia dei due uomini e si scambiarono una rapida occhiata carica di confusione.

«Stai parlando del libro?» chiese il primo alla sua sinistra.

«Se parli del libro ci metti in imbarazzo» aggiunse l’altro, alla sua destra.

«Perché non l’abbiamo letto» disse quello a sinistra, riattaccandosi. E portarono avanti la conversazione così, alternando le frasi, completando l’uno il pensiero dell’altro come una lunga catena.

«E poi non siamo nazisti.»

«E nemmeno fascisti.»

«Siamo… autonomi».

Pichelli alzò gli occhi dall’orinatoio per dare una rapida occhiata ai tatuaggi sopra le loro teste. I due uomini abbassarono lo sguardo, imbarazzati.

«Errore di gioventù» rispose quello a sinistra.

«Non li cancelliamo perché abbiamo deciso di portare questi simboli come una croce».

«Come una cicatrice».

«Ma non ci piace essere giudicati per un errore del passato».

«Siamo molto di più della somma dei nostri errori».

«Tornando indietro, non lo rifaremmo».

Pichelli fece schizzare gli occhi ai lati, teso e indeciso, e disse:

«Non potreste farvi crescere i capelli? Per coprirle…?»

Il getto di urina si fermò di colpo, lasciando i tre nel silenzio. I due uomini si guardarono e poi riabbassarono lo sguardo.

«Alopecia».

«Entrambi».

«Siamo gemelli».

«Un raro caso genetico».

Restarono di nuovo in silenzio e il getto di urina riprese di nuovo come per magia, potente e costante come una cascata.

«La Presidentessa ti vuole parlare».

«La Presidentessa di chi?» chiese Pichelli.

«La nostra» risposero i due all’unisono.

«Ha una proposta da farti» continuò poi quello a sinistra.

«Lei lo ha letto il libro».

«Non l’è piaciuto».

«Non è buono nemmeno per una lettura da ombrellone, dice» disse l’uomo alla sinistra, facendo spallucce.

«Preferisce La Stagione delle Piogge».

«Tutti preferiscono La Stagione delle Piogge».

«Soprattutto lei».

«Dice che le devi un favore, comunque».

«Hai fatto anche tu degli errori…»

«Solo che al tuo si può riparare».

«Un passo alla volta».

«Ma devi volerlo tu, per primo» concluse quello a destra, facendo scattare la lama del coltellino a serramanico sotto lo scroto di Pichelli.

Al contatto gelido della lama, Michele lanciò un singulto, stringendo la presa intorno al pene mentre il getto di urina continuava a scorrere senza intenzione di fermarsi.

«Hai chiamato tua figlia, oggi?» chiese quello alla sua sinistra, mostrando un ghigno.

«Diana».

Il gettò di urina si fermò. Pichelli sentì il cervello chiudersi di colpo come una tenaglia. Nessun pensiero riusciva ad attraversarlo, nemmeno la paura. L’uomo alla sua sinistra gli prese il cellulare dalla tasca e glielo porse. Pichelli staccò una mano dal membro e, dopo aver sbagliato due volte il pin, entrò nella rubrica e selezionò il numero di Diana.

Il ronzio sommesso di una vibrazione attraversò l’aria. L’uomo alla destra prese un cellulare dalla tasca e lo appoggiò davanti a Pichelli. Il telefono, avvolto in una cover rosa con le orecchie da coniglio, vibrava, con la scritta ‘’Papà M.’’ che lampeggiava contro lo sfondo nero del display.

Il cervello di Pichelli si schiuse, fissandosi sull’ultima immagine che aveva di sua figlia, rinchiusa dietro sbarre di plastica bianca. Pichelli lanciò un lamento disperato e asciutto, senza lacrime. Il fascista alla sua destra sorrise e rimise il cellulare in tasca.

«La Presidentessa dice che hai un debito da saldare» disse l’uomo alla sinistra.

«E non ti è bastato ignorarlo, dice.»

«No, hai dovuto anche sputarci sopra» disse quello alla sinistra, indicando il libro zuppo di urina con un cenno della testa.

«Domani hai una presentazione. Sa quand’è».

«E sa dov’è».

«Non vuole mettersi tra te e i tuoi impegni».

«Ti chiamerà lei. Domani sera».

«Dopo la presentazione».

«La seguirà in streaming».

«È curiosa di sapere cosa pensi adesso della Stagione delle Piogge».

«Ora che ti ricordi del favore che ti ha fatto».

«Io i soldi non ce li ho…» rispose Pichelli, cercando di placare il tremore alla voce.

«Sì, è quello che abbiamo detto anche noi alla Presidentessa».

«Dice che lo sa, ma che ci possono esserci cose più importanti dei soldi, o dietro i soldi».

«La Presidentessa è una donna che legge tra le righe».

«Non è il tipo da chiedere soldi e basta».

«Non come quelli degli altri partiti. No, non la è…»

«In ogni caso dice che non importa».

«Dice che farai tutto quello che ti chiederà».

«Non solo perché glielo devi».

«Perché dice che i papà…»

«… farebbero di tutto per i loro figli».

La lama grattò leggermente la pelle sotto i testicoli e si assestò su una nuova zona. Pichelli si irrigidì di nuovo alla sensazione di quel gelo affilato sulla pelle.

Guardò tutti e due gli uomini e, come un pupazzo con un ingranaggio rotto, fece cenno di sì con la testa.

«Vero» rispose.

