(Tie-In #2) – La Mano, Capitolo tre

(Tie-In #2) – La Mano, Capitolo Tre – SCARICA CAPITOLO

PDF

(Tie-In #2) – La Mano, Capitolo Tre – LEGGI ONLINE

LA MANO

Capitolo 3

Aveva trovato un rifugio nel boschetto che delimitava la strada, proprio dove i rami e il fogliame si attorcigliavano fino a cucire una tenda abbastanza spessa dietro cui nascondersi e scomparire. Quelle foglie e quei rami sapevano ogni cosa di Lorenzo, quasi quanto ne sapevano gli altri del paese.

Non era davvero il suo posto segreto, anche se gli piaceva pensare di sì. Non c’era niente che in quel paese potesse chiamare ‘’segreto’’ o ‘’suo’’, nemmeno quel pezzo di bosco. Sapeva in quali ore gli altri ragazzini entravano per arrampicarsi sugli alberi, sfogliare di nascosto le riviste a luci rosse rubate ai cugini o agli zii, radunarsi per fumare sigarette e bere birre che solo più avanti negli anni avrebbero scoperto essere analcoliche.

Ma la pioggia era venuta in suo soccorso e quegli altri ragazzi, quelli che adesso lo inseguivano sulle loro bici, non si sarebbero inzuppati per mettersi alla ricerca di ‘’uno come lui’’. Forse avrebbero aspettato un po’ sotto una tettoia del baretto in attesa che riprendesse la strada verso casa. ‘’Quelli come lui’’ non resistono a lungo sotto la pioggia e non stanno nascosti a lungo.

Il cielo era gonfio e grigio, attraversato da lampi simili a luminosi capillari spezzati. Piangeva come piangeva lui ma, a differenza di Lorenzo, non aveva nessuna remore nel far vibrare i tetti e le finestre del paese con rombi e lampi, costringendo gli abitanti del paese a terminare qualunque cosa stessero facendo o annullare ogni progetto per restare rinchiusi e soli tra le mura di casa.

Lorenzo aspettava, accucciato tra il fogliame con le ginocchia al mento. Piangere gli faceva male al viso. Le lacrime si accumulavano dietro agli occhi, premendo contro l’orbita nera e gonfia. Sentiva di poter stringere i denti fino a un certo punto, senza rischiare di far cadere quel molare che dondolava così pericolosamente.

Decise che non sarebbe uscito di lì neanche dopo che l’ultima goccia di pioggia sarebbe caduta prima del sole. Si sarebbe perso nel bosco. Avrebbe aspettato che i rampicanti lo ricoprissero e lo assorbissero in loro, sciolto e perso per sempre nel bosco.

Ma non avrebbe potuto piovere in eterno. Non c’era nient’altro che poteva impedire agli altri di tornare da lui, finire quello che avevano iniziato.

Aveva approfittato di un momento di indecisione, quando il vecchio giardiniere del comune aveva parcheggiato l’Ape ai margini della strada per chiedere che cosa stessero facendo. I tre erano rimasti immobilizzati dalla paura e Fabio, quello più grande, era rimasto fermo come una specie di statua greca, con il bastone a mezz’aria, quello che aveva promesso di infilargli su per il culo perché ‘’tanto ti piace, no?’’

In quel momento, Lorenzo si alzò di fretta i pantaloni e corse via con metà del culo al vento, senza guardarsi indietro, senza avere la certezza di avere una sola chance di sopravvivenza, finché non era arrivata la pioggia e aveva trovato il suo rifugio, nel suo posto.

L’eco dei rombi non aveva fatto in tempo a dissolversi che lo scricchiolare della catena di una bici arrivò strisciando rapido nell’aria. Lorenzo fece scattare la testa e passò in rassegna la strada deserta con gli occhi spalancati di un animale braccato.

Quando gli arrivarono alle orecchie il crepitio dei raggi e lo sfrigolio delle camere d’aria contro l’asfalto bagnato, Lorenzo, proprio come quell’animale braccato, scattò in piedi e sparì nel profondo buio del bosco.

Correva più veloce che poteva, tanto quanto il dolore gli poteva permettere, facendo attenzione a non inciampare sui rami o sull’erba bagnata.

Un suono di passi estranei che affondavano nell’erba lo inseguivano, rincorrendo i suoi, più vicini man mano che il terreno si faceva più scivoloso e ostile. Lorenzo continuò a correre finché non sentì i polmoni bruciargli fino alla gola. Sembrava che non ci fosse abbastanza bosco per potergli sfuggire. Alla fine scivolò, a pochi metri dal fossato dove intendeva nascondersi fino a che non sarebbe stato al sicuro.

I passi si fermarono alle sue spalle e cominciarono a camminargli intorno, circospetti.

Lorenzo chiuse gli occhi e rimase a tremare con il viso sprofondato nel fango.

«Riesci a girarti?» gli chiese una voce nuova, fredda e flebile, tesa in qualcosa che Lorenzo non sapeva distinguere tra l’autorità e insicurezza.

«Sennò ti lascio qui», disse la voce.

Lorenzo rimase immobile. Rimase solo un lungo silenzio. Non si sentiva nient’altro se non lo scoppiettio delle gocce sulle foglie.

Una mano lo afferrò per la spalla e lo fece voltare di forza. Il sole gli esplose in faccia come una fucilata improvvisa. Lorenzo si portò le mani al viso, tenendo gli occhi chiusi e le gambe strette e incrociate, stringendo i denti per non lasciar uscire la paura e la vergogna.

Adesso, non solo la faccia, ma anche i polmoni, le ginocchia e il resto del corpo facevano troppo male per piangere. Se si fosse lasciato andare solo a un lamento, la schiena gli si sarebbe spezzata in due.

Rimase in attesa del primo pugno, di un primo calcio o della prima bastonata che lo avrebbe colpito al costato, ma non arrivò niente, solo un profondo silenzio che sembrava allungare il tempo all’infinito.

Lorenzo schiuse l’occhio sano. Una lunga ombra si ergeva tra gli alberi. Il sole, nascosto tra le foglie e le punte degli alberi, spuntava dietro la sua testa come una specie di aureola.

Il ragazzo si piegò verso di lui. Lorenzo fece per strisciare indietro, affondando le mani nelle schegge dei tronchi e i rametti. Due occhi verdi e un ciuffo di capelli platino emersero dall’ombra che andava dissipandosi sul suo viso.

Il ragazzo-ombra dagli occhi verdi sembrava venire da un altro mondo. Lorenzo non poteva pensare nient’altro: non possedeva la nozione di viso angelico, non aveva abbastanza mezzi per paragonare il viso di quel ragazzo a qualunque altra cosa che non avesse visto o immaginato nei cartoni della mattina. Il ragazzo lo guardava con un’espressione vuota e piatta. Sembrava che nessun sentimento gli avesse mai sfiorato il viso, vergine da gioia, paura e rabbia.

Il ragazzo lo afferrò dolcemente per la testa, affondando il pollice nel livido che gli colorava lo zigomo. Quando Lorenzo fece per divincolarsi e strisciare via dal dolore, il ragazzo strinse la presa, continuando a osservare e accarezzare le ferite sul viso di Lorenzo: i graffi, il labbro spaccato, la palpebra destra che si gonfiava fino a somigliare allo spicchio di un mandarino. Poi, gli abbassò il labbro inferiore, scoprendo il buco nero tra l’incisivo e il molare, passando il polpastrello sullo spazio vuoto lasciato dal dente caduto. Osservava tutto con curiosità, come prendendo appunti dietro gli occhi fermi e vuoti.

«Sei scappato?» gli chiese il ragazzo.

Lorenzo fece sì con la testa, ancora ferma nella stretta del ragazzo.

«Perché?» gli chiese.

Lorenzo sentì le lacrime bruciargli negli occhi. Non più di paura, ma di rabbia.

Non rispose, limitandosi a guardarlo con sfida.

Il ragazzo rimase impassibile.

«Dove?» chiese.

«Al campetto», rispose Lorenzo. Il tremolio della bocca gli riaprì la ferita in mezzo alle labbra. Sangue nuovo e fresco cominciò a colargli sul mento.

Il ragazzo gli passò un dito sul labbro e raccolse una goccia di sangue e la esaminò. Poi, come se il sangue gli avesse parlato, fece un cenno affermativo con la testa e si alzò in piedi.

«Aspettami qui» disse e se ne andò, sparendo nel fogliame.

Lorenzo rimase per un’altra ora, senza sapere che cosa aspettare, se non quel ragazzo.

L’istinto e la ragione si misero di comune accordo, urlandogli di darsela e gambe dal bosco. Ma avevano entrambi torto, per Lorenzo. Fuori dal verde, non poteva aspirare a niente di meglio. Forse i ragazzi, in linea sulla strada, a cavallo delle bici che lo aspettavano il suo ritorno. Dopo ci sarebbero state le urla e le lacrime di apprensione di mamma, certe domande stupide come ‘’Perché te lo sei lasciato fare?’’, ‘’Perché non hai fatto niente?’’ e l’immagine di papà sul divano, a una stanza di fianco che non scollava gli occhi dalla televisione per la vergogna di avere un figlio che sapeva tutti in paese chiamavano ‘’l’effeminato’’, ‘’la ragazzina’’.

Un fruscio di foglie arrivò dal fondo del bosco. Lorenzo s’irrigidì, portandosi le ginocchia al petto, fino a sfiorarsi il collo.

La figura alta e snella del ragazzo-ombra riemerse dalle foglie. Adesso riusciva a vederlo per intero, con la sua felpa nera con le maniche abbassate fino al polso, i pantaloni militari e gli stivali neri, lunghi fino al ginocchio. Normalmente lo avrebbe intimidito un abbigliamento del genere, ma qualcosa sembrava finalmente passare attraverso gli occhi di quel ragazzo: una sensazione languida simile alla vergogna. Tra le dita lunghe, scintillanti di sangue fresco, teneva un sacchettino della spesa, apparentemente vuoto. Si fermò a un paio di metri e glielo lanciò. Lorenzo si allungò ad afferrarlo e si ritirò in fretta, tornando nella sua posizione.

Aprì il sacchetto e lo gettò via, urlando e strisciando indietro fino a quasi cadere nel ruscello. Decine di denti bianchi e ingialliti, incrostati di sangue, si sparsero per il terreno fangoso con un ticchettio sordo.

