(Tie-In #2) – La Mano, Capitolo tre

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LA MANO

Capitolo 3

Aveva trovato un rifugio nel boschetto che delimitava la strada, proprio dove i rami e il fogliame si attorcigliavano fino a cucire una tenda abbastanza spessa dietro cui nascondersi e scomparire. Quelle foglie e quei rami sapevano ogni cosa di Lorenzo, quasi quanto ne sapevano gli altri del paese.

Non era davvero il suo posto segreto, anche se gli piaceva pensare di sì. Non c’era niente che in quel paese potesse chiamare ‘’segreto’’ o ‘’suo’’, nemmeno quel pezzo di bosco. Sapeva in quali ore gli altri ragazzini entravano per arrampicarsi sugli alberi, sfogliare di nascosto le riviste a luci rosse rubate ai cugini o agli zii, radunarsi per fumare sigarette e bere birre che solo più avanti negli anni avrebbero scoperto essere analcoliche.

Ma la pioggia era venuta in suo soccorso e quegli altri ragazzi, quelli che adesso lo inseguivano sulle loro bici, non si sarebbero inzuppati per mettersi alla ricerca di ‘’uno come lui’’. Forse avrebbero aspettato un po’ sotto una tettoia del baretto in attesa che riprendesse la strada verso casa. ‘’Quelli come lui’’ non resistono a lungo sotto la pioggia e non stanno nascosti a lungo.

Il cielo era gonfio e grigio, attraversato da lampi simili a luminosi capillari spezzati. Piangeva come piangeva lui ma, a differenza di Lorenzo, non aveva nessuna remore nel far vibrare i tetti e le finestre del paese con rombi e lampi, costringendo gli abitanti del paese a terminare qualunque cosa stessero facendo o annullare ogni progetto per restare rinchiusi e soli tra le mura di casa.

Lorenzo aspettava, accucciato tra il fogliame con le ginocchia al mento. Piangere gli faceva male al viso. Le lacrime si accumulavano dietro agli occhi, premendo contro l’orbita nera e gonfia. Sentiva di poter stringere i denti fino a un certo punto, senza rischiare di far cadere quel molare che dondolava così pericolosamente.

Decise che non sarebbe uscito di lì neanche dopo che l’ultima goccia di pioggia sarebbe caduta prima del sole. Si sarebbe perso nel bosco. Avrebbe aspettato che i rampicanti lo ricoprissero e lo assorbissero in loro, sciolto e perso per sempre nel bosco.

Ma non avrebbe potuto piovere in eterno. Non c’era nient’altro che poteva impedire agli altri di tornare da lui, finire quello che avevano iniziato.

Aveva approfittato di un momento di indecisione, quando il vecchio giardiniere del comune aveva parcheggiato l’Ape ai margini della strada per chiedere che cosa stessero facendo. I tre erano rimasti immobilizzati dalla paura e Fabio, quello più grande, era rimasto fermo come una specie di statua greca, con il bastone a mezz’aria, quello che aveva promesso di infilargli su per il culo perché ‘’tanto ti piace, no?’’

In quel momento, Lorenzo si alzò di fretta i pantaloni e corse via con metà del culo al vento, senza guardarsi indietro, senza avere la certezza di avere una sola chance di sopravvivenza, finché non era arrivata la pioggia e aveva trovato il suo rifugio, nel suo posto.

L’eco dei rombi non aveva fatto in tempo a dissolversi che lo scricchiolare della catena di una bici arrivò strisciando rapido nell’aria. Lorenzo fece scattare la testa e passò in rassegna la strada deserta con gli occhi spalancati di un animale braccato.

Quando gli arrivarono alle orecchie il crepitio dei raggi e lo sfrigolio delle camere d’aria contro l’asfalto bagnato, Lorenzo, proprio come quell’animale braccato, scattò in piedi e sparì nel profondo buio del bosco.

Correva più veloce che poteva, tanto quanto il dolore gli poteva permettere, facendo attenzione a non inciampare sui rami o sull’erba bagnata.

Un suono di passi estranei che affondavano nell’erba lo inseguivano, rincorrendo i suoi, più vicini man mano che il terreno si faceva più scivoloso e ostile. Lorenzo continuò a correre finché non sentì i polmoni bruciargli fino alla gola. Sembrava che non ci fosse abbastanza bosco per potergli sfuggire. Alla fine scivolò, a pochi metri dal fossato dove intendeva nascondersi fino a che non sarebbe stato al sicuro.

I passi si fermarono alle sue spalle e cominciarono a camminargli intorno, circospetti.

Lorenzo chiuse gli occhi e rimase a tremare con il viso sprofondato nel fango.

«Riesci a girarti?» gli chiese una voce nuova, fredda e flebile, tesa in qualcosa che Lorenzo non sapeva distinguere tra l’autorità e insicurezza.

«Sennò ti lascio qui», disse la voce.

Lorenzo rimase immobile. Rimase solo un lungo silenzio. Non si sentiva nient’altro se non lo scoppiettio delle gocce sulle foglie.

Una mano lo afferrò per la spalla e lo fece voltare di forza. Il sole gli esplose in faccia come una fucilata improvvisa. Lorenzo si portò le mani al viso, tenendo gli occhi chiusi e le gambe strette e incrociate, stringendo i denti per non lasciar uscire la paura e la vergogna.

Adesso, non solo la faccia, ma anche i polmoni, le ginocchia e il resto del corpo facevano troppo male per piangere. Se si fosse lasciato andare solo a un lamento, la schiena gli si sarebbe spezzata in due.