«Bene, allora,» disse l’uomo, ritirando la lama. I due si rimisero il berretto.

«Ci risentiamo domani,» dissero entrambi, uscendo, questa volta con una leggere differita l’uno dall’altro.

Pichelli rimase immobile davanti all’orinatoio, con le mani ancora strette intorno al membro. Si aspettava di vedere il bagno ondeggiare, di tornare in preda alla stessa vertigine di prima, ma ogni cosa restava immobile, a parte per lo sciabordio dell’acqua nello scarico.

Fissava il muro davanti a sé, ma impresso sulla porcellana vedeva ancora la foto della ragazza, scivolare sul bianco luccicante delle piastrelle come uno spettro.

# 5 – Respira (pt. 1 di 2)

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«E adesso, respira».

Pichelli schiuse leggermente le labbra e fece fluire l’aria fuori dalla bocca. Le spalle iniziarono ad abbassarsi dolcemente, il petto si sgonfiò e, come promesso dalla voce registrata, ebbe immediatamente la sensazione di scivolare lontano dal camerino dello studio televisivo, sprofondando giù verso un vuoto morbido e tiepido

Cominciava a sentirsi leggero e pesante allo stesso tempo, come fluttuando da un estremo all’altro di una gigantesca calamita. La forza di gravità lo trascinava via, mentre i muscoli si fondevano alle note ronzanti del sitar sintetico che friggeva le casse dei suoi vecchi auricolari.

«La meditazione di oggi si concentrerà sulla nostra immaginazione» diceva la voce dolce e paziente della registrazione.

Pichelli stava seduto sulla poltrona bianca del camerino, apparentemente immobile, con le mani lunghe e nodose dolcemente posate sulle ginocchia e le piante dei piedi immerse nel soffice tappetino grigio. L’unica cosa a muoversi era il petto che si gonfiava e sgonfiava con un movimento impercettibile a malapena suggerito dalle pieghe della camicia.

Era quasi pronto per la presentazione: pantaloni di jeans, camicia di lino bianca poggiato come il lenzuolo di un fantasma sul corpo lungo e scheletrico. I capelli neri, leggermente bianchi intorno alle tempie e sul ciuffo erano già lucidi di gel, pettinati su un lato. Le guance, sempre mal rasate, stavano cominciando a farsi scavate e vuote, con il viso lungo e gli occhi grigi circondati da occhiaie scure. Era diventato il fantasma di sé stesso, letteralmente. Il corpo aveva cominciato a disfarsi con vent’anni di ritardo rispetto all’anima.

Quando la voce dell’applicazione gli diceva di concentrarsi sulla sensazione delle piante dei piedi contro il pavimento, Pichelli ritraeva le dita dei piedi a pugno, assorbendo la ruvidità del tappetino. Quando, invece, gli diceva di non respingere i suoni esterni o qualunque altra forma di distrazione, quello che accoglieva nello spazio vuoto appena creato nella sua testa era il suono del calpestio di scarpe e scarponi sul linoleum, dalle bestemmie dei tecnici che rimbombavano nel corridoio e dal furioso ronzio della ventola del portatile appoggiato sul tavolino di plastica davanti a lui.

«L’immaginazione è un dono che ci permette di concepire persone o situazioni che non si sono ancora avverate».

Si sforzava di non muoversi e di mantenere un respiro regolare, nonostante spesso gli capitasse di doversi affrettare per trovarsi in perfetto sincrono con le istruzioni impartite dalla voce, rischiando di andare in iperventilazione

«L’immaginazione può essere usata a nostro vantaggio o a nostro svantaggio» continuò la voce dell’app. «L’immaginazione è un bellissimo dono da avere. E per quanto spesso possa essere usato per il male, può essere usato allo stesso modo per il bene».

Pichelli allungò una mano invisibile nelle acque scure e immobili in fondo al pozzo buio della sua immaginazione. Strizzò gli occhi, mentre la mano andava sempre più in profondità, alla ricerca di qualcosa… qualunque cosa. Cercava senza ambizione sia nel bene che nel male. Aveva smesso di illudersi di trovare perle o pepite in fondo di quell’acqua torbida: nuove direzioni e sottotrame, particolari rivelazioni improvvise dietro le azioni apparentemente inspiegabili dei suoi personaggi a cui poteva a dare un nuovo senso e un nuovo suono. Per dov’era arrivato, rinchiuso immerso nel profumo di lavanda dei deodoranti per ambienti da discount, si sarebbe accontentato di trovare qualche sassolino tra la sabbia depositata tra le linee della mano lessata dall’acqua. Ma, ormai, la sua non era diventata né più né meno di una disperata ricerca di monetine nel fondo di un cesso. Solo sa la sua merda riusciva a racimolare, nemmeno quella di qualcun altro.

«L’immaginazione è concentrarsi su quello che ti fa sentire bene, quello che ti fa sentire completo e il riflesso della bontà che vuoi donare al mondo».

Non che avesse mai avuto davvero nulla di buono da donare al mondo: soltanto fango e sassi, denti insanguinanti che sprofondavano nella sabbia e riflessi cromati di pistole lunghe e pesanti. La gente lo amava e con quell’amore poteva andare avanti verso prospettive che non includevano il terrore di ritrovarsi a non poter più pagare le bollette o chiedersi che tipo di istruzione sarebbe riuscito a finanziare per Diana.

«Quando fai uso della tua immaginazione» disse la voce. «Concentrati su queste domande: Cosa mi fa stare bene? Cosa mi fa stare bene con gli altri?»

