# 3 – Oh, Superman!

La Danza della Pioggia # 3 – Oh, Superman! (scarica il capitolo)

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La Danza della Pioggia # 3 – Il Cielo Sanguina, Michele (Leggi Online)

«L’avete finito… tutto?» chiese Marzio, incredulo, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi, con il giaccone che si apriva a mostrate il simbolo delle Lanterne Verdi stampato sulla maglietta.
La vecchia dietro al bancone non rispose, limitandosi a guardarlo impassibile, con una mano sotto la cassa che sembrava pronta ad azionare un allarme o a estrarre un fucile.
«Ci è rimasto il succo di pera» rispose lei, frettolosa, sperando di aver trovato la formula magica per mandarlo via dalla sua bottega.
«Solo quello?»
«Solo quello.»
«No, non alla pera» Marzio chinò la testa, chiudendosi la giacca come colpito da un’improvvisa ondata di gelo. «Mi lascia uno strano sapore in bocca. Ha una strana consistenza. Non mi piace…. ACE? Tropicale? Quelli ce li avete?»
La donna, sempre con la mano nascosta sotto il bancone, scosse la testa, lasciandosi scappare un sospiro.
«Al bar di Giuliano hanno quello che cerchi. Qua abbiamo solo il succo alla pera.»
«Il bar di Giuliano? » sussurrò Marzio, mentre la mano che teneva chiusa la giacca tremava come un cuore dietro uno sterno scoperto.

Erano appena le tre e non poteva accadergli niente di male, di questo Marzio era assolutamente convinto. Mezza San Infantino era rinchiusa dentro fabbriche, uffici e ristoranti e, chi era libero dalla prigionia delle ore lavorative, digeriva il pranzo davanti alla tv, in attesa che i bambini tornassero dal doposcuola. Al bar dovevano doveva esserci giusto il solito gruppetto di anziani che si ritrovava per giocare a carte, bestemmiare e commentare le notizie sui giornali recitando un dialetto oscuro e incomprensibile.
Non poteva succedergli niente di male, davvero. Si sarebbe palesato al bar come un fantasma, avrebbe fatto quello che doveva fare senza farsi notare, senza incrociare sguardi, e tutti sarebbero tornati alla loro vita.
Il bar/stazione di servizio Speed dava sulla strada principale, pochi metri del cartello che indicava i confini che separavano San Infantino dal resto del mondo. Sempre nascondendo il viso nel colletto della giacca che teneva chiuso tra le mani, Marzio attraversò le strada, salì per la lunga scalinata di pietra e attraversò senza indugio le porte automatiche dell’ingresso, immergendosi nell’aria rancida di vino bianco, bitter e arachidi.
Lo Speed era il solo elemento a provare che il tempo passava a San Infantino, anche se lentamente. Un locale ultramoderno, tanto da poter sentire friggere dietro gli occhi le luci a gas che si riflettevano sui muri insopportabilmente bianchi e lisci. Un gigantesco bancone in marmo emergeva da un pavimento nero e lucido su cui erano dipinti disegni astratti con schizzi rossi e blu, linee cerchi e quadri come un’ infantile imitazione di Kandinskij e di Pollok. Tutto, dal design alla scelta dei colori e il tema sul pavimento erano opera del nipote del proprietario che ‘’aveva studiato arte’’.
Marzio attraversò il locale a testa bassa e puntò dritto verso il frigo, strisciando sui suoi passi attutire il rumore delle suole sul pavimento meglio che poteva. Non c’erano bottiglie di succo di frutta, solo birra, energy drink e altre bibite gassate. Marzio sospirò sconsolato. Gli restava solo un ultimo, difficile tentativo per poter sopprimere la carenza di zuccheri una volta per tutte. Chiuse il frigo e si avvicinò banco, senza più preoccuparsi del ticchettio delle suole sul pavimento.