Il ragazzo-ombra rimase immobile a fissarlo e, con voce monocorde, gli disse:

«Prendine uno, prova se ti sta. Gli altri li tengo io, per quando cadono gli altri».

Non ne scelse nessuno. Anche se avesse seguito la parte più depravata di se stesso e avessi sostituito il suo pezzo mancante con uno dei loro, sapeva che non avrebbe potuto sopportare un solo minuto con un pezzo di quei teppisti che si mescolava alla sua carne.

Alla fine, portò comunque un dente con se, come una specie di amuleto, il primo ricordo di lui. Dopo quel giorno di pioggia, Lorenzo portò qualcos’altro con sé: il suono ovattato e secco dei denti che rotolavano tra i rametti e la terra umida e morbida a ogni incontro con quel ragazzo-alieno, il suono che tintinnava nelle orecchie ogni volta che pronunciava o pensava al suo nome: Federi… .

#7 – Oggi, Domani e !!! (pt. 2)

# 7 – Oggi, Domani e !!! (pt. 2) – SCARICA CAPITOLO

PDF

# 7 – Oggi, Domani e !!! (pt. 2) – LEGGI ONLINE

Poco dopo, Pichelli diede fondo agli alcolici del mini-bar.

Non un cieco assalto, ma uno strutturato e disciplinato annientamento a base di sottomarche di birra olandese, vino rosso in cartone e solo dopo proseguiva con gin e grappe cinesi, a volte mescolati con l’acqua tonica per diluire la disperazione.

Alla fine, a un’ora dalla presentazione, Pichelli si ritrovava sdraiato sul suo letto imperiale a due piazze circondato da resti di bottigliette vuote e lattine accartocciate, con il naso adunco e un ciuffo di capelli neri che spuntava come un monolite dalle decine di cuscini bianchi.

Una vibrazione strisciò passò sotto la schiena di Pichelli, in un tintinnio di bottigliette. Lanciò via i vari cuscini, finché non emerse lo schermo del telefono.

NUMERO PRIVATO.

L’effetto dell’alcol si dissipò rapidamente, riportandolo a una lucida e opprimente sobrietà.

«L’ho svegliata?» rispose una voce di donna, profonda e melliflua, con un vago cenno di sorpresa.

«No» rispose Pichelli, affrettandosi a pulirsi via la bava dal mento con il dorso della mano.

«Sa chi sono?»

Pichelli si sedette su un cuscino bottigliette.

«La… La Presidentessa?»

La Presidentessa si lasciò andare a una lieve, risata di cortesia.

«Lasci perdere le formalità. Non sono la sua presidentessa».

«E come la devo chiamare?»

«Non deve». Parlava con la dizione teatrale di un’attrice mancata, misurando ogni parola come se ciascuna fosse dotata del suo pregnante, necessario significato.

«Diana sta bene» continuò La Presidentessa, proseguendo come recitando un dialogo già preparato. «Mangia, beve, gioca e dorme. Dorme tanto. Preferisce i libri alla spazzatura nei tablet. È triste che mi sorprenda, ma sono questi i tempi in cui viviamo. Chiede sempre del suo papà, anche se non specifica mai bene quale».

Nonostante la distanza, Pichelli poteva sentire La Presidentessa sorridere crudelmente da chissà dove, probabilmente in una stanza poco lontana da quella in cui si trovava sua figlia. Gli occhi gli bruciarono di lacrime, in maniera tanto rapida e incontrollata da lasciarsi sfuggire un singhiozzo.

«No, no, no…» sospirò La Presidentessa, mortificata. «Senta cosa è successo oggi. Stamattina ho trovato Diana a curiosare nel mio ufficio, – perché non la teniamo rinchiusa come un’animale, come potrebbe giustamente pensare. Gira liberamente, come a casa sua – Be’, si è messa a camminare avanti e indietro per la libreria del mio ufficio, sfiorando le coste dei libri con la punta del dito. Sembrava che le bastasse sfiorarli col ditino per distinguere i libri noiosi da quelli più divertenti e, a un certo punto, indovini dove si ferma? Su La Stagione delle Piogge. Il primo volume. Ha cercato di tirarlo fuori, ma l’ho presa in tempo. Quelle copertine traumatizzavano me da piccola, si figuri. Mi ha guardato con i suoi occhioni come per chiedermi: ‘’Perché?’, e le ho detto: ‘’Quello è un fumetto che non ti fa più dormire. Io lo so, c’ho provato e, da quel giorno, non dormo più’’». Il tono frizzante e la dizione con cui La Presidentessa raccontava la sua storia andarono pian piano scemando in un rancore appena soffocato. Le parole tremolavano appena, strette tra i denti prima di essere lasciate libere per le orecchie di Pichelli.

Pichelli rimase ad ascoltare la storia della Presidentessa con gli occhi lucidi di lacrime.

«Cosa devo fare?»

Non arrivò nessuna risposta. Solo un brusio elettrico in cui si confondevano i respiri suoi e della Presidentessa.

«Faccio quello che volete» Pichelli si mise a quattro zampe, spostandosi in avanti versi i margini del letto, come prostrandosi di fronte alla Presidentessa. «Quello che serve… Faccio tutto quello che serve».

«Ho letto il suo ‘’romanzo’’. La Mano» disse La Presidentessa, concentrando più disprezzo che poteva nella parola ‘’romanzo’’. «Penserà che non mi è piaciuto, ma non è vero. Non del tutto, è solo stato…. doloroso. Dolce, qualche volta. Le dispiacerebbe leggere il terzo capitolo, stasera, alla presentazione? Ho consigliato il libro a un paio dei miei camerati. Ci saranno anche loro la presentazione. Sono curiosi. È ancora lì, signor Pichelli?»

Pichelli stava immobile, ancora prostrato sul suo lettino di bottigliette vuote. L’alcol gli annebbiava i pensieri e alimentava la paura. Cercava di mettere a fuoco il viso di Diana, di immaginarla camminare in chissà quale luogo sconosciuto, giocare, mangiare e dormire come gli aveva rassicurato La Presidentessa ma, a ogni tentativo, il viso della sua bambina si faceva sempre più sfocato, censurato da quell’istinto di autoconservazione che gli strillava nelle orecchie di fuggire lontano, dove nessuno lo avrebbe più trovato. Sparire, cambiare nome e dimenticare il vecchio, cancellare il passato dai sogni e dai ricordi.

Come… Come Il…

«Sì, sono ancora qui».

«Bene» rispose La Presidentessa, soddisfatta. «Non voglio darle altri pensieri prima della presentazione. Voglio vederla lucido e sicuro per la sua diretta streaming. Dopo la presentazione, prenderemo i nostri accordi ».

«Sì… certo…» rispose Pichelli, senza più un vero controllo delle sue parole e degli organi che lo producevano.

Marzio salì fino alla sua cameretta, portando tra le braccia due fucili e decine di scatole di proiettili. Prese una borsa sportiva da una delle mensole sopra il letto e aprì il cassetto sotto la libreria. Indossò pantaloni e camicia nera. Si stirò i capelli con la brillantina. Infilò le armi e i proiettili nel borsone e li coprì con altre due paia di pantaloni e di camicie nere.

Indugiò e alla fine ci infilò anche i suoi volumi de La Stagione delle Piogge (quelli da viaggi, con le copertine rovinate, spiegazzate, incrostate di sabbia e terra). Prese il colletto di Don Antonio dalla tasca, ancora freddo da congelatore. Si posizionò davanti lo specchiò, infilò il collare sotto il colletto della camicia.

Un ultimo sguardo alla paura che faceva tremolare le iridi castane e alla fine le seppellì sotto gli occhiali da sole. Rimase a rimirarsi allo specchio, facendo ballare gli occhi tra il suo riflesso e la gigantografia della copertina del primo volume de La Stagione delle Piogge appeso dietro la porta.

Sentì Il Santo sorridere dietro la sua bocca, trascinando le labbra in un sorriso fiero e minaccioso.

Guarda fuori… gli sussurrò.

Marzio si girò verso la finestra e aprì il sorriso al sole rosso che tramontava dietro le colline.

Mancava solo un ultimo pezzo prima della preparazione. La ritrovò sepolta tra le cianfrusaglie arrugginite che papà teneva nell’angolo della cantina.

Dissotterrò la vecchia macchina da scrivere e la portò tra le braccia, lanciando un lamento di fatica a ogni scalino. Poi, l’appoggiò delicatamente sul tavolo della cucina e vi sistemò davanti la sedia, con la schiena rivolta alla finestra rotta.

Appiccicò un pezzo di scotch di carta e vi scrisse sopra con pennarello rosso: ‘’M. PICHELLI’’.

(Fuori Programma) – La Storia Finora

Illustrazione di Sam Zabel

Con ”Rinascita” si chiude la prima parte di ”Sacramento”. A questo punto, Marzio che Pichelli sono arrivati al punto di non ritorno e possono solo seguire la strada che li porterà verso La Presidentessa e (forse) La Danza della Pioggia.

Per questo, mi prendo una piccola pausa natalizia: un po’ per prendere tempo e sviluppare il resto della seconda parte (non ha ancora un titolo, ma ha abbastanza capitoli) e un po’ per dare un po’ di tempo a chi legge e ai nuovi lettori di rimettersi al pari.

E, a proposito, grazie a chi legge e scarica i capitoli ogni mercoledì!

A prova che sono una persona e non un bot, fatemi sapere cosa ne pensate, o qui o su Facebook o Instagram.

Questi primi capitoli servono per gettare un po’ delle fondamenta che reggeranno la seconda parte (in certi capitoli di passaggio come ”Proiettili, amore e compassione’‘, e in tutte le copertine scelte per ogni capitolo, troverete tutti i temi portanti della storia e, in un certo senso, qualche spoiler).

Le prime pagine possono risultare un po’ lente, ma mi permettono di pianificare la lunga corsa verso la fine senza pausa. Per questo l’ordine di lettura è importante (non saltate il #0 e la Tie-In #1!).

