# 2 – La Fortezza della Solitudine

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La Danza della Pioggia # 2 – ”La Fortezza della Solitudine (Leggi Online)

La strada verso ‘’casa di papà’’ sarebbe parsa molto meno meno lunga e dolorosa se San Infantino fosse stara una città fantasma, senza anime né occhi.

Da quando aveva memoria, non c’era stato un solo giorno in cui non avesse attraversato il paese senza sentire sulla nuca la pressione di una decina di occhi che calcavano e strisciavano sulla spalle come alla ricerca delle sue intenzioni tra il sudore e le cicatrici che gli coprivano la pelle.

Col tempo, aveva imparato a non fare troppo caso agli sguardi più visibili, come quello contratto che Bianca la cartolaia gli rivolgeva con le braccia incrociate sul bancone e quello dei vecchietti che uscivano a posta per sostare sulle scalinate e seguire il suo percorso, stretti ai loro quarti di vino. Poteva i loro occhi seguirlo mentre circumnavigava la piccola rotonda e seguirlo fino a quando non voltava l’angolo, sparendo dietro il condominio. Poi, c’erano gli occhi che si nascondevano dietro le zanzariere delle piccole casette che costeggiavano l’ultima stradina popolata prima di aprirsi come la foce di un fiume sulla campagna. Ogni volta che sentiva la pressione di quegli sguardi, sapeva di non essere mai cresciuto, di non essere quel trent’enne imprigionato in un corpo molto più vecchio, roso dal tempo e dall’elettricità, e di essere ancora il piccolo e rachitico Marzio, ‘’quello che correva’’.

Arrivato a ‘’casa di papà’’ si fermò, piegato dall’ennesimo accesso di tosse. Aveva imparato a sopportare con disgusto il sapore del sangue che gli riempiva la bocca. Per il dolore e la paura, invece, c’era ben poco da fare. A ogni colpo di tosse, sentiva i polmoni gonfiarsi e comprimersi come per cercare da fuggire dalla prigione di costole in cui erano imprigionate. A volte, gli accessi potevano essere tanto forti da fargli esplodere i capillari e colorare gli occhi di un vermiglio demoniaco. Tra un colpo di tosse e l’altro si lasciava andare a un breve ululato strozzato in un disperato tentativo di respirare, come se stesso riemergendo da acque gelide.

Una volta finito, si asciugò la fronte dal sudore e si pulì il sangue contro la rete che circondava il cortile. Sciolse la catena avvolta attorno alla porticina del cancello, abbastanza basso da essere scavalcato da chiunque senza sforzo (anche se quello era un rischio che nessuno in paese aveva ancora voglia di correre, limitandosi a gettare lattine e bottiglie di vetro vuote che Marzio raccoglieva diligentemente ogni mattina prima di colazione).

Ancora indebolito, percorse il sentiero di ghiaia nascosto tra l’erba incolta del giardino. Sulle scale, salutò laconico la vecchia cuccia di Krypto e spinse la porta d’ingresso, sempre aperta, anche in sua assenza.

Papà aveva costruito la sua casa con le sue mani, aiutato dai muratori della impresa di costruzioni che aveva gestito per tutta la vita e che, ancora oggi, portava il suo nome, nonostante le sue ceneri fossero state sparse per il giardino ormai quindici anni prima.

‘’Casa di papà’’ era stata costruita con la stessa fretta con cui si costruisce un rifugio sotterraneo a pochi attimi dall’annuncio di una guerra atomica. Il suo pavimento di legno scricchiolante e sempre umido, le crepe agli angoli dei muri bianchi e butterati con le grosse gocce di pittura solidificata testimoniavano paura e precarietà dove avrebbe dovuto esserci l’amore e l’affetto per qualcosa costruito con le proprie mani.

Entrato nello stretto atrio d’ingresso, salì le scale di legno che portavano al piccolo pianerottolo ed entrò nella sua cameretta, la stessa da quando era nato. C’era ancora il piccolo e stretto letto a una piazza avvolta in una coperta blu con raffigurati decine di miniature di Superman che volava a zig-zag tra stelle e pianeti sconosciuti con il pugno alzato e il sorriso raggiante da supereroe americano.

Si mise davanti allo specchietto appeso sopra la scrivania, si levò gli occhiali e incontrò il riflesso di due occhi di diverso colore, uno castano e uno di un azzurro gelido, che sembravano non aver sfiorato nessun’altra emozione che non fossero rabbia o dolore. Si tastò le guance, si massaggiò le mascelle, si passò le dita tra i capelli e sospirò.