Giuliano, il vecchio barista con la camicia e il maglione giallo (in tinta con i contorni dei frigoriferi e gli schienali delle seggiole) stava asciugando un bicchiere con uno straccio sudicio, lo stesso che Marzio vedeva sempre da piccolo quando quello era ancora il barista dell’umile circolino vicino al campo del prete. Facendo finta di niente, l’uomo aveva seguito impietosito tutto il percorso di Marzio alla ricerca del suo succo di frutta, dall’entrata furtiva in sala fino alla camminata rapida verso il frigorifero, tutto pregando che non arrivasse l’inevitabile momento in cui sarebbe arrivato lì ad appoggiare le manone martoriate sul bancone. Il vecchio lo guardò di sottecchi con gli occhi tristi e stanchi sopra le borse gonfie e arrossate. Dopo un attimo d’indecisione, Marzio chiese finalmente il suo succo di frutta.
«Quale?» chiese l’uomo, continuando ad asciugare il suo bicchiere.
«Quali… quali avete?»
L’uomo si piegò ad aprire il frigo e cominciò a fargli l’elenco dei succhi a disposizione.
«Arancia. Mela. Ananas. Frutti Tropicali. ACE…»
Marzio non ascoltò una parola, con il cervello annebbiato da quella spaventosa, familiare sensazione di occhi che gli strisciavano lungo il collo. Dalla rapida occhiata che aveva dato appena entrato, gli sembrava che non ci fosse nessuno, ma solo ora, quando non poteva più tornare indietro, a un passo dall’ottenere finalmente il suo succo di frutta, si ricordò del tavolino nascosto dietro il punto il cui il bancone curvava verso il bagno e il ripostiglio. La vita sembrava pian piano sbocciare dietro quell’angolo in una nube di voci arrochite dalle sigarette che si mescolavano al tintinnio di colli di bottiglia appoggiati contro i bicchieri e il gorgoglio frizzante della birra che schiumava contro il vetro.
«Allora?» chiese il barista, mezzo piegato sul frigo.
Marzio fece come per risvegliarsi e disse: «Sì, quello va bene.»
«Quale?» abbaiò il barista.
«L’ultimo che ha detto.»
L’uomo sbatté sul tavolo una bottiglietta verde con un etichetta rossa su cui era disegnata una pera. Marzio rimase immobile ad osservare il suo nemico. Sospirando, sbatté tre monete sul bancone, fece per girarsi e si fermò, catturato al lazzo da una delle voci avvinazzate proveniente dall’unico tavolino occupato del pomeriggio.
«Oh, Superman! Hanno aperto il manicomio, oggi?»
Marzio rimase paralizzato, con una gamba protesa in avanti e la mano che teneva la bottiglia di succo a metà strada tra l’esterno e l’interno del giaccone.
«Non ci senti? Non hai il super-udito?» alla voce seguì uno scrosciare di risate che travolse Marzio come un’onda.
Marzio si girò, lentamente, con la bocca ridotta a una linea pallida e tesa. Tre uomini stavano seduti intorno al tavolino coperto da bottiglie di birra vuote e sacchetti di patatine accartocciati mentre uno, quello che lo aveva chiamato, stava in piedi con le gambe e le braccia divaricate come pronto ad assalirlo. Tutti e quattro gli uomini andavano sulla quarantina, anche se la ripetitività ossessiva del lavoro in officina, la dipendenza da nicotina e le ossessive bevute pomeridiane li avevano fatti invecchiare di almeno un’altra decina di anni. Erano suoi coetanei, ex-bambini che andavano a scuola con lui e che avevano proseguito poi per la scuola superiore, frequentando la città, le ragazze, le bevute e tutte quelle esperienze di cui Marzio aveva solo letto o visto attraverso uno schermo.
Nei loro occhi luccicanti e arrossati dalla birra e dai massacranti turni di lavoro, nonostante non cavalcassero più le loro biciclette arrugginite, trovò ancora la stessa rabbia e lo stesso disprezzo infantile che vedeva nei cortili all’intervallo e nei pomeriggi al campetto. Gli uomini indossavano le tute blu e gialle macchiate d’olio dell’officina. A prima vista, sembravano a malapena distinguibili l’uno dall’altro: capelli rasati o ingellati come per serbare il ricordo di un tempo in cui tutto era più facile, quasi a portata di mano, tra discoteche, aperitivi e viaggi in moto stretti tra le braccia delle compagne di classe. Solo quello in piedi si differenziava dal branco con una stempiatura larga e lucida e radi capelli lunghi e unti attaccati alla nuca. Per lui erano altri i ricordi da serbare.
