# 3 – Il Cielo Sanguina, Michele

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La Danza della Pioggia # 3 – Il Cielo Sanguina, Michele (Leggi Online)

La Mano, romanzo d’esordio di Michele Pichelli, pur essendo ambientato in Italia, scritto in Italia, da uno scrittore italiano e pubblicato in Italia, muore dalla voglia di essere il grande romanzo americano sulla scia di Roth, Faulkner e Fitzgerald. Ovviamente, come altri autori italiani prima di lui, non ci riesce, tenendosi a malapena in equilibrio tra una prosa incerta e, allo stesso tempo, pomposa. Non aiuta il pietismo ricattatorio e quella spicciola ‘’filosofia da strada’’ che, forse, poteva funzionare nei fumetti, ma nella parola scritta si riduce alle peggiori battute machiste da film di serie B.

[…]Qualche malalingua potrebbe dire che avrebbe fatto meglio a restare nei fumetti, dove appartiene, ma di questi tempi, nemmeno i supereroi possono permettersi tanta superficialità.

Il cursore indugiò sul tasto rosso di chiusura della finestra. Con il dito a mezz’aria sul pad del portatile, Pichelli lesse e rilesse in ordine sparso le parole chiave della recensione (‘’Serie B’’, ‘’pietismo’’, ‘’pomposa’’, ‘’dove appartiene’’, ‘’superficialità’’, ‘’fumetti’’) finché non si decise a ridurre la finestra a icona, così da poter rileggere l’articolo casomai da lì a qualche ora – o per puro autolesionismo o per provare una ritrovata autostima a se stesso – si fosse sentito abbastanza forte da poterlo riaffrontare.

Si alzò dalla scrivania e girò in tondo per il suo ufficio da ‘’preside universitario’’, godendosi il solletichio delle fibre del tappeto arabo sotto i piedi scalzi. Con la testa bassa, assorto tra pensieri di rabbia e autocommiserazione, accarezzava con la punta del dito le coste dei libri che riempivano le tre gigantesche librerie che circondavano l’enorme scrivania in mogano al centro della stanza. Respirava, poi tratteneva il respiro e lasciava tutto andare, lentamente, senza fretta, cercando di mettere in pratica gli esercizi di respirazione imparati con l’app per la meditazione appena scaricata.

Riempì i polmoni d’aria e cerco di svuotare la testa da ogni pensiero.

Normale che all’Internazionale non fosse piaciuto, pensava. A loro non piace mai niente. Non si piacciono tra di loro, probabilmente…

Stesso valeva per quel cazzo di blog letterario e tutte le sue copie sparse per il web. La recensione di quel blog, tra l’altro, era già iniziata con il piede sbagliato quando mostrava in cima all’articolo quella fotografia con la luce pseudo-fiabesco con una copia de La Mano appoggiata in mezzo a un servizio da tè alla Jane Austen, circondato da tazzine e piattini come una specie di agnello su un altare pronto a essere sacrificato.

Troppo crudo, diceva la recensione. Troppo cinico. Ce n’è già abbastanza in questo mondo. Il romanzo era un lungo pozzo nero senza fondo. Un buco nero. E se non lo potevi mettere in una storia allora dove lo potevi mettere, allora, quel buco nero?

Certo, aveva senso: il neo-fascismo non è un argomento da leggere mentre si sorseggia il tè nel salone, certo. Parliamo invece di amori irraggiungibili, infatuazioni insoddisfabili, giovani contadini adolescenti che solo dopo aver sconfitto lo stregone del castello di pietra con la pietra magica imparavano il vero significato dell’amicizia e dell’immaginazione.

Riempì i polmoni di nuovo e cercò di scacciare via i pensieri negativi.

Tornò a sedersi e rilesse tutte le recensioni appena uscite, passando da scheda a scheda tra le decine aperte nel browser. I giudizi passavano dal buono al mediocre fino al pessimo. Qualcuno si soffermava sulla mancanza di una vera direzione dei personaggi e della trama, o sulla prosa incerta: a volte fin troppo ridotta all’osso, altre volte troppo lenta e verbosa. Un argomento letto e già letto, visto e rivisto. Per quanto ognuno sembrasse trovare un pelo più lungo e interessante nell’uovo in cui avevano infilato le dita, tutti erano d’accordo sulla stessa cosa: le intenzioni non erano chiare e lucide come ne La Stagione delle Piogge, o ‘’questa cosa andrebbe bene in un fumetto, ma il romanzo è un’altra cosa’’, o ‘’a Lorenzo manca il carisma del Santo’’.