Trent’anni passano in fretta, soprattutto quando una buona fetta dei tuoi ricordi e della tua vita vengono spazzati via dall’elettricità. Dalla sera del loro incontro, il corpo di Marzio era invecchiato di cinque anni nel giro di una settimana. Il primo ciuffo di capelli bianchi spuntò intorno al quindicesimo compleanno fino a diventare una parrucca di capelli platino per la fine del sedicesimo anno di età. Le prime rughe comparvero intorno al diciottesimo, periodo in cui si allargò anche il petto e le spalle e le braccia e le gambe si fecero spessi come tronchi. La Voce aveva smesso di consumargli la carne intorno al venticinquesimo anno , quando era diventato finalmente la copia sputata del quarantenne ritratto a tempere sulla copertina del fumetto italiano più letto del secolo.

Trascinò la sedia davanti alla libreria, ci salì sopra, si allungò verso lo scaffale e prese il primo numero della Stagione delle Piogge, la primissima stampa degli anni Ottanta. Si rimise davanti allo specchio e appoggiò l’albo contro la guancia, confrontando il viso del Santo che occupava la copertina con il suo. Un sorriso si allungò sul viso di Marzio, rovinando il confronto con il viso duro e minaccioso stampato su carta. Mancava solo la determinazione di quello sguardo che dava l’illusione di guardare verso il lettore, quando invece guardava verso l’orizzonte di quella che era arrivata come una promessa di pioggia e che, già dalla scrittura del quinto volume della sua storia, si era trasformata in una bugia. Adesso, rinchiuso nella stanza di un bambino ossessionato, quegli occhi erano colmi di un vuoto lungo vent’anni, senza più promesse né bugie.

Rimise il fumetto al suo posto, facendo attenzione a non confonderlo con gli altri. Si sedette sulla scrivania e disotterrò il computer portatile sepolto sotto il cumulo di fumetti ingialliti e vecchie riviste. Dopo la lunga attesa di loghi e schermate di caricamento, Marzio aprì il browser e aprì la pagina di Youtube. La homepage gli segnalava diversi video-saggi dedicati ai fumetti: analisi di supereroi o di cicli narrativi che hanno fatto la storia del medium, biografie dei grandi che hanno cambiato il fumetto. Poi c’erano i video ginnici con istruttori e istruttrici di combattimento che insegnavano ad avere braccia e gambe più forti o migliorare la propria resistenza cardiovascolare. Ma la maggior parte della home era occupata da video di interviste o speciali dedicati a Pichelli che ormai, a forza delle visioni ripetute, a volte anche nella stessa giornata, poteva recitare a memoria.

Fece strisciare il cursore sulle varie immagini di anteprima che ritraevano Pichelli con i capelli di taglio e colori differenti a seconda dell’epoca: il periodo dei primi volume, con i capelli tinti di blu e viola, sparati in alto dal gel; o il periodo tra il terzo e il quarto volume, con i capelli del suo castano naturale, leggermente più lunghi e disordinati; o la testa rasata che mostrava intorno al quinto (e per ora ultimo) volume. Scelse un video del suo periodo ‘’punk’’ con i capelli viola, nello studio televisivo di un importante talk show notturno che papà gli impediva sempre di guardare a causa dell’ora tarda. Ogni volta che metteva quel video, sentiva di aver violato, senza farsi beccare, qualche antico regolamento alla base del loro rapporto padre-figlio. Ormai era abbastanza grande per poterlo vedere in tutta tranquillità, anche alla luce del giorno (e papà, adesso, non c’è più…).

Nel video, Pichelli rispondeva con tono strafottente alle domande dell’intervistatore, un ciccione ingessato che sollevava questioni che non avevano nulla a cui vedere con La Stagione delle Piogge:

‘’Cosa pensa della violenza nei fumetti e nei film?’’

(«La preferisco nei videogiochi e nei fumetti che per le strade»)

‘’Le piacciono i film di Sergio Leone?’’

(«Qualcuno le ha mai detto di no?»)

‘’Cosa avrebbe voluto fare se non fosse diventato uno scrittore?’’