Marzio fece un mezzo passo indietro e sentì la canna della Desert Eagle premergli contro il gluteo destro e s’immobilizzò di nuovo.
«Non ti si vede mai qua in giro. Che è successo?» gli chiese l’uomo in piedi.
Non dirlo, sussurrava la Voce. Non dirlo.
«Ho… ho finito il succo.»
I quattro uomini si guardarono increduli ed esplosero in un’altra risata, questa volta accompagnata da lacrime e battiti di mani contro il tavolo e le cosce.
«Be’, potresti passare più spesso, allora. Ce n’è qui di succo di frutta…»
Marzio puntò gli occhi verso il barista, in cerca d’aiuto. L’uomo abbassò lo sguardo, continuando ad asciugare il suo bicchiere.
«Io… io me ne sto andando…»
«E dove? Torni in manicomio? Hanno detto che sei sano, ormai, no? Che puoi stare con la gente, che non fai più male a nessuno» disse l’uomo, pronunciando ogni parola a denti stretti, avvicinandosi un passo dopo l’altro verso Marzio.
I suoi tre amici si zittirono, lasciando sui loro visi arrossato solo un pallido ologramma dei sorrisi furbi e maligni di prima. S’irrigidirono e si guardarono a vicenda. Poi, uno di loro, con la testa rasata e i baffi, si alzò a metà dalla sedia.
«Albi…» disse allungando un braccio verso di lui. «Lascia stare, va’».
«Ma vuole compagnia, sennò perché se ne esce di casa per venire qui?» disse, mantenendo gli occhi spalancati dalla furia incollati su Marzio. «Non è che ha degli impegni. Non lavora, passa il tempo a leggere fumetti, a sparare con la pistola. Lo sappiamo tutti che sei ancora pazzo. E il governo cosa fa? Ti dà il sussidio…»
«Me ne sto andando…» sussurrò di nuovo Marzio, con la voce ridotta al bisbiglio di un bambino colpevole.
Di colpo, l’uomo corse verso Marzio e gli balzò addosso con un salto, afferrandolo per le spalle. Gli rigirò un braccio dietro la schiena e gliela torse fino a fargli uscire un lamento disperato e infantile.
«Te lo ricordi questo? Giocavamo sempre così da piccoli» Avvicinò la bocca all’orecchio di Marzio. Attraverso i denti stretti dalla rabbia, filtrò una voce spezzata dal pianto e dal dolore. «Tengo ancora tutte le foto di mio fratello. Mia madre non voleva, ma io sì. Ti ricordi? Non ci freghi. Non freghi nessuno qui. Sappiamo che ricordi tutto. Sappiamo che vuoi farlo ancora.»
L’uomo strinse i polsi di Marzio e, prendendo una rincorsa, corse attraverso le porte automatiche e lo spinse giù per scale.
Marzio rotolò giù, alternando grugniti e pianti, scalino dopo scalino. Arrivato al pavimento del benzinaio, aprì la giacca ed estrasse vittorioso la bottiglietta miracolosamente intatta.
Gli altri uomini accorsero fuori e si ghiacciarono, intonando un coro cacofonico alimentato da un antico terrore:
«Oh, Cristo.»
«Oh, Madonna.»
«Chiama la polizia.»
Marzio girò la testa e trovò la Desert Eagle stesa vicino a lui, luccicante sotto il sole.
Si alzò in piedi di scatto, afferrò la pistola con un rapido gesto e corse via, senza girarsi a guardare le facce esterrefatte dei suoi vecchi compagni di scuola, paralizzate nell’improvvisa realizzazione di essere sopravvissuti a un’altra potenziale tragedia.