Qualcuno si chiedeva se c’era davvero da sperare tanto in un finale delle Stagioni delle Piogge se queste erano le condizioni artistiche attuali di Pichelli.

Ma che cazzo ne sapevano delle condizioni artistiche attuali di Pichelli? Gli articoli e i video Youtube più recenti risalivano ad almeno cinque anni prima. Le condizioni di Pichelli sono migliori di quelle che Pichelli poteva immaginare solo nelle sue fantasia più selvagge, quelle che si materializzavano davanti ai suoi occhi intorpiditi dal pianto quando si trovava col culo nel fondo duro e freddo del pozzo.

Era felice. Se glielo si chiedeva, rispondeva che era un uomo felice, completo. Aveva una famiglia. Non poteva davvero più chiamarla così dopo il divorzio, vero, ma la casa dei suoi sogni c’era ancora e se l’era comprata in una botta sola per non doversi trascinare dietro il mutuo fino alla fine dei giorni suoi, di suo marito (questo prima di separarsi, quando gli importava) o della loro bambina. Se gli avessero detto che sarebbe andata così, solo vent’anni prima, probabilmente a quel qualcuno Pichelli avrebbe gettato in faccia qualunque cosa si stesse bevendo o iniettando nel braccio in quel momento pur di farlo stare zitto.

Cercò di ricordarsi dei consigli che gli avevano dato amici scrittori e lettori, con molta più esperienza in entrambe le attività di quanto ne avesse lui: le recensioni non sono critiche costruttive. A loro non importa niente che quello che racconti sia la tua vita o qualche surrogato della tua vita. Hanno bisogno di campare e andare avanti, tanto quanto serve a te. Tappati il naso, ingoia e spalanca la bocca per il prossimo giro.

Ma prima di poter ‘’campare e a andare avanti’’, il masochismo di Pichelli gridava per un ultimo boccone da ingoiare, ricordandogli che c’era un ultimo posto da visitare per accertarsi che il libro stesse andando così male.

Aprì Twitter e, dopo aver preso un respiro profondo, digitò il suo nome sulla barra di ricerca. I primi tweet ‘’più popolari’’ rimandavano direttamente alle prime recensioni de ‘’La Mano’’. Poco sotto, arrivavano i commenti dei lettori, quelli che ‘’contavano davvero’’. Pichelli scivolò lungo i risultati di ricerca e, tweet dopo tweet, cominciò a sentire l’anima ancora a pezzi allontanarsi dal suo corpo un frammento alla volta, in maniera decisamente diversa da come succedeva con le meditazioni.

E dopo quasi vent’anni di assenza @pichelli torna con…. questo… #Mah #LaMano #RidacciLaStagionedellePiogge (@danzatrice1487)

Non è che devo prenderla come un finale per le #StagionidellePiogge, vero? Perché posso aspettare tranquillamente altri vent’anni, eh. (@Stefatto4)

Forse sono stato troppo cattivo con l’ultimo Dylan Dog. Può sempre andare peggio #LaMano #RidacciLaStagionedellePiogge #RidacciDylanDog (@marvelesperto18)

‘’È solo qualche tweet’’ pensava Pichelli, sentendosi ridotto a un sacco di carne e ossa senza emozioni. ‘’Loro sono lì in basso e tu sei qui, in alto’’.

Continuò comunque a scivolare verso il basso, alla ricerca di qualche commento positivo, ma doveva accontentarsi solo di quelli che esprimevano confusione e perplessità per il senso complessivo del libro o che lo definivano semplicemente mediocre, didascalico, ‘’scritto col pilota automatico’’ o ‘’emotivamente ricattatorio’’, gridando a gran voce per il ritorno di tempi (per loro) migliori; quando l’attesa per un nuovo lavoro con stampato sopra il nome di Pichelli significava qualcosa.

Fare scroll tra i risultati di ricerca diventava man mano l’equivalente di scendere in un lungo pozzo stretto, allontanandosi dalla luce e dal suono, giù verso il fondo del barile della decenza umana. Capì di esserci arrivato vicino a quel fondo quando i nomi degli utenti erano accompagnati da bandiere italiane e le foto dei profili si riducevano direttamente alle bandiere italiane, alla sagoma dell’utente twitter per poi passare alle croci celtiche fino a ritratti Mussolini.