(«Medico o macellaio. In ogni caso volevo avere le mani sporche di sangue»)

Marzio chiuse il video e ne aprì un altro dell’ultimo periodo, dove Pichelli, con occhiali da sole e testa rasata, con indosso una comune camicia bianca e pantaloni di jeans, rispondeva alle domande di qualcuno che sembrava essere più un ammiratore casuale che un reporter. Era un filmato fatto con una videocamera portatile all’interno di quello che sembrava un parcheggio sotterraneo, come se lo avessero preso appena in tempo prima che potesse scappare con la sua macchina. Pichelli, nel pieno del suo ‘’periodo nero’’, stanco da quelle che sembravano giorni e settimane senza sonno e senza cibo, rispondeva balbettando, a una serie di domande su come sarebbe proseguita la sua storia.

Elencava eventi e personaggi che Marzio e Il Santo, come tutti gli altri lettori, potevano solo immaginarseli nelle loro teorie, divagazioni e sogni.

Pichelli, che ai tempi dell’intervista era ormai un anno che non dava notizie riguardanti l’ultimo volume de La Stagione delle Piogge diceva:

«C’è un finale, c’è… c’è sempre stato ben chiaro nella testa. Ho solo bisogno di tempo per ricaricarmi un attimo e dare a tutti il finale che aspettano» poi, nello sforzo di non mostrare stanchezza e depressione, accennò un sorriso e concluse: «Il Santo arriverà alla fine del suo viaggio.»

Marzio fermò il video. Ritornò indietro di un paio di secondi e fece ripartire il video.

«Il Santo arriverà alla fine del suo viaggio».

Pausa e indietro di nuovo.

«Il Santo arriverà alla fine del suo viaggio».

Di nuovo:

«Il Santo arriverà alla fine del suo viaggio».

Marzio mise in pausa il video e rimase a fissare Pichelli con quel suo sorriso sbilenco, più simile a un taglio praticato in maniera rozza e frettolosa. Sospirò, lottando con il desiderio di farglielo ripetere, finché non decise di dare a quelle parole ovattate e distorte dalla tecnologia del tempo il suono della sua voce:

«Il Santo arriverà alla fine del suo viaggio».

Chiuse Youtube e iniziò a spulciare tra le varie pagine Reddit dedicate alla Stagione delle Piogge.

Iniziò con la sezione dedicata alle fan-fiction, dove gli utenti proponevano versioni infinite di un ipotetico finale. Oltre al classico ‘’in realtà Il Santo è morto all’inizio e i deserti che cammina non sono che una resa differente dell’inferno’’, trovò una serie di alternative che non fecero altro che alimentare il dissenso della Voce, la quale a ogni finale alternativo rilasciava decine di scariche elettriche che attraversavano dolorosamente il cervello da orecchio a orecchio.

Un finale prevedeva che Il Santo, arreso e disperato, s’inginocchiasse al centro di un vasto deserto e si sparasse l’ultima pallottola, quella tenuta da parte alla fine dell’ultimo volume, dritta nel cervello.

Un altro, che almeno si sforzava di essere vagamente originale, vedeva il corpo del Santo subire una serie di deformazioni nel corso del sesto volume, una più orripilante dell’altra, fino a tramutarsi lui stesso nel Quarto Cavaliere. Lui era ‘’morte e carestia’’. Lui era l’ultimo nemico da battere. A questa versione Marzio non si sentì attraversare da nessuna scarica, massimo da una specie di ronzio, simile a quello di un frigorifero.

Ma una nuova scarica arrivò al finale seguente, dove si scopriva Il Santo risvegliarsi nella sua fattoria, quella del primo volume, con la pistola in mano, calda e fumante, circondato dai cadaveri di sua moglie e dei suoi due bambini.

Convinto che un’altra scarica l’avrebbe portato in una specie di stato vegetativo, Marzio cambio sessione, passando a quello più distensivo delle analisi e delle teorie intorno agli eventi e i personaggi del fumetto.

Un utente era convinto che in realtà Il Santo fosse morto con la sua famiglia già dalle prime pagine e che le storie dei cinque volumi non fossero altro che un viaggio di redenzione atto a ripulire e quindi salvare la sua anima prima dell’ascensione in paradiso. Marzio rimase in attesa di una replica della Voce, ma non la sentì né confermare né di smentire, limitandosi piuttosto a rispondere con il solito ronzio che Marzio cominciava a interpretare come una specie di mugolio di indecisione.

Marzio scartò le altre teorie che si affidavano ai riferimenti presi direttamente Spaghetti-Western o dai film di Kurosawa, finché non si fermò su una che lo tenne incollato più a lungo delle altre intitolata: ‘’Non esiste nessuna Danza della Pioggia’’.