Qui c’è la storia finora

Ordine di Lettura

# 0 – ”Canta il Corpo Elettrico”

(Tie-In #1) ”Proiettili, Amore e Compassione: Intervista a Michele Pichelli”

# 1 – New Comic Book Day (Capitolo Completo)Pt. 1 & Pt. 2

# 2 – La Fortezza della Solitudine

# 3 – “Il cielo sanguina, Michele”

# 4 – «Oh, Superman!» (Capitolo Completo), Pt. 1 & Pt. 2

# 5 – Respira (Capitolo Completo), Pt.1 & Pt. 2

# 6 – Rinascita (Capitolo Completo) Pt. 1 & Pt. 2

Per il resto, potete leggere La Danza della Pioggia come volete: come un thriller su un pazzo lunatico convinto di essere il parto dell’immaginazione di un fumettista fallito, o credere all’esistenza della Voce e vederlo come un horror ”on the road” a sfondo fumettistico.

L’importante, è che come Marzio vogliate vedere La Stagione delle Piogge avverarsi.

Mi raccomando: leggete, scrivete, commentate e CONDIVIDETE!

Ci si rivede a Gennaio!

# 6 – Rinascita (pt. 2 di 2)

La Danze della Pioggia #6 – Rinascita (pt. 2 di 2) – Scarica il Capitolo

PDF

La Danze della Pioggia #6 – Rinascita (pt. 2 di 2) – Leggi Online

Entrato in cucina, il prete fece per sedersi a capotavola, nel posto di solito occupato da papà e il suo bomber verde.

«No, non lì» lo ammonì Marzio, con abbastanza energia da far sobbalzare il prete. «Ha una gamba rotta» disse poi Marzio, addolcendo la voce e porgendogli un bicchiere d’acqua.

«Va bene. Mi metto… mi metto qui, allora».

Marzio salì le scale, lasciando il prete solo nella stanza a guardarsi intorno. Gli sembrava di essere seduto nel mezzo di una bolla temporale. Gli elettrodomestici, dal frigo al tostapane, erano ancora quelli di trent’anni prima, ma erano ancora ben tenuti, come nuovi. Probabilmente, se gli avesse azionati, avrebbero funzionato come appena usciti dalla scatola.

La stanza era ancora pregna dell’odore di zuppa della sera prima. Con le mani strette intorno ai margini del tavolo, Antonio sfiorò un angolo sbeccato con il polpastrello del pollice. Si piegò ad osservare il danno, scoprendone altri disseminati per la stanza: una piccola depressione nel pavimento di legno, poco lontano dalla gamba del tavolo, poi un altro al centro dell’atrio e un tovagliolo bianco imbrattato di zuppa arancione lanciato in un angolo della stanza.

Antonio cercò di immaginarsi il panico della sera prima: Marzio che mangia serenamente finché i sassi non arrivano a bombardare il suo rifugio, la sua ‘’fortezza della solitudine’’ che aveva promesso di proteggerlo dalla cattiveria di San Infantino. Avrebbe potuto essere quella la goccia che faceva traboccare il vaso, e invece gli appariva rilassato e sereno, come se niente fosse successo. Il prete rimase ad accarezzare l’angolo sbeccato del tavolo, poi si bloccò.

Marzio non si era ancora levato gli occhiali da sole…

Scese dalla camera in appena un paio di minuti. Mise i fumetti davanti al prete, appoggiandoli delicatamente sul tavolo.

«Perché proprio Rinascita, Padre?» Marzio si sedette e rimase a guardare il prete con un sorriso stampato in faccia.

Il prete sussultò, strappato via alle sue ansie.

«Avevo visto la copertina e… mi piacevano i disegni, tutto qua» rispose, mostrando un sorriso gentile e imbarazzato.

«Non deve vergognarsi a guardare le figure».

«Già, sì…» borbottò il prete a occhi bassi. Sentiva il peso della rivoltella sulla coscia che continuava a ballare sotto il tavolo. Si afferrò la gamba e spinse dentro il manico della pistola nella tasca. Quando fece per levare la mano, questa si irrigidì, restando salda attorno all’arma. Sembrava aver preso vita proprio e non volerne sapere di uscire all’esterno e farsi sfiorare dalla stessa aria che sfiorava Marzio.

«E… e di cosa parla, Rinascita?» chiese il prete, fallendo nel suo tentativo di non suonare circospetto.

La gentilezza forzata sul volto di Marzio sparì di colpo e guardò Antonio con un espressione che dura e accigliata.

«È … è parecchio tempo che non lo rileggo, padre. Si confonde un po’ in mezzo agli altri».

«Oh» disse il prete come esalando un respiro, mentre il pollice strisciava sul cane della pistola, e l’indice sul grilletto. «Pensavo… pensavo fosse la tua storia preferita. Ne parlavi sempre».

Marzio rimase a guardare il prete, impassibile, con le mascelle che si gonfiavano e si sgonfiavano sotto le guance, masticando di rabbia.

«Tengo molto anche a mio padre, ma a volte la sua faccia ancora mi sfugge» un leggero sorriso si fece largo sul suo viso. «Il fulmine. Tutta colpa del maledetto fulmine…»

Il prete annuì, senza davvero ascoltare la sua giustificazione. L’attenzione era tutta sulle fuliggine sotto le unghie di Marzio. Nonostante la distanza che li separava da un capo all’altro del tavolo, poteva riconoscere dei riflessi rossi tra lo sporco.

Il prete prese il bicchiere e, con un sorriso nervoso, se lo avvicinò alle labbra. Marzio rispose al sorriso e nascoste la mani sudicie sotto il tavolo.

Rimasero in silenzio il tempo di una lunga sorsata d’acqua. Marzio continuava a fissarlo con il suo sorriso storto e malizioso, come trovandosi di fronte a un animale nuovo e curioso.

«Ed è meglio de La Stagione delle Piogge, secondo te? » si affrettò a chiedere Don Antonio, come temendo che il silenzio tra loro.

Il sorriso di Marzio si spense, rifacendosi di pietra. Il sorriso del prete si spense insieme al suo. I grilli, fuori dalla finestra, tornarono a frinire impazziti.

«Sono due storie diverse» rispose Marzio, gelido.

«Certo» un altro passo falso per Don Antonio. «Magari, dopo Lanterna Verde, mi ci posso mettere un po’, se hai voglia di darmi una mano…»

«Sono solo i fumetti e l’acqua che le servono?» chiese Marzio. «Chiunque faccia tutta la strada che ci vuole per arrivare fino a qui deve volere molto di più».

Il prete sospirò. La mano tremava intorno alla pistola, pronta a sparare.

«Ho saputo di quello che è successo allo Speed, Marzio» rispose.

«Le voci girano».

Il prete lo fissò ammutolito. Marzio sorrise, poi esplose un debole scoppio di riso.

«Quello che è successo allo Speed non è un evento straordinario e lei lo sa» disse Marzio. «Se dovesse venire qui ogni volta che qualcuno se la prende con me, farei prima a prepararle una stanza per lei di sopra» poi, il sorriso si spense e, almeno per Antonio, Marzio il suo sguardo cambiò in un ché di accusatorio. «È per la pistola che è venuto qua».

«Perché giravi armato, Marzio?» disse il prete, balbettando.

L’angolo della bocca di Marzio si tese in un sorriso confuso.

«Non dovrei?» rispose scuotendo la testa. «Lo sa, mi metto nei panni di quelli che abitano a San Infantino, anche se loro non mi ricambiano della stessa gentilezza. Per quanto saranno ancora disposti ad avere uno come me che gira tra i bambini e la brava gente del paese? Uno stupido, un demente, un assassino».

«Non… non sei un…»

«Quello che pensa lei e Dio non conta qui».

Il prete abbassò tristemente gli occhi sul bicchiere vuoto.

«Non mi illudo troppo, padre» continuò Marzio. «Esistono solo causa ed effetto, nient’altro. Quello che mi resta è continuare con la mia vita e aspettare. Non esiste la redenzione, non davvero. È solo uno stratagemma narrativo. Qui, nella realtà in cui viviamo noi, è solo un bel sogno».

«Meno male che ci sono, le storie» rispose il prete. «Cosa ci resterebbe, sennò?»

Il sorriso di Marzio si spense e si aggiustò gli occhiali, schiacciandoseli contro il viso. Poi ,sbuffò, facendo uscire l’aria dal naso come un toro pronto a caricare.

«Vuole un altro bicchiere?» chiese.

«No, sono apposto.» il prete s’interruppe e rimase in silenzio ad accarezzare il bicchiere d’acqua.

«C’è qualcos’altro che le passa per la testa, padre?»

Antonio si sorprese a essere rimasto in silenzio per chissà quanto tempo, con il dito strisciante lungo il bordo del bicchiere e la mano ancora stretta intorno alla rivoltella. Dopo un lungo indugiare, rimise la mano destra sul tavolo, mostrò un sorriso e scosse la testa.

«No, niente di importante», disse. Si mise i fumetti sottobraccio e si alzò. Poi, indicò la finestra col pollice. «Conoscono qualcuno, da fuori, che può fare qualcosa per la finestra. Posso dirgli di venire oggi, senza problemi».

«Sarebbe fantastico, sì».

Il prete rimase ancora indeciso, avanzando e indietreggiando tra il tavolo della cucina e l’atrio, poi, cercando di apparire il più disinvolto possibile, chiese:

«Hai idea di chi sia stato a romperti la finestra, Marzio?»

Marzio sorrise e fece spallucce.

«Qualcuno con una buona mira».

«Poi ti faccio sapere, eh» disse il prete, scendendo le scale e sventolando gli albi che stringeva nella mano.

«Non vedo l’ora di sapere cosa ne pensa».

Ma prima che il prete potesse prometterglielo, un lungo mugolio di dolore strisciò attraversò la coperta che copriva la cuccia, lasciandolo il prete paralizzato con un piede sospeso sull’ultimo scalino. Qualcosa colpì la coperta dall’interno: una, due volte. Ogni colpo era accompagnato da un tintinnio scuro e pesante di catene. Antonio indietreggiò fino a urtare contro il petto Marzio, tranquillamente appoggiato sullo stipite dell’ingresso.

«Ha fame» disse Marzio, sospirando e controllandosi le macchie rosso scuro sotto le unghie. Lasciò che il prete prete si allungasse verso la cuccia per scostare la coperta.

Appena sollevato l’angolo, trovò due schegge giallognole nascoste nel terriccio. Ne prese uno tra le dita e lanciò un urlo strozzato, mentre fissava l’incisivo che teneva tra le dita. Una sottile striscia di sangue coagulato ne incorniciava i margini e la mente del prete andò alla fuliggine rosso scura che sporcava le unghie di Marzio.