Pichelli strizzò gli occhi e si mise a cercare. Trovava solo quelle acque nere e torbide dove si aspettava di vedere il riflesso di Diana, increspato dall’acqua. Ma quello che vedeva era solo una macchia olivastra, che aveva appena le sembianze di una creatura umana. Pichelli allungò la mano, e…

Bussarono alla porta.

«Cinque minuti…»

Si levò le cuffie dalle orecchie e le appoggiò accanto al computer, mentre il suono inscatolato e metallico della voce britannica e del sitar continuavano a sciorinare istruzioni e idealizzate visioni del mondo dagli auricolari.

Trovò sulle mani chiuse in due pugni tremanti sopra le ginocchia. Strinse le dita, cercando di placarne il tremore, ma a ogni tentativo, sentiva gli occhi gonfiarsi di lacrime e la gola mozzarsi.

«Sì, ci sono» rispose con la voce come indolenzita da ore di sonno.

Guardò il foglio Word sullo schermo del computer: bianco, a parte per il cursore pulsante, ancora in attesa di istruzioni. Sospirò languido, chiudendo gli occhi. Si piegò sulla schiena e si raddrizzò, cercando sollievo dal dolore, e s’incamminò verso la porta.

Il caldo nello studio si era già fatto insopportabile.

Al primo contatto del fascio dei fari sul collo, sentì subito la camicia appiccicarsi alle scapole e più si costringeva ad ignorare quella fastidiosa reazione del suo corpo alla luce, più questo sembrava rispondere fisiologicamente facendo traspirare altro sudore in parti in cui non sapeva nemmeno di poter sudare.

La presentazione del libro si teneva nel minuscolo studio di un’emittente locale, con Pichelli e il moderatore intrappolati tra due sottili pannelli di cartapesta color crema. Incastrato su ciascun pannello c’erano due schermi al plasma su cui passava la copertina del nuovo romanzo, a volte comparendo e scomparendo in decine di granuli virtuali, altre volte volando e rimbalzando tra gli angoli dello schermo come l’immagine di un vecchio salvaschermo.

Il programma non aveva nome, era solo ’’il momento culturale’’ della piccola emittente milanese che il suo agente aveva contattato mesi prima.

Alla domanda di Pichelli: «E a che ora lo trasmettono?» gran parte dello staff rispondeva piegando le labbra, sbuffando, facendo spallucce o semplicemente andandosene.

Pichelli faceva il possibile per non girarsi verso gli schermi: farlo avrebbe soltanto aumentato la sudorazione. Odiava la resa grafica di quegli schermi quasi quanto quella copertina che non aveva fatto in tempo ad approvare: un’enorme mano nera su uno sfondo bianco dietro cui si stagliava minuscola l’ombra di un bambino. Il titolo del libro, La Mano, era scritto in rosso con un carattere che imitava il tratto dei pastelli a cera. Una soluzione un po’ tanto pigra quanto kitsch, soprattutto quando tutta quella resa grafica non c’entrava un bel niente con il romanzo.

Sulla cinquantina di sedie disposte davanti a loro, solo una decina erano occupate da quelle che sembravano persone di passaggio, elettricisti e tecnici dello studio, sparpagliati così da dare l’illusione di un pubblico.

L’ansia non era una cosa nuova per Pichelli. C’era sempre stata, sin dai tempi delle fiere del fumetto, delle presentazioni dei nuovi volumi de La Stagione delle Piogge che andavano tutto esaurito in poche ore. Tempi diversi, ma azzoppati dalla stessa debilitante paralisi. La sola differenza, era che prima delle app per la meditazione, prima delle gocce di Xanax da 500 nel mezzo bicchiere d’acqua, quello che bastava al giovane Pichelli era ripetersi una semplice, brevissima frase:

«Sono qui per te. Aspettano te. Vogliono solo te. Fagli un regalo».

Ed era vero.

Pichelli era la ragione per cui le fiere facevano il pienone nelle giornate in cui presenziava. Buona parte dei suoi fan non pretendeva molto se non di vedere Pichelli in carne ed ossa, vederlo condividere il loro stesso piano di realtà, respirare, sudare, balbettare e tremare esattamente come loro. Pichelli donava una certa speranza ai suoi ammiratori: non parlava la lingua delle divinità, come loro. Chiunque sarebbe potuto diventare Michele Pichelli. Chiunque, potenzialmente, avrebbe potuto scrivere una Stagione delle Piogge se solo si fossero sbattuti tanto quanto aveva fatto lui, se avessero avuto il coraggio di levarsi le bende e infilare il loro dito lungo e sporco nella ferita. A volte, a metà di uno dei suoi attacchi di logorrea, – spesso scatenato dai suoi piani per il futuro del Santo e quella dannata ‘’Danza della Pioggia’’ , – alzava gli occhi verso il pubblico e trovava centinaia di altri occhi simili ai suoi, luccicanti di un’ammirazione e di una curiosità che non vedeva mai nei suoi riflessi nello specchio.

Trent’anni dopo, con i fari incandescenti dello studio televisivo puntati su di lui, Pichelli alzava gli occhi vedeva e trovava qualche decina di occhi che lo fissavano alla ricerca di qualunque indizio che gli facesse capire chi fosse, che cosa avesse tanto di speciale quel cinquantenne deperito seduto tra i pannelli dello studio.