La teoria proposta da ‘’Wittgenstain93’’ proponeva una versione meta-testuale del viaggio del Santo che usciva dalle pagine dei volumi per allacciarsi alla ‘’vita reale’’ di Pichelli. Nello specifico, teorizzava che Quattro Cavalieri dell’Apocalisse, gli antagonisti principali degli ultimi due volumi, non fossero altro che una proiezione demoni interiori contro cui Pichelli aveva lottato per tutto il periodo in cui aveva scritto la storia: il rapido e disorientate successo del fumetto nei primi anni Novanta (I Cavaliere = conquista militare), la lunga spirale di alcol e droga che aveva inghiottito Pichelli tra il secondo e terzo volume (II Cavaliere = violenza a stragi), il calo delle vendite e la conseguente bancarotta economica che aveva portato a diversi ritardi di pubblicazione (III Cavaliere = carestia) e, alla fine, restava un quarto cavaliere da affrontare, ‘’morte e pestilenza’’, che idealmente avrebbe combattuto nel sesto volume.

Danzatore93 scrive: Ora, come tutti sappiamo’’, continuava Danzatore93, ‘’morte e pestilenza non rientrano nei piani attuali di Pichelli, anzi. Grazie al passaparola, i volumi vendono anche meglio di prima e si parla anche di una mini-serie ispirata alla Stagione delle Piogge commissionata da Amazon. Tra le altre cose, Pichelli si è rinnovato come romanziere, con il suo esordio, La Mano già ai primi posti delle classifiche di vendita (e anche qua si parla di un adattamento per il cinema). Il Quarto Cavaliere e la Danza della Pioggia che ne sarebbe conseguita, non sono altro che un presagio oscuro, un’altra forma dello sguardo terrorizzato perso nell’incertezza di un futuro di cui non si può avere pieno controllo. Come ammesso in qualche intervista, Pichelli riesce a scrivere solo quello che conosce e, per sua ammissione, l’unica cosa che sente davvero di conoscere e se stesso. Forse possiamo davvero considerare La Stagione delle Piogge conclusa, con Il Santo che tiene da parte il suo ultimo proiettile per l’ultimo incontro con un destino sconosciuto che potrebbe avverarsi o dimorare unicamente nei suoi incubi fino alla fine dei suoi giorni. Nel frattempo, Il Santo continuerà a camminare.

Una scarica gli attraversò il cervello tanto forte da fargli vedere nero per una lunga manciata di secondi. Marzio si piegò, aggrappandosi alla scrivania, ansimando con i denti stretti per il dolore e la rabbia.

Resistendo al fischio perenne che gli attraversava le orecchie, inserì le credenziali e rispose al post di Wittgenstein93, facendo degenerare la conversazione: Santo81 scrive: Forse dovresti restartene chiuso in una di quelle enoteche di filosofi-segaioli del cazzo invece di usare il computer della mamma. Santo81 scrive: Non ti permettere di parlare di cose che non conosci. Santo81 scrive: Non sai un cazzo di fumetti. Non sai un cazzo di Pichelli e non sai un cazzo di niente. Mister Mxyzptlk scrive: Non è che zitto zitto il Santo81 in realtà è Pichelli? Santo81 scrive: Non c’entri in questa conversazione. Nemmeno lo conosci Pichelli. Mister Mxyzptlk scrive: E tu sì? Siete amici? Santo81: Pichelli farà arrivare la Danza della Pioggia e il Santo sarà finalmente libero. Noi saremo finalmente liberi… Wittgenstein93: Mi spiace dirtelo così, Santo81… Ma Il Santo non esiste davvero… Esci un po’ da casa di mamma e goditi un po’ di aria fresca….

«Vivo da mio papà…» ruggì Marzio a denti stretti, prima di chiudere il computer con un sono schiocco.

Aveva già perso abbastanza tempo. S’infilò dei pantaloni da yoga grigi e la maglietta blu con il logo in rosso della ditta del padre inciso poco sopra il capezzolo destro.

Si piazzò al centro della stanza e iniziò con un riscaldamento a base di stretching ed esercizi di respirazione.

La routine d’allenamento, d’ispirazione militare, era abbastanza semplice e consisteva in:

– Tre serie da trentatré di affondi;

– Tre serie da trentatré di squat;

– Tre serie da trentatré di flessioni;

– Tre serie da trentatré di addominali.

Poi arrivava il momento di prendere i pesi e proseguiva con le sue tre serie da trentatré di esercizi per braccia, schiena, petto e spalle.