Riuscì ad arrivare al cancello senza sputare una goccia di sangue. Una piccola vittoria per quel pomeriggio, come ghiaccio su una ferita ancora cosparsa di sale. Attraversò il cancello senza richiudere la catena. Zoppicò per il sentiero di ghiaia, sbuffando e latrando con le mani premute sul costato dolorante. Saltò gli scalini d’entrata in un solo balzo e aprì la porta con una spallata. Entrò buttandosi in ginocchio sul pavimento. Piangendo in un unico, strisciante lamento, andò a carponi fino al muro e si sedette, ingurgitando il suo succo in un’unica sorsata.
Gettò la bottiglietta in un angolo, premette i polsi contro gli occhi ed esplose in un pianto liberatorio scatenando un’esplosione di fitte che gli riempì il petto del dolore di migliaia di spilli.
Cosa cazzo pensavi di fare? Portarti una pistola che neanche hai le palle di usare… sibilò la Voce.
«Proteggermi… volevo proteggermi. Volevo…» Marzio torse le labbra in un ghigno e sputò, con rabbia. «Volevo fargli paura, come avevi fatto te.»
Tu non sei qui per diventare come me. Tu sei qui PER me.
Marzio rese un lungo respiro e si tappò le mani con entrambe le mani per soffocare i singhiozzi. La mano sfiorò il corpo tiepido della Desert Eagle e il piantò si placò di colpo, come per un neonato con una ninna nanna. Il dolore si dissipò in un soffio, alleggerendogli il petto. Afferrò il manico della pistola e sfiorò il grilletto.
«Tu sei la Voce. Io sono il corpo» Marzio sollevò la pistola, avvicinando la canna alle labbra.
E insieme cosa siamo, Marzio?
Il pollice rimase bloccato sul grilletto. Le labbra si rifiutarono di aprirsi, anche solo di schiudersi, come legate con centinaia di fili al resto del corpo.
È solo la fede che ti manca, Marzio, ma ora la pioggia è vicina. Non te lo lascerà fare. Non ora. Prova. Premi il grilletto. È solo un gesto.
La pistola tremò ticchettando, mentre la mano s’irrigidiva intorno al manico, fino ad esplodere in un crampo. La pistola cadde con un tonfo. Un colpo partì, attraversando la la finestra. Il ding del proiettile che centrava uno dei barattoli del poligono arrivò come lo scoccare di una campana la domenica. Marzio rimase piegato contro il muro, scosso dai singhiozzi.
Io sono la Voce e tu sei il corpo, disse la Voce. Cantiamo il corpo elettrico, cantiamo per la pioggia. Il cielo sanguina come me e te. Siamo così vicini, Marzio. Così vicini. Adesso, fai il bravo, prendi un bel respiro. Con calma. Respira. Respira…

Ora di cena.
Nella sala da pranzo, seduto a capo della tavola apparecchiata per due, Marzio osservava attraverso la finestrella sopra il lavandino il lento scivolare del sole dietro le colline. Il sapore acre del succo di pera gli era rimasto appiccicato al palato, parzialmente diluito da quello del sangue. I polsi, la schiena e il costato pulsavano ancora per il dolore. Erano dolori superficiali rispetto a tutto il resto. Nulla che il suo corpo non avesse già assorbito in passato.
San Infantino sembrava bruciare silenziosa sotto la luce del tramonto, lentamente consumata da una patina di fuoco tremolante. Il cielo non sanguinava come solito. Qualcosa sembrava trattenerlo, gonfiandolo come una vena gonfia e ostruita, pronta ad esplodere.
Una zaffata dolciastra di zuppa di cavolo lo risvegliò dalla sua contemplazione. Spostò gli occhi sulla sedia all’altro capo della tavola dove era appeso il bomber verde di papà, messo davanti a un altro piatto di zuppa fumante. Rivolse alla giacca un sorriso affettuoso e si piegò a mangiare.