Un urlo esplose dal buio dietro la cuccia, simile al latrato di un cane morente. Il prete cadde su un fianco, tenendo i denti nel palmo della mano tesa verso la cuccia, come per volerli restituire al suo proprietario.

Un altro latrato strisciò fuori dalla cuccia, sforzandosi di piegare il proprio suono in parole comprensibili, fino a poter formulare uno stentato:

«Atooo…. Aut… Ai… Aiuto… »

Don Antonio sollevò la coperta e gettò lo sguardo nel buio. Una zaffata acre e rancida di sudore, sangue ed escrementi lo colpì in pieno volto. Poi, quando gli occhi si abituarono all’oscurità, un urlo di disgusto e terrore gli aprì la gola. Il prete cadde seduto sulla terra, come sputato via dalla cuccia.

Due occhi grandi e lucidi di lacrime lo osservavano imploranti, fluttuando nel buio. Una sottile striscia di sole penetrava obliqua nella cuccia, illuminando le clavicole e le spalle scheletriche del ragazzo, lorde di terra e sangue. Adesso poteva vedere chiaramente quel ragazzo pallido e spaventato, costretto a quattro zampe sulla terra con il collo stretto in un collare rosso con inciso il nome ‘’Krypto’’.

Antonio balbettò il nome del ragazzo, ma ogni tentativo di restituirgli l’umanità passata veniva spazzato via dai latrati disperati che lanciava Faccia-da-topo strattonando la catena. La mano tremante del prete avanzò indecisa verso la tasca con la rivoltella, ma si bloccò al suono di uno scatto metallico alle sue spalle.

«Marzio non c’entra nulla» disse la sua voce, più profonda, ferma e adulta, premendo la canna della Desert Eagle contro la nuca del prete. «Dia a me la colpa, non a lui».

«Va bene» rispose il prete, chiudendo gli occhi e allontanando la mano dalla tasca. «Va bene così».

Poi, un boato esplose, sollevandosi verso il cielo immobile e senza nuvole, e i grilli smisero finalmente di frinire.

«No… » mugolò Marzio, tremante e stretto contro la porta con le ginocchia premute contro il collo. La pistola stava a metà dalla scalinata, dove l’aveva lanciata non appena il rinculo del colpo gli scosse il braccio fino alla spalla, risvegliandolo. Si copriva il viso con le mani, aprendo le dita per spiare il corpo steso del prete per poi richiuderle non appena gli occhi scivolavano sui frammenti rossi e bianchi che gli circondavano la testa come un’aureola.

«Lui no…» rantolò Marzio.

La Voce restò in silenzio.

Gli occhi di Marzio caddero di nuovo sulla pistola, ancora fumante. Il pianto si placò e il viso s’irrigidì di colpo in un’espressione di ferma decisione.

«Perché?» gracchiò Marzio, alzando gli occhi disperati al cielo.

Come guidandolo da dentro il cranio, gli occhi di Marzio girarono fino a fermarsi sulla rivoltella, stesa vicino alla mano pallida e contratta del prete.

Perché, da adesso, non si può più tornare indietro.

Il viso di Marzio si contrasse, pronto a un altro scoppio di pianto, ma si placò. Strinse i denti in un ringhio e si gettò sugli scalini. Prese la Desert Eagle. Aprì la bocca, pronto ad accogliere la canna della pistola, ma il calore del ferro gli bruciò le labbra e la punta della lingua. Marzio rimase a stropicciarsi la bocca per lavare via il dolore, con le risate di scherno della Voce che rimbombavano tra le pareti del cranio.

Oh, Marzio…

Provò di nuovo, questa volta puntandosela alla tempia. La sicura era già disinnescata. Serviva solo un briciolo in più di coraggio. Una piccola spinta di fede e la Voce si sarebbe spenta. Tutto si sarebbe spento.

Ci sono altri modi per mandarmi via…

«Non ci sono, no… » rispose, con le parole deformate dalla presenza ingombrante della pistola.

Sì, invece. Non vuoi prendere la strada più lunga, quella più difficile, l’unica che puoi prendere.

Piegò la nocca, avvolgendo il dito intorno al grilletto. Si sentiva pronto a fare il suo salto di fede, quando una vibrazione nella tasca dei jeans spazzò via tutta l’adrenalina.

Non vuoi dare un’occhiata alle notifiche, prima di mandarci tutti e due all’altro mondo?

Con la canna ancora premuta contro la tempia, Marzio frugò nella tasca dei jeans e tirò fuori il cellulare. Non servì sbloccare lo schermo. Era sufficiente l’anteprima della notifica in evidenza a convincerlo a far scivolare lentamente l’arma lontano dalla sua faccia, con gli occhi ancora fissi sul telefono.

ROBERTO PICHELLI PRESENTA: ‘’LA MANO’’.

ORE 22.30.

LIBRERIA MORRISON

Solo un ultimo sforzo, Marzio. Te lo prometto…

# 1 – New Comic Book Day, Pt. 2/2

da ”DareDevil: Born Again” di Miller & Mazuchelli

La Danza Della Pioggia – #1: New Comic Book Day, Pt. 2/2 (Versione Scaricabile)

PDF

La Danza Della Pioggia – #1: New Comic Book Day, Pt. 2/2 (Leggi Online)

Mentre Marzio elencava i suoi sintomi, Antonio si sollevò appena dalla panca a guardargli le mani e si bloccò a metà. Le nocche di Marzio, graffiate e ancora fresche di sangue, tremavano incontrollate sopra le ginocchia.

«Non ho fatto niente» disse Marzio, sorridendo e tenendo lo sguardo basso. Il prete tornò a sedersi in fretta, come un bambino beccato a copiare un compito.

«Ho passato la notte a picchiare il muro, a cercare di resisterle. Cacciarla via» continuò Marzio. «Ma non ne vuole sapere. La Bibbia dice: ‘’Beati i mansueti perché erediteranno la terra’’, vero? Ma Lui non vuole. Lui vuole solo vedere la Pioggia».

Antonio si accorse di essere rimasto in apnea per tutto il tempo che Marzio aveva parlato. Stava seduto, rigido contro la parete, con le mani saldamente aggrappate alle ginocchia e un piede su un albo con la copertina piegata in due, ormai irrimediabilmente danneggiata.

«Cosa… cosa posso fare per aiutarti, Marzio?»

Tornò il silenzio e, in quel momento, un pianto sommesso si mescolò agli scricchiolii del legno.

«Ha sentito che Pichelli viene in città?» continuò Marzio. «Ha fatto un libro nuovo. Un’altra storia, non la nostra. Di noi non gli importa più. Lo ha detto in un video. L’ho visto su youtube».

Il cuore del prete si fermò.

«Cosa… ti ha detto di fare qualcosa…?»

«No, non ancora» disse Marzio, con voce ferma e controllata. «Ma so cosa vuole e non è mai stata così vicina».

Un profondo silenzio li divise, portandoli alla deriva, uno lontano dall’altro. Il prete abbassò gli occhi, lasciando cadere una lacrima lungo la guancia. Ormai, dopo trent’anni di incontri e confessioni, gli era rimasta solo una cosa che poteva chiedergli:

«Che cosa posso fare, Marzio?»

Marzio s’infilò una mano nella giacca e appoggiò qualcosa di piccolo e pesante che tocco la panca con un suono duro e metallico.

«Non le chiederei certamente di farlo qui, ma se dovesse succedere qualcosa…» Marzio s’interruppe, mordendosi le labbra forse per placare il tremore o per soffocare un altro singhiozzo. «Preferisco che lo faccia lei… che loro».

Prima che il prete potesse chiedere qualunque cosa, confessionale prese a tremare e scuotersi intorno a loro.

«Devo… andare…» Marzio saltò via dal cabinotto e corse via attraverso la navata. Antonio scostò la tendina, pronto a saltare giù e fermarlo, ma si immobilizzò. A metà della sua corsa, dopo aver urtato le panche delle prime file, vide Marzio rallentare e, senza fermarsi, cambiare andatura con una più lenta, quasi a passo di marcia.

Paralizzato, il prete guardò il suo confessato allontanarsi senza voltarsi indietro, come se nulla fosse successo, con le braccia ordinatamente piegate dietro la schiena e la testa alzata per ammirare le vetrate e i rilievi della chiesa, come se vi ci fosse trovato dentro per la prima volta.

Marzio spalancò il portone con un gesto secco e sicuro e sparì, lasciando il prete a guardarlo mentre le sua ombra veniva inghiottita nella pallida luce estiva.

Il portone si chiuse alle sue spalle e il vento gli soffiò sul viso un profumo dolciastro di fiori, come per dargli il bentornato nel mondo fuori dalla grazia di Dio; lontano dall’odore austero del legno, del cemento umido e dell’incenso dolciastro mescolato a quello della carta invecchiata di Bibbie e opuscoli. Rimase ritto sulla soglia, in cima alla bassa scalinata di cemento con gli occhi persi sulle

macchine che invadevano lo spazio circostante, incastrate alla bell’e meglio tra i tronchi degli alberi e intorno alle panchine di legno come una discarica ai confini del mondo.

Marzio strinse i pugni, assaporando le minuscole fitte di dolore che partivano dalle nocche scarnificate. Alzò la testa al cielo e gonfiò il petto, come per prepararsi a gridare nel vuoto. Poi, come colpito alle spalle, si piegò in due a tossire nelle mani chiuse a coppa davanti alla bocca. Tossì almeno per un minuto e, quando ebbe finito, rimase a fissare impotente il sangue che gli riempiva i palmi.

Si guardò intorno, spaesato. Non sapeva come fosse finito lì. Fino a un secondo prima, ricordava di essere ancora nel confessionale della chiesa con Don Antonio. Riguardò di nuovo il sangue sulle mani e gli si mozzò il fiato.

Alla fine, quelli a sanguinare qua siamo solo io e te, Marzio…

Tornò quella sensazione di irrigidimento, come se i muscoli fossero immersi in una sostanza densa e gelida che prendeva il controllo contro ogni disperata forma di opposizione. Marzio chiuse le mani in due pugni e cadde in ginocchio, ululando a denti stretti. Ruggì sommessamente, cercando di far uscire il pianto dagli occhi, ma quello che otteneva era soltanto un’amplificazione di quella Voce che non occupava solo la sua testa, ma passava attraverso le ossa e lo sterno fino a tramutarsi in un fischio costante nelle sue orecchie.