Il presentatore, un giovane dottorando in letteratura con una barbetta castana e rada e un pesante maglione marrone nonostante il mese di agosto, presentò l’ultimo libro dell’autore: un romanzo di formazione su un ragazzo di origini ebraiche che si unisce a un gruppo di neo-nazisti di una piccola provincia lombarda.

«Quindi cos’è questa ‘Mano’’?» iniziò il moderatore, parlando con una voce flebile, gentile, quasi sussurrata. Gesticolava, disegnando linee con le dita o afferrando frutti immaginari nell’aria. Teneva gli occhi fissi sulle punte degli stivali marroni, come se Pichelli non fosse lì con lui, come se quel palco fosse stato allestito solo per le sue divagazioni ad alta voce. «Un’idea, un segno….»

Pichelli riempì i polmoni ed espirò, ma le spalle non sembravano volersi rilassare. Non c’era il suono dei sitar e nemmeno la voce britannica a dirgli cosa doveva o non doveva fare per evitare un possibile attacco di panico.

Chiuse gli occhi, per un breve istante. Quando gli riaprì, il silenzio dello studio lo aveva già sommerso già da almeno un paio di minuti. Il moderatore lo guardava paziente, facendo dondolare dolcemente la gamba accavallata sull’altra, piegandosi verso il backstage in cerca di aiuto. Il pubblico davanti a lui continuava a fissarlo, inerte e annoiato. Poteva sentire nitidamente il fruscio dei vestiti e gli scricchiolii delle sedie di plastica arrivare amplificati fino a lui.

«Sì. Ciao a tutti…» disse, sporgendosi in avanti. «Qual… qual era la domanda?» chiese ridacchiando e girandosi verso il pubblico, in cerca di un’occhiata d’intesa.

«Pensavamo potesse spiegarci meglio che cosa fosse questa ‘’Mano’’ che, come ho detto, afferra tutto: la copertina del libro, il lettore, un’idea di innocenza, di un futuro…»

«L’idea, sì… be’, La Mano non vuole proprio essere una metafora. Nel senso, lui la usa, spesso, per fare il saluto…» alzò la mano destra e la bloccò, impedendosi di imitare un gesto sfortunato in diretta televisiva. «Ma… ma forse sì, può anche essere una metafora se volete. Sì… »

Sentiva la voce acuta e stridula grattargli la gola. Si era allenato tutta la mattina con gli esercizi di respirazione, provando risposte ipotetiche davanti allo specchio, mantenendo il diaframma ben teso per evitare i soliti picchi acuti della voce. In quell’istante, non si sentiva nemmeno troppo sicuro del nome del suo protagonista.

«Non sono io a decidere cosa è o cosa non è quella mano» continuò. «Non ho davvero il controllo su queste cose. Nel momento in cui finisco di correggere l’ultima bozza e il manoscritto va in stampa, la storia non è più mia, è vostra» e tese le mani verso la decina di teste che lo fissava. «Per cui, se volete che la mano sia una metafora, è una metafora, va bene. Volete che sia solo una mano? Allora, è solo una mano, ecco».

Pichelli proseguì, sciorinando al pubblico la genesi del suo romanzo, di come fosse nato il personaggio di Lorenzo, delle esperienze personali e quelle esterne che lo avevano colpito e che erano andati a confluire nelle esperienze formative protagonista.

«Non che la senta come una biografia mia o di chissà chi» disse, sentendo di anticipare una possibile domanda. «Parlo solo di quello che mi sta a cuore e, man mano che avanza la stesura, questa diventa una parte di me».

Sviscerò l’iniziale titubanza di parlare di un argomento come il neo-fascismo, non tanto per la pesantezza del tema ma perché: «A volte non mi sento abbastanza intelligente per parlare di certe cose. Anzi, senza ’’a volte’’» la sua risata riecheggiò nella stanza, riducendosi a un flebile eco nel vuoto.

Poi, ritornò al suo discorso:

«In ogni caso, pur condividendo l’idea più popolare che si ha del fascismo…» i suoi occhi si fermarono su due persone in particolare, sedute sulle ultime due sedie a destra dell’ultima fila. Due uomini che nascondevano i corpi secchi e pallidi sotto i bomber verdi, con le teste rasate coperte da due berretti ufficiali de La Stagione delle Piogge. Lo guardavano ridacchiando con le braccia incrociate.

Pichelli s’interruppe, immobilizzato con le mani a mezz’aria.

«Ma… c-come ho detto» continuò, cercando di ricomporsi. «Non riesco a parlare di cose che non conosco e… e il fascismo è una di quelle cose».

«Vuole dire che non conosce il fascismo?» chiese il moderatore.

Pichelli lo guardò sgranando gli occhi.

«C-Certo che… no, conosco il fascismo. Lo conosco.»

«Perché ne parla nel suo libro…»

«Sì, ma, non è proprio un’analisi storica o sociologica, ecco. Non voglio dire niente di nuovo sul fascismo. Se volete approfondire il fascismo, non dovreste leggere il mio libro.»

Gli occhi di Pichelli si spostarono sul suo agente dietro le quinte: un uomo grande e grosso con la testa rasata costantemente imperlata di sudore che, in quel momento, sentendo il suo cliente sconsigliare ad almeno una ventina di potenziali lettori (tra pubblico in studio e sintonizzato) di non leggere il suo ultimo libro, si copriva gli occhi con la mano paffuta e stringendo i denti da cui probabilmente stava probabilmente sibilando una bestemmia.