«Oggi sono andato in paese» disse Marzio, dopo qualche cucchiaiata ingurgitata in silenzio. «È andato tutto bene, davvero. Ho incontrato… delle persone. C’era anche Albi, quello che andava a scuola con me.»
Tornò in silenzio, succhiando la zuppa dal cucchiaio. Certe volte, Marzio alzava gli occhi verso il bomber verde e cercava di riempirne il vuoto con il fantasma di suo padre, ma la memoria lacerata dai fulmini ricreava solo un ologramma granuloso, triturato e deformato come passato attraverso un disturbo televisivo. Non si ricordava quale fosse il suo piatto preferito. Non ricordava se preferisse pasteggiare con acqua, vino o birra. Non era nemmeno certo che la zuppa gli piacesse, ma avrebbe provato e riprovato comunque, servendo a ogni pasto piatti e bevande diverse, convinto che il giorno in cui avrebbe indovinato, qualcosa dentro di sé glielo avrebbe detto, come gli aveva detto come e quando avrebbe incontrato La Voce.
«Pensavo di prendere la macchina se per te non è un problema» disse Marzio, tenendo la testa bassa sul piatto. Rimase immobile, con il cucchiaio a mezz’aria, in attesa di una risposta. Poi, alzò la testa verso la giacca e sorrise, colmo di gratitudine.
«Grazie, papà. Non te la chiederei se non fosse importante. Domani…» Il cucchiaio tremò, facendo colare la zuppa tra il piatto e il tavolo. Il sorriso di Marzio si piegò su un lato, indeciso tra l’eccitazione e la paura. «Domani Pichelli viene in città. È vicino. È… è una buona occasione.»
La manica del bomber si mosse di nuovo, sempre impercettibile.
«No, non li fa più i fumetti. Fa libri, adesso» Marzio scosse la testa e piegò le labbra in una smorfia. «Ho provato a leggerne uno, ma non mi piacciono. Non li capisco. Non parlano più con me… »
Appoggiò il cucchiaio al piatto e annuì, mostrando un sorriso nostalgico. Oltre la finestra, il sole ormai era sparito e il cielo si era raffreddato in tonalità di blu e violetto.
Marzio sorrideva ancora al bomber di papà quando un suono cristallino di vetri rotti esplose alla sua sinistra. Una macchia nera schizzò davanti a lui atterrando dentro la zuppa. Marzio lanciò un urlo e si buttò a terra, levandosi pezzi bollenti di carote, cavolo e patate dagli occhi e dalle braccia. Quando tutto sembrò quietarsi, alzò la testa oltre il tavolo e si bloccò. Un sasso liscio e nero emergeva dal piatto, circondato da frammenti di verdura e schegge di vetro. Uno dei quattro riquadri della finestrella era sparito, lasciando soltanto un paio di cocci affilati ancora aggrappati al telaio. Marzio fece per alzarsi quando un altro sasso passò attraverso l’altro riquadro della finestra, andando a schiantarsi contro piatto di papà. Marzio osservò impietrito la zuppa alzarsi verso l’alto con una piroetta per poi rovesciarsi sulla giacca, macchiando le spalle e la manica sinistra di melma arancione e grumosa.
«No. No. No…» rantolò, strisciando a carponi fino all’altro capo del tavolo. Prese un fazzoletto e cominciò a strofinare disperatamente la manica, il colletto e qualunque parte della giacca inzaccherata di zuppa. Il terzo sasso passò attraverso lo scheletro della finestra, senza provocare esplosioni scintillanti schiantandosi direttamente la spalla della giacca.
Una breve scossa di elettricità attraversò il corpo di Marzio. Lanciò un ringhio da battaglia e strisciò a carponi fino all’atrio. Schermato dal muro, si alzò in piedi e corse fino al ripostiglio del sottoscala. Aprì la porta e rovistò tra le tovaglie e i tovaglioli sotto cui si nascondeva la Desert Eagle. Prima di afferrare la pistola, si ritirò di colpo, piegandosi in due come colpito da un infarto e mugolò un: «No.»