Rimase in attesa del primo pugno, di un primo calcio o della prima bastonata che lo avrebbe colpito al costato, ma non arrivò niente, solo un profondo silenzio che sembrava allungare il tempo all’infinito.

Lorenzo schiuse l’occhio sano. Una lunga ombra si ergeva tra gli alberi. Il sole, nascosto tra le foglie e le punte degli alberi, spuntava dietro la sua testa come una specie di aureola.

Il ragazzo si piegò verso di lui. Lorenzo fece per strisciare indietro, affondando le mani nelle schegge dei tronchi e i rametti. Due occhi verdi e un ciuffo di capelli platino emersero dall’ombra che andava dissipandosi sul suo viso.

Il ragazzo-ombra dagli occhi verdi sembrava venire da un altro mondo. Lorenzo non poteva pensare nient’altro: non possedeva la nozione di viso angelico, non aveva abbastanza mezzi per paragonare il viso di quel ragazzo a qualunque altra cosa che non avesse visto o immaginato nei cartoni della mattina. Il ragazzo lo guardava con un’espressione vuota e piatta. Sembrava che nessun sentimento gli avesse mai sfiorato il viso, vergine da gioia, paura e rabbia.

Il ragazzo lo afferrò dolcemente per la testa, affondando il pollice nel livido che gli colorava lo zigomo. Quando Lorenzo fece per divincolarsi e strisciare via dal dolore, il ragazzo strinse la presa, continuando a osservare e accarezzare le ferite sul viso di Lorenzo: i graffi, il labbro spaccato, la palpebra destra che si gonfiava fino a somigliare allo spicchio di un mandarino. Poi, gli abbassò il labbro inferiore, scoprendo il buco nero tra l’incisivo e il molare, passando il polpastrello sullo spazio vuoto lasciato dal dente caduto. Osservava tutto con curiosità, come prendendo appunti dietro gli occhi fermi e vuoti.

«Sei scappato?» gli chiese il ragazzo.

Lorenzo fece sì con la testa, ancora ferma nella stretta del ragazzo.

«Perché?» gli chiese.

Lorenzo sentì le lacrime bruciargli negli occhi. Non più di paura, ma di rabbia.

Non rispose, limitandosi a guardarlo con sfida.

Il ragazzo rimase impassibile.

«Dove?» chiese.

«Al campetto», rispose Lorenzo. Il tremolio della bocca gli riaprì la ferita in mezzo alle labbra. Sangue nuovo e fresco cominciò a colargli sul mento.

Il ragazzo gli passò un dito sul labbro e raccolse una goccia di sangue e la esaminò. Poi, come se il sangue gli avesse parlato, fece un cenno affermativo con la testa e si alzò in piedi.

«Aspettami qui» disse e se ne andò, sparendo nel fogliame.

Lorenzo rimase per un’altra ora, senza sapere che cosa aspettare, se non quel ragazzo.

L’istinto e la ragione si misero di comune accordo, urlandogli di darsela e gambe dal bosco. Ma avevano entrambi torto, per Lorenzo. Fuori dal verde, non poteva aspirare a niente di meglio. Forse i ragazzi, in linea sulla strada, a cavallo delle bici che lo aspettavano il suo ritorno. Dopo ci sarebbero state le urla e le lacrime di apprensione di mamma, certe domande stupide come ‘’Perché te lo sei lasciato fare?’’, ‘’Perché non hai fatto niente?’’ e l’immagine di papà sul divano, a una stanza di fianco che non scollava gli occhi dalla televisione per la vergogna di avere un figlio che sapeva tutti in paese chiamavano ‘’l’effeminato’’, ‘’la ragazzina’’.

Un fruscio di foglie arrivò dal fondo del bosco. Lorenzo s’irrigidì, portandosi le ginocchia al petto, fino a sfiorarsi il collo.

La figura alta e snella del ragazzo-ombra riemerse dalle foglie. Adesso riusciva a vederlo per intero, con la sua felpa nera con le maniche abbassate fino al polso, i pantaloni militari e gli stivali neri, lunghi fino al ginocchio. Normalmente lo avrebbe intimidito un abbigliamento del genere, ma qualcosa sembrava finalmente passare attraverso gli occhi di quel ragazzo: una sensazione languida simile alla vergogna. Tra le dita lunghe, scintillanti di sangue fresco, teneva un sacchettino della spesa, apparentemente vuoto. Si fermò a un paio di metri e glielo lanciò. Lorenzo si allungò ad afferrarlo e si ritirò in fretta, tornando nella sua posizione.

Aprì il sacchetto e lo gettò via, urlando e strisciando indietro fino a quasi cadere nel ruscello. Decine di denti bianchi e ingialliti, incrostati di sangue, si sparsero per il terreno fangoso con un ticchettio sordo.

Il ragazzo-ombra rimase immobile a fissarlo e, con voce monocorde, gli disse:

«Prendine uno, prova se ti sta. Gli altri li tengo io, per quando cadono gli altri».

Non ne scelse nessuno. Anche se avesse seguito la parte più depravata di se stesso e avessi sostituito il suo pezzo mancante con uno dei loro, sapeva che non avrebbe potuto sopportare un solo minuto con un pezzo di quei teppisti che si mescolava alla sua carne.

Alla fine, portò comunque un dente con se, come una specie di amuleto, il primo ricordo di lui. Dopo quel giorno di pioggia, Lorenzo portò qualcos’altro con sé: il suono ovattato e secco dei denti che rotolavano tra i rametti e la terra umida e morbida a ogni incontro con quel ragazzo-alieno, il suono che tintinnava nelle orecchie ogni volta che pronunciava o pensava al suo nome: Federi… .