Il moderatore rimase a girare sulla poltrona, facendo schizzare gli occhi tra Pichelli e il pubblico. Poi, dopo una frenata decisa, scavallò lo gambe e con una voce che fremeva di una eccitazione fin troppo costruita, disse: «Allora, direi che possiamo dare spazio alle domande».

La proposta venne accolta con qualche mugolio, seguito da qualche colpo di tosse. Pichelli rimase a guardare verso la ’’platea’’ con un sorriso fisso e immobile, troppo fisso e immobile perché potesse apparire davvero sereno.

Una mano si levò. Una signora con i capelli tinti di rame fino alle radici bianche e un enorme collana di perle. Si alzò a fatica, in equilibrio precario sui fianchi larghi. Aggiustandosi gli occhiali dalla montatura spessa e dorata, chiese, con un forte accento russo:

«Perché suo fratello non fa pace con Russia?»

Pichelli e il moderatore rimasero a fissare la donna, perplessi.

«Io…»

«Donato Carrisi sarà ospite la settimana prossima, signora» si affrettò a dire il moderatore, rischiando quasi di rompersi il naso col microfono.

«Oh» rispose la donna, lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi.

«Non credo nemmeno siano fratelli» sussurrò Pichelli.

La donna fece spallucce, si girò e se ne andò. Pichelli e il moderatore la seguirono in silenzio mentre attraversava le sedie vuote fino all’uscita.

«Va bene» riprese il moderatore, con un sorriso forzato. «Il prossimo?»

Si alzò un uomo sulla trentina: magro, occhiali e capelli rasati.

«Buonasera. Ha descritto quella del protagonista Niccolò…»

«Lorenzo» lo corresse Michele.

«Lorenzo… come la storia di un ragazzo che alla fine smetterà di respingere il male che è dentro di sé per venirci poi a patti».

Pichelli sorrise e si sporse in avanti.

«Sì, esatto».

«Ok, va bene» rispose l’uomo, sorridendo soddisfatto e tornando a sedersi.

Poi si alzo un ragazzo. Capelli lunghi, ricci e neri che ricadevano sulla maglietta con incisi i caratteri incomprensibili di quella che doveva essere una sconosciuta band black metal.

«La mano è la continuazione di un discorso iniziato con La Stagione delle Piogge?» chiese con la voce profonda e nasale.

Il sorriso di Pichelli scemò.

«No, quella… quella è un’altra storia».

«Ma la struttura, l’arco del personaggio…»

«No, non credo, no. Non c’entrano niente».

«Anche nei due libri precedenti si possono intuire passaggi e scene che ricordano La Stagione…»

«La Stagione delle Piogge è un’altra storia» la voce di Pichelli si fece improvvisamente stridula, con l’eco dell’ultima vocale che sembrava rendere il silenzio nella saletta ancora più immobile.

Il ragazzo si sedette, facendo spallucce e incrociò le braccia.

«Ci sono altre domande?» chiese il moderatore, sorridendo imbarazzato verso il pubblico.

Un silenzio gelido prevalse sul caldo soffocante dei fari. Un crampo allo stomaco fece piegare Pichelli in due. Lo studio cominciò oscillare, come vorticando sulla punta di un ago. Gonfiò le guance e si premette una mano contro la bocca.

Si alzò in piedi e corse via, sparendo dietro i pannelli dello studio, trascinando con sé il microfono ancora legato ai pantaloni.

# 4 – Oh, Superman! (Pt. 2 di 2)

Amazing Spider-Man Vol. 1 #129 di Gerry Conway & Ross Andru

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Riuscì ad arrivare al cancello senza sputare una goccia di sangue. Una piccola vittoria per quel pomeriggio, come ghiaccio su una ferita ancora cosparsa di sale. Attraversò il cancello senza richiudere la catena. Zoppicò per il sentiero di ghiaia, sbuffando e latrando con le mani premute sul costato dolorante. Saltò gli scalini d’entrata in un solo balzo e aprì la porta con una spallata, buttandosi in ginocchio sul pavimento. Alla fine, strisciò a carponi fino al muro e si sedette. Ingurgitò il suo succo in un’unica sorsata, gettò la bottiglietta in un angolo e si lasciò andare e in un pianto liberatorio scatenando un’esplosione di fitte che gli riempì il petto.

Cosa cazzo pensavi di fare a portarti una pistola che neanche hai le palle di usare? Chiese la Voce. Non ti rende una persona migliore di loro…

«Proteggermi… volevo proteggermi. Volevo…» Marzio torse le labbra in un ghigno. Sputò e digrignò i denti. «Volevo fargli paura».

Non siamo pronti nemmeno per quello, figlio mio.

Un altro accesso di tosse lo piegò. Si tappò le mani con entrambe le mani per soffocare i singhiozzi, la tosse, la Voce e, in minima parte, il dolore che gli lacerava i polmoni.

«Vattene, allora» disse. Il mento che tremava su e giù, incontrollato. «Vattene via, se non sono pronto».

Non vado da nessuna parte, Marzio. Non senza di te. Disse la Voce, con un tono dolce e consolatorio. Sono qui. Lascia andare tutto. Sono qui.

Ora di cena.

Nella sala da pranzo, seduto a capo della tavola apparecchiata per due, Marzio osservava attraverso la finestrella sopra il lavandino il sole scivolare giù tremolante dietro le colline. Il sapore acre del succo di pera gli stava ancora appiccicato al palato, parzialmente diluito da quello del sangue. I polsi, la schiena e il costato pulsavano ancora per il dolore. Erano ferite superficiali, rispetto a tutto il resto; abrasioni che sarebbero guarite nel giro di qualche giorno. Nessun dolore che il suo corpo non avesse già assorbito in passato.