Si afferrò il polso e lo schiacciò contro il muro. Poi, si lasciò cadere ginocchio e, in un ultimo sforzo di volontà, calciò la pistola lontano da lui.
Non ti lasceranno mai in pace ringhiò La Voce nelle sue orecchie.
Un quarto sasso disegnò un arco nell’aria e rotolò sul pavimento, proprio davanti a lui.
«Un… altro… modo… non questo » rantolò Marzio, continuando a trattenere il polso contro pavimento.
Si rialzò, infilò le mani in mezzo ai piatti e all’argenteria dello scaffale sottostante. Tirò fuori una pistola nera ad aria compressa e una scatola di plastica trasparente piena di pallini di piombo gialli.
Cosa pensi di fare con quella?
«Male» rispose Marzio, affannato. «Basta solo che gli faccio male.»
Corse in cucina, accucciato come un soldato in trincea e si schiacciò sotto il lavandino.
Marzio attese, digrignando i denti e stringendo il manico della pistola fino a farla scricchiolare. Poi, il sussurro di un’altra voce acerba, quella di un ragazzino, gli arrivò all’orecchio sinistro:
«È uscito?»
«No…» rispose un’altra voce, altrettanto acerba, emergendo tra il frinire dei grilli.
Marzio scattò in piedi, puntò la pistola oltre la spaccatura nella finestra e sparò due colpi.
Un urlò si levò dall’erba alta, seguito da un suono soffice di passi che si allontanava rapido verso il cancelletto. Marzio intravide due ombre che si stagliavano contro l’orizzonte puntellato dalle luci delle case. Marzio sparò un altro colpo, un’ombra sparì di colpo, urlando, inghiottita dall’erba alta, mentre l’altra riuscì a saltare oltre il recinto.
«Perché non mi lasciate in pace?» urlò Marzio, attraverso il buco nella finestra, tradendo un piccolo acuto di disperazione.
Perché per te ‘’basta solo fargli male’’, Marzio.
Attraversò la cucina e si fermò vicino alla giacca di papà. S’inginocchiò e tentò un’ultima volta di asciugare via le macchie di zuppa ormai appiccicata al tessuto. Lanciò il tovagliolo, stizzito, e andò verso l’ingresso, asciugandosi le lacrime di rabbia nelle spalle della maglietta. Di colpo, si bloccò sulla soglia, colto da un improvvisa sensazione di debolezza e gelo. Tremando sulla soglia, Marzio si sentì sciogliere tra i ronzii e i lampi dell’elettricità fino a sparire. Il suo corpo s’irrigidì. La schiena si raddrizzò scricchiolando, insieme a tutte le ossa del corpo. Quando inspirò profondamente l’aria della notte estiva, non arrivò nessun accesso di tosse, ma solo il ruggito tenue di un predatore pronto ad attaccare.
Le mani di Marzio si chiusero e si riaprirono, scricchiolando. Torse il collo e gonfiò il petto in un concerto di tendini e di ossa scricchiolanti, poi scosse le braccia. Poi aprì gli occhi azzurri all’aria insolitamente fresca di quella sera estive. Un sorriso si aprì pian piano sul viso, mentre Il Santo riprendeva confidenza con il suo nuovo corpo.

Buttò giù la porta d’ingresso con un calcio e proseguì marciando, finché non arrivò a una piccola depressione in mezzo all’erba. Trovò un ragazzino, rannicchiato in posizione fetale con la mano premuta contro la spalla sanguinante.
Il Santo spinse il ragazzo con la punta della scarpa e lo fece rigirare sulla schiena.
«Ti ho già visto» gli disse, senza rimprovero né scherno nella voce. Poi, si corresse: «Marzio ti ha già visto.»
Era il ragazzo con la faccia da topo che aveva visto passare davanti alla chiesa quella mattina. L’ombra che era scappata nei boschi doveva essere quell’altro ragazzino, quello con la faccia perfino meno sveglia e furba.