Quand’è che @pichelli ritorna a fare fumetti invece di mettersi a fare politica? (@lux80)

Trecento pagine di uno che sputa nel piatto in cui ha mangiato bene per vent’anni #perchisalaverità (@autonomo&ribelle244)

Chiuse il portatile e, con quello, chiuse anche gli occhi. Riempì i polmoni e immaginò che, oltre all’aria, stesse respirando l’intera stanza. I pregiati mobili in legno, il tappeto arabo, le locandine di vecchi film noir e i poster di supereroi fatti su commissione dai suoi amici artisti d’oltreoceano si liquefacevano e fluttuavano in grosse bolle lattiginose verso Pichelli, strisciando nelle narici e riempiendogli il cranio, i polmoni, viaggiando nelle vene, aggrappandosi ai tessuti in piccole particelle fino a diventare un tutt’uno con lui. Restava solo il cinguettio degli uccelli e il fruscio indeciso delle foglie fuori dalla finestra. Il mondo era lui e lui era il mondo, e aveva tutto il diritto di raccontarlo con le parole e il pietismo che credeva più utili.

***

Davanti alla porta della cameretta, Pichelli si rese conto che avrebbe fatto bene a tenere ancora un po’ di quel sano masochismo per l’ora di andare a scuola. Sospirò, cercando di non far uscire tutta quell’aria che si sarebbe potuta spezzare in un singhiozzo e poi in un pianto. Girò la maniglia e, appena aperto uno spiraglio, la bambina urlò:

«No!»

Michele richiuse la porta, lanciando un singulto e sentendosi uno stupido solo poco dopo.

«Chi è?» chiese la bambina.

«Papà…»

«Quale?»

Pichelli alzò gli occhi al cielo e sospirò.

«Papà-Michele. L’unico che hai in casa, adesso».

Passò un lungo silenzio.

«Dobbiamo prepararci se vuoi andare a scuola» disse Pichelli, con il viso languidamente schiacciato contro lo stipite della porta. «Poi vedi papà-Fabio».

«Voglio una parola d’ordine?»

Fabio, ‘’l’altro papà’’, non aveva mai parlato di parole d’ordine da usare con Diana. Riusciva a vederselo mentre sorrideva maligno nel momento in cui, tra le cose che gli raccomandava di fare per Diana, ometteva quel particolare.

«Ehm, acqua…?»

«Non è una parola d’ordine! Pensa di più!».

Pichelli strinse i denti mentre una pulsazione lontana arrivava verso le tempie, minacciando di diventare una gigantesca emicrania.

«Fuoco?»

Dall’altra parte della camera arrivò solo un debole fruscio di vestiti. Pichelli guardò l’orologio e quando quelle pulsazioni lontane si trasformavano in gigantesche dita da mal di testa che cercavano di penetrare la pelle dall’interno, spalancò la porta per poi bloccarsi sull’uscio.

Trovò Diana al centro della sua cameretta, imprigionata sotto un lettino da bébé bianco, capovolto. Lo guardava inespressiva, con le manine strette intorno alle sbarre. Indossava la sua mantellina rossa con i margini dorati e sbriluccicanti, insieme a una coroncina di carta rossa, tagliata in maniera rozza e imprecisa e colorata con pennarelli scarichi

«Devi dire una parola d’ordine» disse, schiacciando la faccia tonda tra le sbarre, stropicciando la mascherina.

Pichelli sospirò e tese la labbra in un sorriso spazientito. Camminò a ciondoloni fino alla gabbia e si sedette a gambe incrociate sul pavimento.

«Come ha fatto l’eroina di casa a farsi catturare già di prima mattina?»

«Sono stata io. Devo controllare i miei poteri. Sono troppo forti. Vi devo proteggere».

«Hai fatto bene, sei un’eroina responsabile, ma adesso dobbiamo andare a scuola».

Diana scosse la testa.

«Non posso se non dici la parola».

Pichelli lanciò un debole lamento, tenendo la testa piegata all’ingiù.

«Va bene» sbuffò Pichelli. «Allora la parola d’ordine è…. razzo».

Diana scosse la testa. «No, non c’entra niente».

«Liberi tutti?»

«È troppo facile. Avanti, pensa».

L’irritazione gli risalì dallo stomaco fino alla gola come un rigurgito. Strinse i denti, massaggiandosi le tempie.

«Papà deve fare tante cose oggi, Diana».