San Infantino sembrava bruciare silenziosa sotto la luce del tramonto, lentamente consumata dal calore da una patina di fuoco tremolante . Il cielo non sanguinava come al solito, non come ogni giorno. Qualcosa sembrava trattenerlo, gonfiandolo come una vena ostruita, pronta ad esplodere.

Una zaffata improvvisa della zuppa di cavolo lo risvegliò dalla sua contemplazione del tramonto. Spostò gli occhi sulla sedia all’altro capo della tavola, occupata dal bomber verde e ancora sporco di calce di papà messo davanti a un altro piatto di zuppa fumante. Rivolse alla giacca un sorriso affettuoso e si piegò a mangiare.

«Sono sceso in paese, oggi» disse Marzio, dopo un paio di cucchiaiate. «È andato tutto bene, davvero. Ho incontrato… delle persone. C’era anche Gian, quello che andava a scuola con me».

Una manica del bomber ebbe uno spasmo impercettibile, spinto da uno spiffero.

«No, non è cambiato» rispose Marzio, tornando al piatto con un sorriso amaro. «È ancora una cattiva persona.»

Tra una cucchiaiata e l’altra, Marzio alzava gli occhi verso il bomber verde e cercava di riempirne il vuoto con il fantasma di suo padre, ma la memoria lacerata dai fulmini ricreava solo un ologramma granuloso, triturato e deformato come passato attraverso un disturbo televisivo. Non si ricordava quale fosse il suo piatto preferito. Non ricordava se preferisse pasteggiare con acqua, vino o birra. Non era nemmeno certo che la zuppa gli piacesse, ma avrebbe provato e riprovato comunque, servendo ogni sera piatti e bevande diverse, convinto che il giorno in cui avrebbe indovinato la giusta combinazione, qualcosa dentro di sé glielo avrebbe detto, come gli aveva detto come e quando incontrare La Voce.

«Pensavo di prendere la macchina per qualche giorno, se per te non è un problema», disse Marzio, tenendo la testa bassa sul piatto. Rimase immobile, in attesa di una risposta, poi alzò la testa verso la giacca e sorrise.

«Grazie, papà. Non te la chiederei se non fosse importante. Domani…» Marzio rimase ad agitare il cucchiaio a mezz’aria. «Domani Pichelli viene in città. È vicino. È… è una buona occasione per incontrarlo. Ci sono così tante cose che dobbiamo dirci.».

La manica del bomber si mosse di nuovo.

«No, non li fa più i fumetti. Fa libri, adesso» Marzio scosse la testa e piegò le labbra in una smorfia. «Ho provato a leggerne uno, ma non mi piacciono. Non li capisco. Parla un’altra lingua. È come se non parlasse più con me… o di me.»

Appoggiò il cucchiaio al piatto e annuì verso il nulla, mostrando un sorriso nostalgico. Oltre la finestra, il sole ormai era sparito e il cielo si era raffreddato in un colore bluastro e pallido, come il corpo di una gigantesca medusa che catturava il paese sotto il suo corpo.

«Sì, anche a me manca La Stagione delle Piogge. Ricordo quando ti aspettavo tutto il giorno e ti vedevo scendere dal furgoncino con l’ultimo numero arrotolato nella mano. Era il giorno più bello della settimana. Tutti aspettavano sabato, io aspettavo solo mercoledì, sì.»

Un suono cristallino di vetri rotti esplose alla sua sinistra. Una macchia nera schizzò davanti a lui prima di vedere la zuppa bollente esplodergli in piena faccia. Marzio lanciò un urlo e si buttò a terra, levandosi pezzi bollenti di carote, cavolo e patate dagli occhi e dalla bocca. Quando tutto sembrò quietarsi, alzò la testa oltre il tavolo e si bloccò. Un sasso liscio e nero emergeva dal piatto di zuppa tra frammenti di verdura e schegge di vetro. Uno dei quattro riquadri della finestrella era sparito, lasciando soltanto un paio di cocci affilati incastonati nel telaio. Marzio fece per alzarsi quando un altro sasso passò attraverso l’altro riquadro della finestra, andando a schiantarsi sul piatto di papà. Non c’era niente che potesse fare se non rimanere a guardare impietrito la zuppa schiantarsi sulla giacca, macchiando le spalle e la manica sinistra del bomber di melma arancione e grumosa.

Strisciò a carponi fino all’altro capo del tavolo. Prese un fazzoletto e cominciò a strofinare disperatamente la manica, il colletto e ogni parte della giacca colpita dalla zuppa. Il terzo sasso passò attraverso lo scheletro della finestra, andando a colpire direttamente la spalla della giacca.

L’elettricità attraversò il corpo di Marzio. Lanciò un ringhio da battaglia e strisciò a carponi fino all’atrio. Schermato dal muro, si alzò in piedi e corse fino al ripostiglio al lato opposto del sottoscala. Aprì la porta e rovistò tra le tovaglie e i tovaglioli piegati sugli scaffali, finché non trovò la scatola di legno che conteneva la Desert Eagle. Prima di afferrare la scatola, si ritirò di colpo, piegando la schiena e le braccia come colpito da un infarto e mugolò un: «No… »

Si afferrò il polso e lo schiacciò contro il muro. Poi, si lasciò cadere ginocchio e, in un ultimo sforzo di volontà, calciò la scatola lontano da lui.