Il Santo pestò con la punta della scarpa sul forellino insanguinato all’altezza della clavicola. Il ragazzo lanciò un urlò stracciato, inarcando la schiena e ululando con gli occhi sbarrati verso il cielo calmo e stellato, mentre una macchia di sangue scuro si spanse, imbrattando rapidamente la maglietta gialla del ragazzo.
«Sfogati, senza paura» disse Il Santo, paziente, con le braccia incrociate dietro la schiena mentre rigirava la punta della scarpa nella spalla del ragazzo. «In questo posto nessuno può sentirti urlare, né piangere. Il dolore resta un segreto, qui.»
Faccia-da-topo continuava a singhiozzare e a ululare, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo implorante al viso duro e affilato di quello che, in quel momento, parzialmente bagnato dalla luna, sembrava avere soltanto le sembianze di Marzio.
Ogni volta che il ragazzo tentava di asciugarsi le lacrime, Il Santo premeva sulla ferita, costringendolo a terra con il viso inzaccherato di lacrime e muco. A ogni scarica di dolore, le dita pallide e nodose del ragazzo affondavano nella terra, strisciando nel terreno per poi ritirarsi come zampette spaventate quando sfioravano per sbaglio la punta della scarpa del Santo.
«Vi è andata male. Cercavate Marzio e invece avete trovato me» Il Santo sorrise, ravviandosi i capelli e passandosi la lingua lungo i denti, come un animale affamato.
Il ragazzo sgranò gli occhi. L’ultima traccia di pianto svanì, risucchiato in un silenzio esterrefatto.
«Sì, stai pensando bene» disse il Santo, accennando un sorriso. Si piegò in avanti e sussurrò: «Alla fine è pazzo per davvero.»
Il Santo gli cacciò le dita nelle narici, gli chiuse la mano intorno al naso e cominciò a trascinarlo nell’erba, verso casa di papà.
«Dovresti stare più attento agli amici che ti fai» disse Il Santo al ragazzo che ancora cercava un appiglio disperato nell’erba per frenare la sua corsa. «Il tuo compagno non ci ha pensato due volte ad abbandonarti qui, in mezzo alla campagna, davanti alla casa di quel pazzo. Ma io e Marzio capiamo benissimo. È difficile trovare brave persone in questo cazzo di posto.»
Si fermarono davanti a un’altra piccola depressione in mezzo all’erba, occupata al centro da un’enorme tagliola verniciata di rosso che mostrava, sotto le screpolature, una seconda pelle di ruggine scura. Appena la vide, il ragazzo si riaccese di colpo e ricominciò ad urlare e a piangere, tempestando le gambe e i glutei del Santo di pugni e graffi disperati.
«Fossi andato ancora qualche metro più in là, ti saresti trovato la gamba incastrata in quella tagliola. Meno male che ti ho trovato prima.»
Gli levò le dita dal naso e, prima che potesse anche solo contorcersi, lo afferrò per i capelli e gli schiacciò il viso contro il suo. Gli occhi di quell’uomo erano diversi da come li ricordava: di un azzurro gelido, crudele, diverso dagli occhi castani e privi di qualsiasi intelligenza e coraggio che vedeva ogni volta che Marzio passava in paese.
«Come ti chiami?» chiese Il Santo.
«Fl…Fl…» singhiozzò Faccia-da-topo, con le guance e il contorno della bocca lucidi di lacrime.
«Non esiste una risposta sbagliata a questa domanda, avanti.»
Gli occhi del ragazzo scivolarono verso la tagliola, ma Marzio lo strattonò di nuovo. «Non guardare quella. Guarda me. In questo momento, la tagliola non è più pericolosa di me.»
Il ragazzo sussurrò qualcosa di indecifrabile, mentre un filo di bava si allungava e si accorciava sotto il labbro inferiore torto dalla paura.
«Ripeti.»
«Flavio.»
«Flavio» sussurrò il Santo, soddisfatto. «Flavio, non le senti le voci che girano su di me? Su di noi…?»
Flavio fece segno di sì con la testa.
«E comunque vieni qui a disturbare il can che dorme. Per fare cosa?»