E solo una volta finiti tutti gli esercizi aerobici e di resistenza si permetteva un sorso d’acqua. Alla fine del circuito, nonostante i polmoni e le gambe in fiamme (e la novità di quelle goccioline di sangue che tossiva via alla fine di ogni serie), poteva sentire le endorfine sciogliere via ogni rancore e ogni ricordo, come se tutta la sua vita fosse nata e proseguita in quella stanza, con l’unico scopo di arrivare alla fine della propria serie senza farsi male.

Ripreso fiato, iniziava la seconda parte del suo addestramento.

Aprì l’ultimo cassetto del cassettone della biancheria e tirò fuori la custodia in legno della Desert Eagle. Seduto alla scrivania, la smontò e la lucidò pezzo per pezzo e poi la rimontò di nuovo. Prese la scatola dei proiettili e l’inserì uno per uno nel caricatore, con la lentezza di un rituale. Lo stesso procedimento seguiva per il fucile da caccia.

Caricate le armi, scese giù per le scale, attraversò la cucina e uscì sull’orto dalla porticina sul retro.

Infilzati tra pomodori, melanzane e zucchine che sbocciavano dalla terra arata e bollente, lo aspettava la fila di manichini bianchi dalle linee rosicchiate e scheggiate, a volte dai proiettili, a volte dai ratti. Le teste, senza viso né occhi, erano rivolti in varie direzioni, puntando a volte verso la campagna, a volte verso il cielo, come facendo finta di niente di non vedere Marzio nella speranza di non essere vittime dell’esercitazione quotidiana.

Come ogni giorno, Marzio si posizionò ai margini dell’orto. Levò la sicura, posizionò bene i piedi nell’erba e puntò l’arma verso il primo manichino, quello nella posizione centrale. Riempì i polmoni e trattenne il respiro per il tempo che la malattia glielo permetteva. Il primo colpo rimbombò nell’aria. Una deflagrazione attraversò l’aria, scuotendo gli alberi che si liberarono degli uccelli appollaiati tra i rami. Vuotò il caricatore, facendo centro sette volte su otto. Fece calare l’arma, si asciugò la fronte e rivolse un sorriso soddisfatto al cielo limpido e immobile. trascinare dal rinculo.

Qualche ora dopo, Marzio si risvegliò sul pavimento della cucina. Si alzò, mugolando dal dolore e massaggiandosi il braccio destro, formicolante dopo un’ora passata ad assorbire il rinculo dell’arma. Le orecchie erano tormentate da quel solito suono che lasciava Il Santo quando non aveva più bisogno del suo corpo, simile a quando si ascolta l’interno di una conchiglia. Circumnavigò l’enorme tavolo da pranzo, cercando di mantenere l’equilibrio, ancora sconvolto dalla vertigine e aprì il vecchio frigorifero.

Sbarrò gli occhi, sconvolto, e infilò entrambe le braccia nel frigo, spostando con foga i sacchi di carta marrone di verdure, le bottiglie e i barattoli. Tirò fuori un cartone di succo di frutta quasi vuoto, a parte per un’ultima goccia arancione che Marzio bevve in una sorsata disperata.

«Cazzo!» urlò, gettando il cartone.

La stizza gli procurò un nuovo accesso di tosse. Rimase a tossire, aggrappato al frigorifero, coprendosi il pugno con la bocca. Si pulì sui pantaloni e, tornata la calma, si girò verso la porta d’ingresso, lasciata socchiusa.

Il pugno destro cominciò a tremare vicino alla coscia, al punto da costringersi a stringere il polso con l’altra mano per calmare il tremore. Poi, come seguendo la fonte di un sussurro muro e strisciante, i suoi occhi scivolarono sulla Desert Eagle appoggiata sul tavolo. Si morse le labbra, facendo vagare lo sguardo indeciso tra la porta e la pistola.

«E va bene,» sussurrò.

Prese la pistola, se la infilò tra i pantaloni e, prendendo il giaccone nero dall’attaccapanni, uscì.

2 pensieri riguardo “# 2 – La Fortezza della Solitudine

  1. Storia che prende davvero molto: complimenti!

    Ti volevo segnalare un paio di piccoli refusi: un paio di accenti mancanti, “Marzio cambio sessione” e un “e” che doveva essere “è” qualche riga dopo; c’è anche una preposizione mancante – di, se non ho interpretato male – di cui non ho segnato il punto.
    Spero non ti dia fastidio la segnalazione..

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