Non ti lasceranno mai in pace, così ringhiò La Voce nelle sue orecchie.

Un quarto sasso disegnò un arco nell’aria, rotolando sul pavimento davanti a lui.

«Un… altro… modo… non questo » rantolò Marzio, continuando a trattenere il polso sul pavimento, finché non si rilassò, sciogliendosi come una manica.

Si rialzò, infilò le mani in mezzo ai piatti e all’argenteria dello scaffale sottostante e ne tirò fuori una pistola nera ad aria compressa e una scatola di plastica trasparente piena di pallini di piombo gialli.

Cosa pensi di fare con quella?

«Male» rispose Marzio, affannato. «Basta fargli male».

Strisciò verso la cucina, sulle braccia, come un soldato addestrato. Si accucciò sotto il lavandino e attese.

Attese, digrignando i denti e stringendo il manico della pistola fino a farla scricchiolare. Poi, il sussurro di un’altra voc gli arrivò all’orecchio sinistro:

«È uscito?» bisbigliò una voce stridula e puberale all’esterno, emergendo tra il frinire dei grilli.

«No…»

Marzio scattò in piedi, puntò la pistola oltre la spaccatura nella finestra e sparò due colpi.

Un urlò gracchiante si levò dall’erba alta, mentre un suono soffice di passi si allontanava rapido verso il cancelletto. Tenendo l’arma puntata nel buio, Marzio intravide due ombre che si stagliavano contro l’orizzonte puntellato dalle luci delle case e dei fari. Una riuscì a scavalcare il recinto e a buttarsi nel bosco, mentre l’altra le correva dietro saltellando e zoppicando. Marzio sparò un ultimo colpo, e l’ombra sparì di colpo, come risucchiata dalla terra.

«Perché non mi lasciate in pace?» urlò Marzio, attraverso il buco nella finestra, tradendo un piccolo acuto di disperazione.

Perché ti basta fargli male…

Attraversò la cucina e si fermò di colpo vicino alla giacca del padre. S’inginocchiò e provò di nuovo ad asciugare via le macchie di zuppa ormai seccata. Lanciò il tovagliolo e uscì verso il cortile, asciugandosi le lacrime nelle maniche della maglietta. Poi, si bloccò sulla soglia, colto da un improvvisa e familiare sensazione di svuotamento. L’elettricità lo colse con la guardia abbassata, lasciando Marzio a tremare sulla soglia, mentre gli occhi cominciarono a colorarsi d’azzurro.

Sfondò la porta con un calcio e scese le scale. Il suo andamento si era fatto rigido e sicuro, con la schiena dritta e fiera e la pistola ben schiacciata contro la coscia. Arrivò a una piccola depressione in mezzo all’erba, occupata dal corpo di un ragazzino, rannicchiato in posizione fetale con le mani premute contro la spalla sanguinante.

Marzio spinse il ragazzo con la punta della scarpa e lo fece stendere sulla schiena.

«Ma ti ho già visto, io».

Era il ragazzo con la faccia da topo che aveva visto passare davanti alla chiesa. L’ombra che era scappata nei boschi doveva essere l’altro ragazzino, quello con la faccia perfino meno sveglia e furba di quell’altro.

Infilò la punta della scarpa nel forellino nero del proiettile all’altezza della spalla. Il ragazzo urlò, inarcando la schiena e ululando con gli occhi sbarrati verso il cielo calmo e stellato. Una macchia di sangue scuro si spanse da sotto la suola, imbrattando la maglietta del ragazzo.

«Così, bravo. Fuori tutto», disse Marzio, paziente, con le braccia incrociate dietro la schiena. «In questo posto nessuno mi sente mai piangere o urlare. Il dolore qui resta un segreto».

Faccia-da-topo continuava a singhiozzare e a ululare, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo implorante al viso duro e affilato di quello che sembrava avere soltanto le sembianze di Marzio. Ogni volta che il ragazzo tentava di asciugarsi le lacrime, Marzio premeva sulla ferita, costringendolo con le braccia a terra, mentre le lacrime e il muco scendevano rapide lungo il viso e il collo. A ogni scarica di dolore, le dita pallide e nodose del ragazzo affondavano nella terra, strappando via grosse manciate di erba umida per poi ritirarsi zampette spaventate quando sfioravano per sbaglio la punta della scarpa di Marzio.

«Vi è andata male, stasera. Cercavate Marzio e, invece, avete trovato me,» Marzio sorrise e si passò la punta della lingua sulle labbra.

Il ragazzo sgranò gli occhi. L’ultima traccia di pianto svanì, risucchiato in un silenzio esterrefatto.

«Già» rispose Marzio, annuendo. «Alla fine è pazzo davvero».

Piegò due dita ad artiglio, gliele infilò nelle narici e lo trascinò via nell’erba.

«Dovresti sceglierteli meglio gli amici che ti fai» disse al ragazzo che ancora cercava un appiglio disperato tra i fili d’erba. «Abbandonato come un cane qui, in mezzo alla campagna. Non ti posso biasimare. È difficile trovare brave persone, figurarsi gli amici».

Si fermarono davanti a un’altra piccola depressione nell’erba, occupata al centro da un’enorme tagliola con la vernice rossa screpolata ai margini che mostrava una seconda pelle di ruggine scura. Appena la vide, il ragazzo si riaccese di colpo e ricominciò ad urlare e a piangere, tempestando le gambe e i glutei di Marzio di pugni e graffi inferti alla cieca.