«Che cazzo sta facendo?» sussurrò una voce in lontananza che Marzio confuse in mezzo agli altri disturbi e squarci sonori che gli riempivano le orecchie.

«Oh, coglione!» urlò un’altra voce, una specie di squittio che doveva fare ancora tanto per uscire dall’età puberale.

Le orecchie di Marzio si svuotarono e sollevò il viso, prima nascosto dietro i pugni chiusi. Due

ragazzini, alti e secchi lo fissavano a bocca aperta, immobili ai margini del parcheggino della chiesa. Aspettavano una reazione del ‘’pazzo’’, con le mani strette intorno alle spalline degli zaini. Le ginocchia ossute erano piegate in avanti, pronte a scattare via in caso di emergenza, ma non fu necessario.

Marzio si limitò a fissarli sorpreso e indeciso, come trovandosi davanti a una specie di allucinazione.

Uno dei due ragazzi, quello moro, con il naso e il viso allungati in avanti a formare il muso di una specie di ratto, aprì la bocca gonfia di denti, indeciso, poi prese coraggio e urlò:

«Coglione!» Diede una pacca sul petto del suo amico che scosse la testa, come appena risvegliatosi e corsero via prendendo la salita a destra della chiesa.

Marzio li guardò allontanarsi mentre un sorriso freddo e calcolatore si allungava sul viso come un taglio. Con un movimento lento e rigido, simile a quello di un automa, si rimise in piedi e spazzò via la polvere dalle ginocchia. Fischiettando e canticchiando tra le labbra socchiuse, si levò gli occhiali da sole e li lucidò usando l’angolo della maglietta come panno. Chiunque avesse incrociato lo sguardo con Marzio in quel momento non avrebbe incontrato la solita coppia di occhi castani e impauriti, ma due occhi nuovi, azzurri, vuoti e gelidi, privi di paura o di qualunque altra sfumatura di emozione che li ravvivasse.

Si risistemò gli occhiali e scese per la scalinata. Attraversò il parcheggio fino al centro della piazza e prese la stradina che spariva dietro l’unico condominio del paese, verso ‘’casa di papà’’.

Il prete rimase seduto nel suo lato del confessionale, battendo nervosamente la punta della scarpa sopra i fumetti ancora sparsi a terra. La figura di Marzio ancora deformava l’aria vuota nel cabinotto di fianco, come lasciando un segno su un materasso.

Forse è meglio così, pensava, stringendo le radiografie nella mano tremolante. Meglio farsi divorare dal cancro che dalla rabbia di San Infantino. Poteva già immaginare quello che avrebbero detto tutti gli altri ai banconi dei bar e dei negozi: meglio così per tutti, anche se, fosse davvero esistita una giustizia, sarebbe morto peggio di così. Una morte ironica, avrebbero detto, divorato dall’elettricità come aveva divorato… quegli altri. Giusto così, giusto così per tutti. Poi, un altro pensiero cancellò tutti gli altri:

Ma se il cancro non avesse fatto in tempo? Se ‘’lui’’ si fosse mosso prima?

Il ‘’toc’’ che aveva fatto l’oggetto che Marzio aveva appoggiato sulla panca rintoccò di nuovo nelle orecchie.

Stringendo le radiografie, uscì dal confessionale e scostò la tendina del cabinotto occupato da Marzio. Il prete rimase paralizzato sull’uscio, con la pelle sbiancata più di quanto non fosse già, riducendolo a una specie di spettro. Allungò una mano verso la panca e la ritirò, come indeciso se sfiorare un frutto peccaminoso, per quanto attraente.

Un vociare indistinto di ragazzini e delle loro madri lo richiamò all’ordine. Si gettò nel confessionale e prese la minuscola e tozza rivoltella appoggiata sulla panca. Se la infilò nel retro dei pantaloni e si affrettò a raccogliere i fumetti dal confessionale, prima che chiunque potesse entrare.

# 1 – New Comic Book Day, Pt. 1/2

Daredevil – Born Again di Frank Miller e David Mazzuchelli

Danza della Pioggia # 1 – New Comic Book Day, Pt. 1 (Versione scaricabile)

PDF

Danza della Pioggia # 1 – New Comic Book Day, Pt. 1 (Leggi Online)

– San Infantino. 2020 –

Don Antonio entrò in chiesa con la sua nuova pila di fumetti tra le braccia, felice di iniziare un altro mercoledì pomeriggio senza peccati da confessare.

San Infantino faceva il suo bel lavoro per mantenere la purezza di quel centinaio scarso di anime che la abitava: le pesche di beneficenza, le raccolte fondi per risistemare il campo da basket della parrocchia e i turni alternati per fare catechismo ai bambini erano abbastanza per evitare di farsi trascinare in un confessionale ogni settimana per farsi promettere un posto in paradiso.

Quella minuscola frazione del comune di ****** poteva contare su una comunità di persone cortesi, solidali e sempre disponibili per supportarsi l’un l’altro, come Bianca la cartolaia, che ogni mercoledì teneva da parte i fumetti invenduti così che Don Antonio potesse alimentare la sua ‘’nuova curiosità’’.

Don Antonio si presentava ogni mercoledì con un il suo sorriso congelato tra le guance pallide e molli che a ogni passo sballonzolano leggermente sotto le mascelle. La sua ‘’nuova passione’’ era nata un mercoledì di una quindicina di anni fa, quando aveva visto la pila di fumetti vicino al bancone della cartolaia e aveva deciso di prenderli tutti in un colpo solo. L’iniziale scusa della curiosità venne presto sostituita dalla volontà di voler ‘’studiare il suo paziente’’, come aveva detto a Bianca porgendole con un paio di banconote spiegazzate. Il sorriso della cartolaia si spense.

«Non dovrebbe perdere tempo con quello» disse lei con la testa china sulla cassa a riporre le banconote.

«E con chi dovrei perderlo? Qua state tutti bene» disse, nella sua solita risata che esplode come se l’avesse trattenuta da inizio giornata. «Il tempo da perdere è tutto quello che ho, adesso».

E all’inizio era vero: era solo un prete che aveva deciso di dare un senso alla sua vocazione prendendo sul personale una causa già data per persa. Si era imposto di srotolare la mente del suo malato, dare una sbirciata nel suo mondo e immedesimarsi per trovare quell’incrinatura della corazza che distorceva la sua realtà. Ma poi, accadde quello che accade a tutti quelli che leggono un fumetto ‘’per provare’’: si perse senza trovare una via d’uscita.

Quella che si era presentata come una scoperta piacevole aveva cominciato pian piano a portare con sé una serie di risentimenti e rimpianti tardivi che, alla sua età, non sentiva di poter più sopportare.

Quelle storie nuove e fresche, che fino alla loro scoperta dava per scontato, gli procuravano la stessa forma di consolazione che fino a tempo prima pensava di poter trovare unicamente nelle Sacre Scritture e nei classici della letteratura.

Nei suoi nuovi mercoledì, Don Antonio leggeva uomini e donne affrontare entità inimmaginabili che minacciavano le fondamenta della realtà stessa, ma queste minacce apparivano anche meno complesse dei conflitti interiori che quei prodigi si portano dietro numero dopo numero, anno dopo anno e che diventano le fondamenta della loro esistenza su carta.

Arrivato alla fine della navata, Antonio scostò le tendine del confessionale e si sedette. Per quel vecchio uomo di chiesa, leggere nel confessionale era l’equivalente adulto di leggere sotto le coperte con la torcia prima oltre le ore permesse. Finalmente isolato dal mondo, al sicuro da anime più o meno pure che potessero irrompere nel suo fortino, libero di lasciar sciogliere il suo sorriso.

Appoggiò la pila sulle ginocchia e cominciò ad esaminare gli albi uno ad uno. La cartolaia faceva quello che poteva, ma ignorava il fatto che certe serie richiedessero un ordine di lettura preciso, rigido e religioso, numero dopo numero, così da non perdere senso della continuità con gli eventi. Così, Don Antonio si ritrovava un ‘’Devil & Hulk’’ n. 250 e subito dopo un ‘’Devil & Hulk’’ n. 253. Un Lanterna Verde n. 45, seguito da un Lanterna n.52.

Illuminato dalla patina viola della tendina, le labbra di Don Antonio si tesero in una linea, amareggiato all’idea di essere costretto a leggere i riassunti all’inizio dell’albo per poter ricostruire scene e vignette raffiguranti momenti topici, forse indimenticabili, con la sua immaginazione ancora così limitata in materia.

Sospirando, Il prete aprì il primo albo. Iniziata la lettura del riassunto della prima pagina, un sussurro cavernoso strisciò attraverso le pareti.

«Padre…»

Don Antonio lanciò un verso spavento e i fumetti caddero a terra, spargendosi ai suoi piedi. Riconosceva quel respiro, quello lento e sofferto di uno sterno spezzato, sepolto sotto un tronco.

Il prete allungò una manoverso la parete, afferrò il piccolo pomello e fece strisciare finestrella del confessionale con un colpo secco.

Marzio lo stava già fissando attraverso i forellini della grata come un cane abbattuto. La testa spigolosa, dalle mascelle rigide simile a un cubo di carne, occupava quasi tutto il piccolo spazio rettangolare della finestrella. I capelli bianchi e folti, quasi di platino, erano accuratamente pettinati all’indietro con la brillantina. Indossava la solita maglietta scolorita verde e i pantaloni da lavoro blu di suo padre, ancora sporchi di calce bianca risalente a decenni e decenni di lavoro in cantiere.

Le mani, abbastanza grandi da avvolgere una testa intera senza il minimo sforzo, erano raccolte in preghiera, nascoste strette tra le ginocchia. Con le spalle che si ritrovava, a malapena gli riusciva di stare all’interno della cabina senza doversi stringere in maniera buffa e ridicola per un uomo della sua stazza. Tremava e a malapena riusciva a trattenere i rapidi singhiozzi di pianto, simili a squittii, che incatenati uno fila all’altro, cominciavano a prendere la forma famigliare di una preghiera.