«Devi liberarmi, prima» disse lei in tono lamentoso.

«Papà-Fabio la sa la parola d’ordine?»

Diana fece di sì con la testa. «L’abbiamo decisa insieme.»

Pichelli sospirò di nuovo. «Be’, a me non lo avete detta».

«Non c’eri quando l’abbiamo inventata».

Poi, il rigurgito di rabbia schiumò fino a trasformarsi in una tristezza tanto amara da appiccicarsi alla gola. Si trovava ai cancelli di un mondo costruito da Diana e Fabio in cui sarebbe potuto entrare anche lui se si fosse mai sforzato di conoscerne la parola d’ordine. Era troppo grande per avere la pietra magica o per trovare il castello di pietra. A quel punto, non c’erano possibilità che Michele conoscesse il significato dell’amicizia e dell’immaginazione.

«Tesoro, non ho una parola d’ordine» disse Pichelli, esasperato. «Ma mi devi aiutare. Devi aiutare tutti e due. Perché, se non ti libero, tu resterai qui e non potrai andare a scuola, non vedrai i tuoi amici, e, se fai passare più tempo, il mondo andrà avanti senza di te. Resterai sempre qua, senza cibo né acqua. Non è così che muoiono i supereroi e io lo so. Una volta ero amico con loro».

Gli occhi di Diana, prima forti e determinati, carichi di sincero eroismo, si spensero pian piano, facendosi, almeno agli occhi di Pichelli, improvvisamente adulti, come anticipando la rabbia adolescenziale che lo avrebbe travolto tra una decina di anni.

Diana sbuffò col naso, liberandosi degli ultimi residui di innocenza infantile della giornata. Si levò la maschera e alzò in piedi, sollevando con una mano la piccola gabbia, come una piccola She-Hulk. Girò intorno a Pichelli. Prese lo zainetto e, uscendo dalla stanza, se lo rimise in spalla, lasciando Pichelli da solo davanti alla gabbia capovolta.

Aveva cominciato a sentirne l’odore appena uscito dalla stanza, ma lo ignorò, convinto che fosse qualche macchina che esalava i suoi ultimi respiri dal vecchio tubo di scappamento, o i vicini che bruciavano qualcosa, per quanto la logica non reggesse.

Scalino dopo scalino, si faceva sempre più intenso insieme al senso di pericolo che percepiva scendendo le scale..

«Non uscire, Diana. Non ti muovere» disse istintivamente, fermandola appena in tempo, prima che aprisse la porta.

Arrivato nell’atrio, l’odore era anche più intenso, tanto penetrante da dare le vertigine. Un fumo grigio e denso fluiva da sotto e ai lati della la porta, e come decine di mani di demoni di un cartone Disney, cominciò a salire, avvolgendo il corpicino di Diana.

Lanciando un urlo di rabbia e panico, Pichelli prese la piccola da sotto le braccia, la sollevò da terra e la piazzò ai piedi delle scale. Poi, spalancato l’ingresso, lo schermo di fumo nero e bianco esplose, invadendo l’atrio. L’odore della benzina gli riempì i polmoni. Agitò le braccia, aprendosi una breccia tra il fumo, spazzandolo via e aprendosi una minima visuale sul cortile.

Si paralizzò, di fronte all’origine di tutto quel fumo.

Una piramide nerastra bruciava sullo zerbino di fronte all’ingresso, con lingue di fuoco rossastre che si agitavano come una bandiera sulla cima. Pichelli prese a pestare la montagnola fino a soffocare le fiamme. Ansimante di fronte all’ingresso, riconobbe tra la cenere e la carta carbonizzata stracci di una copertina plastificata che si scioglieva sopra un mucchio di carta ormai carbonizzata. Su alcuni stracci vedeva frammenti di lettere che unite, formavano le parole ‘’La Mano’’ e ‘’Michele Pichelli’’. Un altro straccetto di carta plastificata scese dall’alto, piroettando come un fiocco di neve. Atterrò sullo zerbino, con il lato ‘’dall’autore de La Stagione delle Piogge’’ rivolto verso l’alto.

Quelle dita nate dalle sue tempie che sembravano nate solo per dargli il mal di testa scesero giù fino a stringergli la gola, mentre i suoi occhi fissavano la scritta fatta con lo spray rosso sul sentierino di cemento che tagliava il cortile, circondata dalle svastiche e dalle croci celtiche.

IL CIELO SANGUINA, MICHELE

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