«Non volevo fare niente…»
«Quello non è ‘’fare niente’’» e indicò la finestra distrutta.
«Io no, Domenico…»
«Domenico è già a letto sotto le lenzuola a tremare e a piangere e tu sei qua con me. Ora rispondimi.»
Faccia-da-topo sussurrò qualcosa, abbassando la testa fino a toccare il pento col mento.
«Che hai detto?» chiese Il Santo.
«Scusa» disse il ragazzo, abbandonandosi al pianto. «Ho detto scusa. Scusa.»
Il Santo strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca.
«Oh» allentò leggermente la presa sui capelli del ragazzo. Lo osservò, solenne e incuriosito, e sorrise. «Se chiedi scusa… allora direi che siamo a posto.»
La bocca di Faccia-da-topo indugiò prima di aprirsi in un sorriso incredulo.
«Graz… Grazie…»
Il Santo gli strattonò i capelli e spinse la faccia del ragazzo in giù fino a fargli sfiorare la placca d’innesco della tagliola con la punta del naso. Il ragazzo soffocò un urlo, come se gli fosse andato di traverso. Sputò un grumo di saliva bianco e rosso sul metallo e riprese a piangere.
«Voi non vi rendete conto di quanta paura gli fate. Una paura boia. Scommetto che non sapete nemmeno perché lo fate.».
Sentì il corpo del ragazzo afflosciarsi sotto la sua mano, svuotato da ogni prospettiva di tornare a casa con la testa ancora attaccata al collo e di ripensare a quei dieci minuti con Marzio solo come a un brutto ricordo.
«Mi dispiace. Mi dispiace… » continuò a piagnucolare Faccia-da-ratto come un disco rotto
«No, a me dispiace» Marzio scosse la testa. «L’idea è venuta al tuo amico, vero? Quello che ti ha lasciato qua. Ti sei fatto trascinare, è normale alla tua età. Alla vostra età non avete volontà, né scopo. A parte per Marzio. Lui è nato che già sapeva che cosa doveva fare della sua vita. Come me. »
Le dita si addolcirono intorno ai capelli e prese a massaggiargli la nuca col pollice.
«Non riesco a pensare a niente di peggio: venire al mondo continuare a vivere ogni giorno senza avere una vera ragione per aprire gli occhi all’alba.»
Il Santo appoggiò un ginocchio nell’erba soffice, trascinando il ragazzo con sé. Gli avvicinò le labbra all’orecchio e gli sussurrò:
«Ma adesso, per te, la cosa finisce qui. Abbiamo trovato qualcosa da farti fare. Questo posto ha bisogno di un amico. Di una guardia.»
«No…» rispose Faccia-da-topo con un suono fioco e fragile, in attesa della sua fine.
Nel buio dietro le sue palpebre, il ragazzo sentì di essere stato strappato via dalla terra da una forza sconosciuta e invisibile. Quando aprì gli occhi, sfocato dietro lo schermo di lacrime che gli copriva la vista, vide il viso di Marzio sorridergli, paterno. Lo guardava pieno di dolcezza, come se avesse aspettato il loro incontro per tutta la vita.
Le mani grosse e ruvide di Marzio scivolarono lungo le guance del ragazzino e gli incorniciarono il viso.
«Non ti preoccupare, Flavio. Ti perdono. Devo. Non posso portare odio dove stiamo andando.»
Faccia-da-topo lo guardò con occhi spalancati e increduli.
«L’unico problema è che dobbiamo mettere le cose nel giusto equilibrio» alzò un pollice e gli aprì le labbra, accarezzando gli incisivi grossi e sporgenti del ragazzo. «Magari, iniziamo dando un’aggiustata a questi».
Il viso floscio del ragazzo tremò e si frantumò di nuovo in un pianto. In un gesto istintivo che lo riportò all’infanzia, affondò la faccia nel suo petto e si lasciò andare a un pianto liberatorio.
«Avanti, su. Va tutto bene adesso,» disse Marzio, accarezzandogli la schiena. «Risolviamo tutto. Adesso respira, avanti. Respira…»

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