Aveva ancora indosso gli occhiali da sole, nonostante il buio del confessionale.

«Non volevo entrare come un ladro».

«I ladri sono benvenuti, qui» disse il prete, ricomponendosi e lisciandosi la pelata maculata.

«Non deve avere paura» Marzio si affrettò ad abbassare gli occhiali da sole per mostrare un paio di occhi castani, tristi e impauriti. «Sono io. Sono solo io…»

«Non è la paura», rispose il prete, rilassandosi, appoggiando la schiena alla parete alle sue spalle. «È che non ti vedo qui da tanto tempo, tutto qua».

Continua…

(Tie-In #1) ”Proiettili, Amore e Compassione: Intervista a Michele Pichelli”

”Animal Man # 26 di Grant Morrison & Chas Truog”

”La Danza Della Pioggia” – Tie-In #1 (Versione Scaricabile)

PDF

”La Danza Della Pioggia” – Tie-In #1 (leggi Online)

(Settembre 1990)

Michele Pichelli non si trova ancora al centro del mondo, ma sicuro ne conosce bene la strada.

Sono bastati appena un paio di volumi de La Stagione delle Piogge perché il suo nome cominciasse a comparire nelle riviste di settore (e non) nazionali e internazionali, condividendo stretti paragrafi con nomi che normalmente intimidirebbero chiunque decida di prendere una matita in mano: Sclavi, Pazienza, Tamburini, Morrison, Moebius…

Un successo del genere farebbe montare la testa di qualunque venticinquenne, ma Pichelli, – seduto con una gamba penzolante sul bracciolo della vistosa poltroncina di pelle della hall sfarzo dell’hotel a cinque stelle dove mi ha dato appuntamento, – si aggiusta il panciotto di velluto leopardato, si stira la camicia nera e fa scivolare le mani lungo i pantaloni di pelle nera scricchiolante. Nasconde un sorriso imbarazzato e, spettinandosi il folto cespuglio capelli blu, mi rassicura:

«Non ho il tempo per tirarmela, adesso… ma è nella lista delle cose da fare, te lo prometto».

Non è raro che autori della sua età decidano di svelarsi al mondo con progetti ambiziosi e di ampio respiro, anche troppo ampio per poter essere raccontati e conclusi con la maturità necessaria, ma questo, ormai arrivati alla terza ristampa del secondo volume de La Stagione delle Piogge, per Pichelli non sembra essere un problema.

‘’Il Santo’’, protagonista de La Stagione (ci limiteremo a chiamarla così, per la comodità e la pigrizia delle mie dita), è entrato di diritto tra le file di quei personaggi che, uscendo dall’universo circoscritto della vignetta, hanno scosso la cultura popolare infettando come un virus l’immaginazione collettiva delle persone: pensate a Tex, Dylan Dog, Batman, Superman, Flash, tutti personaggi che conoscete pur non avendone letto una storia e che dovete conoscere se non volete essere accusati di vivere in una grotta,

Avete sicuramente visto la figura di questo prete-mercenario – anima e corpo straziati dall’ultima battaglia, dritto ai margini di un canyon ad ammirare il tramonto con le fidate Desert Eagle strette tra le mani, – infiltrarsi tra gli scaffali delle edicole nei poster promozionali davanti alle librerie e negli inserti pubblicitari delle riviste, invadere gli schermi dei vostri televisori e le conversazioni casuali con gli amici.

Raccontata a grandi linee, la trama de La Stagione delle Piogge potrebbe non suonare così originale da meritare le orde di lettori ossessionati con i suoi simbolismi e riferimenti (a meno che non abbiate deciso di perdere totalmente la fiducia nel gusto critico delle persone; in quel caso tutto procede nel solito senso).

La Stagione è ambientata in un 2020 alternativo, dove le macchine, invece di volare tra grattacieli di vetro dalle architetture complesse e cartelloni pubblicitari al neon, marciscono tra le macerie di cemento, vetro, pietra e sabbia come le carcasse dei coyote nel deserto, e la siccità ha trasformato il nostro pianeta in una palla di terra arida in attesa del primo colpo di vento per sgretolarsi e perdersi nel vuoto dell’universo.

Il protagonista principale, Il Santo, è un ex-prete che, pur con la propria fede ancora intatta, decide di ritirarsi in una fattoria ai margini del deserto con la moglie Vera e le sue due bambine. Tutto sembra proseguire serenamente, allevando gli animali della fattoria e coltivando frutta e ortaggi da una terra che non sembrava in grado di regalare nient’altro che polvere all’umanità, ma nel mondo post-apocalittico creato da Pichelli, non si resta al sicuro a lungo. Una banda di mercenari, in cerca di viveri e scorte d’acqua da poter razziare, invade la fattoria, uccidendo la famiglia del prete nel percorso. L’uomo, ridotto in fin di vita, vaga nel deserto nel completo delirio, rinnegando il Dio che gli ha voltato le spalle dopo anni passati a diffondere il suo verbo finché, una notte, da un cielo sereno e pieno di stelle, un fulmine non si abbatte sull’uomo, attraversando il crocifisso che porta legato al collo.

Il prete sopravvive e si ritrova miracolosamente guarito in mezzo al deserto, ma la sua vita non sarà più la stessa. Da quel momento, il suo corpo diventa il mezzo attraverso cui La Voce, un’entità sovrannaturale che può e non può essere una manifestazione divina, riporterà la giustizia tra gli uomini proiettile dopo proiettile, guidandoli verso un evento totalizzante chiamata ‘’La Danza della Pioggia’’.

Solo dopo che la terra verrà ripulita dalla Danza della Pioggia, il corpo del prete potrà riposare e la sua anima riunirsi con la sua famiglia.

Suona come un pigro mélange tra Mad Max e Preacher di Garth Ennis? Lo è, ed è stata la principale ragione per cui ho rifiutato di avvicinarmici, nonostante l’interesse mediatico e nonostante le analisi alcolemiche degli amici. Ma la mia carriera si basa sugli errori di valutazione e ho deciso di dare una possibilità alla nuova promessa del fumetto internazionale. Come è finita? È finita che nel giro di pochi numeri, sono diventato anch’io un ‘’Danzatore’’ (come amano farsi definire i suoi fan) in piena regola.

Il Santo è uno di noi, cerca la strada in un mondo in continuo mutamento che un giorno cerca di proteggerlo dagli orrori e l’altro lo mastica e lo sputa come cibo avariato. Quotidianamente, si cala nei panni di chi aveva sempre giurato di non diventare mai, nemmeno se ne fosse dipeso dalla sua vita e, quotidianamente, viene portato a compiere azioni aberranti che vanno contro la sua volontà, il suo senso dell’etica e del mondo. Si lascia trascinare in una catarsi di violenza e disgusto la cui unica meta è potersi rincontrare con la sua famiglia, l’unica traccia rimasta dell’uomo che ricordava di essere, prima

Dietro questa trama ripetuta e ripetuta ancora fino al vomito, si nascondono tematiche che raramente ho visto affrontate nella letteratura fumettistica commerciale: cenni di filosofia orientale, determinismo, la fame capitalistica dell’occidente e le sue ripercussioni sull’ambiente e la società. Leggere La Stagione vuol dire intraprendere un viaggio tra le paranoie di Pynchon, l’esistenzialismo di Camus, il citazionismo e la poetica macabra alla Dylan Dog e la feroce critica alla società di Romero e Carpenter, il tutto rappresentato da un tratto di matita selvaggio e contorto alla Frank Miller atto a rappresentare l’umanità dietro una lente distorta, riducendolo alla sua primitività originaria.

Non ho perso tempo a mettermi in contatto con Pichelli (che notoriamente lavora senza l’intermediazione di un agente, occupandosi personalmente della promozione del suo lavoro) per conoscere, per quanto concesso, la mente dietro il nuovo fenomeno della letteratura mondiale.

Lo incontro nella lussuosissima lobby dell’hotel visibilmente a disagio nei tra i vari uomini d’affari dai rolex e i capelli luccicanti e le vecchie coppie di sessantenni in vacanza dai modi nobili e rigidi che sembrano voler imitare chissà quale nobiltà tolstoiana.

Illuminato dalla luce vellutata dei lampadari di cristallo sopra le nostre teste, mi stringe la mano in fretta e furia e mi spinge verso l’angolo della hall accanto alla sala ristoro. Cerca di mettermi a mio agio, spiegandomi le cause del suo disagio.

«Non ho prenotato qui» mi dice sottovoce. «Ho detto a quelli della reception di chiedere a quelli della casa editrice per guadagnare tempo. Tra mezz’ora dovrebbero capire che io e te qui dentro non c’entriamo un cazzo».

Gli dico che possiamo fermarci in qualunque altro bar, anche su una panchina al parco, ma Pichelli mi rifila pacca sulla schiena e si limita a dire:

«La vita è troppo breve. Alla peggio ce la diamo a gambe».

Iniziamo a fare due chiacchiere e mi levò subito le domande ‘’inopportune’’, quelle che di solito portano a risposte meno interessanti per cui non vale la pena di sprecare tempo e inchiostro.

«Quali sono gli autori che ti influenzano?»

«Qual è stato il tuo primo fumetto che hai letto?»

«Che cosa ti ha fatto iniziare a scrivere?»

A ogni domanda, Pichelli spalanca un po’ gli occhi e si mette a riflettere per un lungo, lungo tempo, come se nessuno, nemmeno se stesso, si fosse mai posto quelle domande.

«Quanto cazzo di tempo che ho perso» mi dice, come ignorando l’ultima domanda. «Quando ho deciso di iniziare a scrivere ero terrorizzato e nessuno si aspettasse un bel niente da me. Potevo iniziare e abbandonare quanto mi pareva, senza dire niente a nessuno, ma mi cagavo addosso lo stesso. Ci siamo convinti che quello che una storia si aspetta da te è che tu costruisca case, grattacieli, città e poi intere civiltà e culture, ma quello che vuole è solo un castello di carte e vuole che resista a tutto: al vento, alla pioggia, al terremoto. I castelli di carte, non li so fare. Gli sfigati costruiscono castelli di carte…»

Adesso, seduto sulla scrivania alle tre del mattino a sbobinare le registrazioni con due sigarette rimaste nel pacchetto e il barattolo del caffè vuoto, non ho ancora capito che cosa volesse dire, come non l’ho capito nella lobby dell’hotel (‘’non li sa fare… che cazzo vuol dire che non lo sa fare, è quello della Stagione delle Piogge?’’) ma mi ha fatto capire che si era aperta una breccia abbastanza ambia da far passare le vere domande.