«Fossi andato ancora qualche metro più in là, ti saresti trovato la gamba incastrata in quella tagliola» disse Marzio, con lo sguardo perso tra le lame della tagliola. «Meno male che ti ho trovato prima».

Gli levò le dita dal naso e, prima che potesse anche solo contorcersi, lo afferrò per i capelli e gli portò il viso davanti al suo. Gli occhi di quell’uomo erano diversi da come li ricordava: di un azzurro gelido, crudele, diverso dagli occhi castani carichi di pena che ricordava.

«Come ti chiami?» chiese Marzio.

«Fl…Fl…» singhiozzò Faccia-da-topo, con le guance e il contorno della bocca lucidi di lacrime.

«Non esiste una risposta sbagliata a questa domanda, avanti». Gli occhi del ragazzo scivolarono verso la tagliola, ma Marzio lo strattonò di nuovo. «Non guardare quella. Guarda me».

Il ragazzo sussurrò qualcosa di indecifrabile, mentre un filo di bava si allungava e si accorciava sotto il labbro inferiore torto dalla paura.

«Ripeti».

«Flavio».

«Flavio» sussurrò il Marzio, soddisfatto. «Flavio, non le senti le voci che girano su di me? Su di noi…?»

Flavio fece segno di sì con la testa.

«E vieni qui lo stesso… Per fare cosa?»

«Niente…»

«No, qualcosa avete fatto» e indicò la finestra distrutta.

«Io no, Domenico…»

«Ma adesso sei tu a trovarti con la faccia su una tagliola, non Domenico e sei tu che devi risponderne».

Faccia-da-topo sussurrò qualcosa, abbassando la testa fino a toccare il pento col mento.

«Che hai detto?» chiese Marzio.

«Scusa» disse il ragazzo, abbandonandosi al pianto. «Ho detto scusa».

Marzio strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca.

«Oh» Marzio allentò leggermente la presa dai capelli del ragazzo e si guardò intorno, confuso. Poi, lo guardò solenne e sorrise. «Se chiedi scusa… allora direi che siamo a posto».

La bocca di Faccia-da-topo indugiò prima di aprirsi in un sorriso incredulo.

«Graz… Grazie…»

Marzio strinse di nuovo la presa sui capelli e spinse la faccia del ragazzo in giù fino a fargli sfiorare la placca d’innesco della tagliola con la punta del naso. Il ragazzo soffocò un urlo, come se gli fosse andato di traverso. Sputò un grumo di saliva bianco e rosso sul metallo e riprese a piangere.

«Voi non vi rendete conto di quanta paura abbia di voi. Una paura boia. Scommetto che non sapete nemmeno perché lo tormentate».

Sentì il corpo del ragazzo afflosciarsi sotto la sua mano, svuotato da ogni prospettiva di tornare a casa con la testa ancora attaccata al collo e di ripensare a quei dieci minuti con Marzio solo come a un brutto ricordo.

«Mi dispiace. Mi dispiace… » continuò a piagnucolare Faccia-da-ratto come un disco rotto

«No, a me dispiace» Marzio scosse la testa. «Scommetto che l’idea è venuta al tuo amico, quello che ti ha lasciato qua. Ti sei fatto trascinare, è normale quando si è giovani. Non si ha un gran consapevolezza della propria individualità da ragazzini. Non avete volontà, né scopo. A parte per Marzio. Lui è nato che già sapeva che cosa doveva fare».

Le dita si addolcirono intorno ai capelli e prese a massaggiargli la nuca col pollice.

«Non riesco a pensare a niente di peggio del non sapere perché sei qui: venire al mondo continuare a vivere ogni giorno senza avere una vera ragione per aprire gli occhi all’alba».

Marzio appoggiò le ginocchia sull’erba soffice. Si piegò all’orecchio del ragazzo, senza perdere la presa sui suoi capelli, e gli sussurrò, con tono amorevole:

«Ma adesso, per te, la cosa finisce qui. Abbiamo trovato qualcosa da farti fare. Questo posto ha bisogno di un amico. Di una guardia».

«No…» rispose Faccia-da-topo con un suono fioco e fragile, in attesa della sua fine.

Nel buio dietro le palpebre, il ragazzo sentì di essere stato strappato via dalla terra da una forza sconosciuta e invisibile. Quando aprì gli occhi, sfocato dietro lo schermo di lacrime che gli copriva la vista, vide il viso di Marzio sorridergli, paterno. Lo guardava pieno di dolcezza, come se avesse aspettato il loro incontro per tutta la vita.

Le mani grosse e ruvide di Marzio scivolarono lungo le guance del ragazzino e gli incorniciarono il viso.

«Non ti preoccupare, Flavio. Ti perdono. Devo. Non posso portare odio con me, dove sto andando.»

Faccia-da-topo lo guardò con occhi spalancati e increduli.

«L’unico problema è che dobbiamo mettere le cose nel giusto equilibrio» alzò un pollice e gli aprì le labbra, accarezzando gli incisivi grossi e sporgenti del ragazzo. «Magari, iniziamo dando un’aggiustata a questi».

Il viso floscio del ragazzo tremò e si frantumò di nuovo in un pianto. In un gesto istintivo che lo riportava all’infanzia, affondò la faccia nel suo petto e si lasciò andare a un pianto liberatorio.

«Avanti, su. Va tutto bene adesso,» disse Marzio, accarezzandogli la schiena. «Risolviamo tutto. Adesso respira, avanti. Respira…»