Allora, Michele, sicuramente non sono il primo a chiederti che cosa significa ‘’Il cielo sanguina con me’’, non è vero?

(Ride) No, e sono due anni che me lo chiedo pure io. Un sacco di gente ha interiorizzato quella frase e mi hanno spiegato la loro versione e cosa voglia dire che nell’economia totale della storia. Per cui, immagino che a questo punto voglia dire un po’ tutto e niente. Vuol dire quello che volete voi.

Una parte di me non lo vuole sapere cosa vuol dire per te o per qualcun altro. Mi sentirei un po’ derubato a sentirne un’altra versione, più coerente e sensata della mia.

È fantastico! (Nel dirlo, Pichelli sbarra gli occhi, come avesse appena raggiunto una sorta di epifania e si sporge in avanti, schiaffeggiandosi la coscia) È la magia dello storytelling, no? Anche la storia più semplice e lineare finisce per rivivere milioni di vite diverse nella mente di chi ne ‘’usufruisce’’, diciamo (Nota: ogni virgoletta segnata in questa intervista è stata resa graficamente da Pichelli con il segno delle due dita): vale per la letteratura, vale per il cinema e vale per la musica. È come la copertina di The Dark Side of the Moon, no? Con la luce bianca che attraversa il prisma e si difraziona in tanti colori. Quello è lo storytelling, per me. Non potrei chiedere di meglio. I miei lettori sono autori migliori di me, ma è ancora il mio nome quello sulla copertina e sugli assegni (Ridacchia e accavalla le gambe).

Quindi possiamo dire che non c’è un messaggio o un tema preciso che vuoi veicolare ne La Stagione delle Piogge.

(Pichelli accavalla di nuovo le gambe e ci pensa, continuando a guardarsi attorno, pronto a fuggire alla prima vista del concierge) Se esiste… sì, forse sì, ma come ti ho detto, quando esce da me è la luce bianca che attraversa il prisma, nient’altro. Assume tanti significati quanto sono le persone che lo leggono e lo colgono. Possiamo parlare della stessa cosa, ma l’esperienza che ho avuto io è diversa dalla tua e può essere che la storia risuoni molto di più con te che con me. Idealmente, ognuno porta con sé una versione diversa della storia e continuerà così, in circolo. Ed è perfetto. La Stagione delle Piogge vivrà in eterno, io no, ma avrò creato qualcosa di immortale. Quello che stiamo facendo io e i miei lettori è pura stregoneria.

Puoi… spiegarti meglio?

Non è una cosa che mi sono inventato io (Pichelli si imbarazza e comincia a grattarsi la tempia con l’indice). Le parole sono come incantesimi, giusto? Combinando in maniera corretta certe parole, evoco immagini e sensazioni che probabilmente non pensavamo di poter sintetizzare e dare una forma nella nostra mente. La Stagione delle Piogge è un lungo incantesimo di massa. Qualcosa che non è mai esistito diventa concreto e reale nella nostra mente. Possiamo creare un intero universo in poche frasi e decidere la vita di chi lo abita con un colpo del tasto ‘’Delete’’.

E in questa maniera, con decine di centinaia di versioni in giro per il mondo, non hai paura di perdere il controllo della storia, in qualche maniera?

La Stagione delle Piogge parla di perdersi, non di trovare la strada. Se la storia, una volta in mano ai miei lettori, sfugge al mio controllo, allora vuol dire che il mio lavoro ha centrato il segno che volevo centrare.

Ci sono certe associazioni di genitori e giornalisti che non sarebbero troppo tranquilli a sentire un’uscita del genere, soprattutto per quello che riguarda la violenza ne La Stagione delle Piogge. Potrebbero vederlo come un lavarsene le mani da parte tua.

Non c’è nessuna scusa. La violenza che racconto nella Stagione delle Piogge non è diversa da tante altre che puoi vedere al cinema o in altri fumetti. È grottesca, vuoi anche cartoonesca nella sua estetica, ma le motivazioni sono reali, ma quello che innesca quella violenza è qualcosa con cui dobbiamo convivere tutti i giorni, per quanto ci impegniamo a distogliere lo sguardo. Il lavoro di un autore non è di proteggere il lettore, ma di prendergli la testa, girargliela e divaricare le palpebre per costringerlo a guardare tutto quello che la cultura di massa ci nega, dal sublime allo schifo.

Vero, la posizione di questi giornalisti e genitori è che le menti dei giovani sono più fertili, sensibili e suscettibili rispetto a quelle dei loro genitori e dei loro nonni.

Più danneggiate, vorranno dire. Capisco dove vuoi arrivare, ho letto di certi ‘’episodi’’ dove hanno scoperto di certi ragazzi leggevano La Stagione delle Piogge dopo aver fatto… quello che hanno fatto. Nemmeno hanno mai detto di essersi ispirati al fumetto, hanno solo trovato i volumi nelle loro camerette e tutti hanno tratto la conclusione che volevano. Serve un capro espiatorio, lo capisco, ma la responsabilità non è mia, dovrebbe essere dei genitori. Immagino sia più facile puntare il dito contro qualcuno come me che stare accanto ai propri figli e ascoltare quello che hanno da dire. Non posso fare da papà per chiunque legga le mie storie, non è una responsabilità che mi posso prendere. I ragazzi sono sempre più alienati, isolati, depressi. La Stagione delle piogge è intrattenimento. Escapismo. Mi piacerebbe dare loro un posto dove stare, dove potersi sentire al sicuro come mi sentivo io quando leggevo storie chiuso in camera mia, nel paesino che ogni giorno mi teneva ai margini perché ero ‘’diverso’’. Non dico ai miei lettori cosa dovrebbero fare, gli dico: ‘’ci sono passato anch’io, so come ti senti. È dura ma ne possiamo uscire’’.

Il mondo non dovrebbe chiedersi: ‘’Perché questa violenza?’’, ma: ‘’Da dove viene questa violenza?’’

Ti identifichi con alcuni di questi ragazzi?

Certo. (A questo punto, Pichelli si fa più pensoso. Passano almeno un paio di minuti prima che ricominci a parlare). Non posso negare che La Stagione delle Piogge sia nata in una posizione di rabbia e solitudine. Ero strano. Ero diverso ed ero solo. Se ho scritto la Stagione, è per liberare quella violenza che maturava dentro di me e metterla in un posto che potesse essere più produttiva e darle un senso. Vorrei che tutti potessero vederla così, che tra il sangue e i proiettili riescano a leggere un desiderio di amore e di compassione l’uno per l’altro. Ho imparato di più sull’amore e l’empatia con la violenza nei film e nella musica che in qualunque altra cosa. A nessuno importa dell’amore in tempo di pace. Capisci quanto ti manca qualcosa solo quando la perdi, no?

***

A questo punto, veniamo beccati. Il concierge, una specie di conte Dracula ingessato, si avvicina praticamente lievitando verso di noi. Pichelli mi fa segno di alzarci e scappiamo, con Pichelli che dice al concierge, senza fermarsi:

«Lo so, lo so. Adesso ce ne andiamo. Ce ne andiamo subito».

Corriamo per il marciapiede come due che hanno appena scippato una vecchietta e Pichelli se la ride sguaiato sotto gli sguardi disgustati della Milano che conta e che fattura.

Decido di finire l’intervista e di fare una passeggiata con lui e parlare del più e del meno come vecchi amici. Parliamo di cani e di cibi spazzatura, di musica punk e di cantautori italiani. Sembra avere un’opinione su ogni cosa, anche se sempre espressa timidamente, come per paura di sbagliarsi o di non sentirsi all’altezza. Mi prometto di non riportare niente di quello che ci siamo detti usciti dall’hotel, a parte per una sola domanda che stavo per fargli prima di farci.

Se un giorno incontrassi uno di questi ragazzi che minaccia di fare violenza su qualcuno o su se stesso, che cosa gli diresti?

(Pichelli si incupisce). Oddio… non è ne ho la più pallida idea…

# 0 – ”Canta il corpo elettrico”

Danza Della Pioggia – Capitolo 0 (Versione Scaricabile)

PDF

Danza Della Pioggia – Capitolo 0 (Leggi Online)

– San Infantino. 1994

Il ragazzo continuava a correre, senza davvero sapere cosa ci sarebbe stato da perdere o da guadagnare.

Saperlo o meno non avrebbe fatto una gran differenza. Lui era ‘’quello che correva’’ e se si vuole sopravvivere a San Infantino, ognuno deve seguire la propria legge di natura.

Correre, non fuggire: era lì che stava la differenza quella volta, anche se a San Infantino questo ancora non lo potevano sapere. Non fuggiva dal solito giorno in cui ‘’prima o poi, lo avrebbero ucciso per davvero’’ o dal sibilare rugginoso delle catene e dei raggi delle biciclette che lo inseguivano per le viette strette del paese. Correva perché, finalmente, la Voce lo aveva chiamato e aveva già perso abbastanza tempo a farsi picchiare dai ragazzi più grandi al campetto da basket.

Nemmeno il suo mantello rosso svolazzante che continuava a schiantarsi sul viso poteva rallentarlo. Correva nonostante potesse sentire l’occhio gonfiarsi intorno all’orbita, pompando minuscole fitte di dolore come zampette di ragno affilate che affondavano nella carne livida. Ogni volta che provava ad aprire la bocca per inghiottire più aria, sentiva la mascella bloccarsi con un sonoro schiocco e da lì arrivava altro dolore e altra paura. Dalle fitte che esplodevano a ogni respiro e dal fiato sempre più corto, era abbastanza certo che almeno una costola si fosse spezzata, probabilmente perforandogli un polmone. Ma non poteva fermarsi, non prima del tramonto.

Passò per la via dietro il condominio della piazza. Tra le casette, le ombre nere e curve delle vecchiette, con le spalle gonfiare dagli scialle e dai foulard, osservavano quella specie di fantasma bianco e secco schizzare davanti a loro, con indosso la sua canottiera sudicio di terra e sangue, i calzoncini che mostravano le rotule sporgenti sotto la pelle pallida e quel solito mantello da Superman legato al collo che svolazzava come stesse volando sopra i tetti e le colline, lontano da San Infantino, lontano dalla paura.

La strada si aprì sulla campagna e i campi secchi e ingialliti di sole cominciarono a scorrergli a fianco, ma parte di lui era ancora stesa in posizione fetale al centro del campo da basket della parrocchia, circondato dai ‘’ragazzi più grandi’’ che conosceva come avrebbe potuto conoscere un amico, se mai ne avesse avuto uno. Era un miracolo che fosse riuscito a fuggire proprio quando i calci e i pugni avevano cominciato ad annoiarli e al più grande di loro venne l’idea di prendere un grosso tronco nascosto sotto una panchina, così da poter finalmente tirare fuori un urlo o qualunque verso da quel ragazzo che sembrava sfidarli. Per un buon quarto d’ora, accettò ogni colpo e ogni insulto, silenzioso e passivo, finché il sole gonfio di sangue che scivolava dietro le colline non lo fece scattare in piedi all’improvviso, come se un calcio avesse inavvertitamente azionato qualche meccanismo di auto-conservazione sconosciuto. E, da lì, aveva cominciato a correre. Non fuggire.

A quel punto, il cigolio delle catene si allontanò pian piano, poi spazzato via definitivamente dallo stridio dei freni delle biciclette. Solo lì, quando l’ultimo insulto dei ragazzi più grandi venne assorbito e dimenticato nell’aria calda e umida, il ragazzo si permise una pausa. Il fiato usciva dalla bocca come il ruggito roco e stanco di una bestia in gabbia. Una fitta gli attraversò il petto, bloccandogli il respiro. Tossì nelle mani chiuse e coppa e spiò all’interno, titubante, poi sollevato: niente sangue, nessun polmone perforato. Solo quel famigliare sapore ferroso che gli riempiva la bocca.

Alla sua destra, il sole lo guardava indifferente, scendendo giù dietro le colline come un uovo spiaccicato contro il muro. Intorno all’aura di luce rosa, oro e cobalto, banchi di nubi grigie cominciavano ad ammassarsi, strisciando lungo la superficie livida del cielo abbandonata dal calore dalla luce. L’azzurro si gonfiava, fino ad assumere una sfumatura grigio-viola, livida come il suo occhio. Il cielo era impaziente, pronto ad esplodere, ma fissando la striscia rossastra sopra le colline, rosso e pulsante come uno squarcio nella carne, il ragazzo capì che il problema del cielo era un altro.

Il cielo sanguina, pensò (o credette di pensare, con la voce di qualcun altro), recitando un salmo preso dal volume 1, numero 6 delle sue Sacre Scritture. Il cielo sanguina con me.

Il ragazzo sorrise, contraendo il viso in una smorfia ridicola di fatica ed estasi. Era arrivato quel giorno, quello speculare all’altro in cui ‘’lo avrebbero ammazzato per davvero’’. Doveva solo correre qualche altro metro.

Allora il ragazzo si riannodò il mantello e riprese la sua corsa. Il dolore all’occhio – ormai gonfio come un’arancia -, il bruciore ai muscoli, il dolore alle ginocchia e i punti rossi e blu che gli coprivano la vista divennero solo un disturbo di fondo come l’aria gelida e carica di pioggia che cominciava a penetrargli nelle ossa.

Finalmente, dopo un altro chilometro, dietro la gobba dell’ultima salita spuntò ‘’la casa di papà’’: un cubo di cemento rosso e bianco che si ergeva in mezzo all’erba alta come una ciste del suolo. Senza fermarsi, superò con un salto il recinto di metallo e proseguì per il sentierino di ghiaia nascosta dall’erba incolta. Non si fermò nemmeno per salutare la cuccia (sempre rossa e bianca, come una copia in miniatura della casa) di Krypto. Il ragazzo salì gli scalini a due alla volta e quasi sfondò la porta per la fretta di entrare.

Papà non era ancora tornato. Nemmeno serviva chiamarlo o cercarlo: qualcosa mancava nell’aria, come lasciando una sagoma vuota nell’aria salubre di umidità e polvere.

Girò subito a destra, verso la sala. Con tre balzi, scavalcò il tavolino, saltò sul divano di pelle verde, si arrampicò con la punta di piedi sulla testata e si aggrappò al gigantesco crocifisso di legno appeso al muro, grande quanto il suo tronco. Il gigantesco Gesù d’argento lo guardava sofferente, supplicandolo di non portarlo via con lui. Non erano pronti per la loro missione: né lui, né il ragazzo.

Con il trofeo tra le braccia, saltò dal divano atterrando, rischiando quasi di storcersi una caviglia e corse via. Ripercorse al contrario il sentiero di ghiaia, saltò di nuovo la recinzione e proseguì per la stradina, verso il punto d’incontro che la Voce aveva deciso per loro.

Il cielo aveva quasi smesso di sanguinare.

Lo squarcio si era rimarginato in una ferita sottile che separava il blu livido dalle cima colline ancora sporcata dalla luce rossastra. Le nuvole avevano cominciato a farsi più nere e dense, tanto grandi da potere vedere i primi lampi attraversarle come grinze sulla pelle.

Arrivò al laghetto che non c’era più luce né sangue nel cielo. L’elettricità che gonfiava l’aria gli fece accapponare la pelle delle braccia stanche e formicolanti per il peso della croce. Rapidi flash di lampi bianchi cancellavano il mondo attorno a lui, lasciando soltanto un frammento di pace bianco puro inafferrabile per poi riportare tutto alla normalità, trascinando insieme al mondo ritrovato un rombo sommesso, carico di dissenso.

Il ragazzo prese fiato un’ultima volta prima di corre verso la recinzione di legno e ferro che circonda il piccolo laghetto. Le prima gocce di pioggia caddero sulla pelle. Non c’era tempo per i rituali né per le epifanie. Reggendo il crocifisso prima su un braccio e poi sull’altro, cominciò a spogliarsi in corsa, lasciandosi dietro una scia di vestiti abbandonati come un percorso di briciole fino a restare completamente nudo a parte per il mantello. Senza rallentare, saltò la recinzione con un solo balzo e atterrò coi piedi nudi sul suolo morbido e viscido, pronto a trasformarsi in fango.

Ai bordi del lago, con il crocifisso stretto contro il petto, rimase a fissare imbambolato il suo riflesso distorto sulla superficie scura: un pallido fantasma in canottiera, con il viso lungo e smunto, sfigurato da un brutto occhio nero, i capelli biondi e sottili come le setole di un vecchio pettine e le ossa coperte da un sudario di pelle pallida e lentigginosa. Si ordinò di saltare, – con la sua di voce, non l’altra che ancora lo aspettava, – ma le sue gambe non finsero il minimo spasmo; giusto un’impercettibile tremolio delle ginocchia sporgenti. Le lacrime cominciarono a scaldargli il volto sotto lo scroscio dell’acqua gelida. Strinse i denti, sforzandosi di far uscire un urlo dalla gola strozzata dal panico, ma ne uscirono solo singulti striduli e vuoti.

Non era pronto, non ancora, ma a nessun eroe è mai stato chiesto di esserlo. Non ci sarebbe stata una morte per lui, ne era sicuro, la Voce glielo aveva detto e le ‘’moderne scritture’’ lo confermavano. Sarebbe morta solo una parte di lui, quella che ‘’un giorno avrebbero ammazzato per davvero’’, quella che la sera restava raggomitolata sul letto con il sangue delle ferite fresche che sporcava le lenzuola e le federe.

Il nodo alla gola si sciolse. Il ragazzo si asciugò la faccia e la smorfia di pianto sul viso si trasformò in un’espressione di vuota concentrazione. I suoi occhi oltrepassarono il suo riflesso e si fissarono di nuovo sul fondo del lago e realizzò che tra uscirne vivi e sprofondare nel buio, all’alba del giorno dopo non avrebbe fatto alcuna differenza.

I muscoli delle gambe si rilassarono. I piedi si staccarono dal fango e, prima di potersene accorgere, il vuoto si gonfiò sotto di lui fino al gelido schianto con l’acqua.

Sprofondò nell’abisso, abbracciato stretto al crocifisso, e ogni cosa sembrò allontanarsi da lui, non solo le punte degli alberi o i lampi nel cielo: il dolore pulsante intorno all’occhio e alla mascella, la rabbia, la paura e l’umiliazione svanirono via. Non avrebbe avuto senso tornare. L’attrito dell’acqua l’avrebbe protetto, avrebbe rallentato ogni pugno e gli insulti sarebbero arrivati alle sue orecchie solo come echi ovattati e distorti. Accarezzò l’idea di non riemergere più, di restare nell’abisso, finché un vuoto più grande non lo avrebbe accolto a sé. Ma la Voce tornò a chiamarlo dal nero e blu speculare a quello dove era immerso. Il ragazzo aprì gli occhi, si aggrappò al crocifisso come a un’ancora e risalì verso la superficie, illuminato a intermittenza dai lampi nel cielo.

La testa riemerse. La pelle non riusciva a distinguere il gelo nell’aria da quello dell’acqua, come se fosse ancora immerso in un’unica sostanza. Rilassò i muscoli e lasciò risalire il resto del corpo, sdraiandosi sulla superficie con il crocifisso stretto al petto.

Rimase ad aspettare impaziente, accarezzando la testa del Gesù crocifisso con il polpastrello del pollice. I lampi continuano a saltare da nuvola a nuvola, tessendo un unico, lungo ruggito che in quel momento sembra prendersi gioco del ragazzo e della sua attesa sotto la pioggia.

Il tempo passava, senza nemmeno il sussurro di un presagio e la pioggia si arrestò di colpo, lasciando soltanto il desolante fruscio dell’erba e il gracidio delle rane. Il ragazzo rimase immobile, finché una nuova umiliazione gli strinse lo stomaco e la gola.

Si era sbagliato. Il cielo non aveva niente da dirgli, soltanto silenzio. La Voce era solo un desiderio cieco, una speranza cacciata fino in fondo alla gola più violentemente di quanto avrebbe potuto fare uno qualunque dei ragazzi più grandi al campetto. Tornare alla vecchia vita non era un’opzione, non dopo tutti quegli anni spesi ad aspettare. Giorni, settimane e mesi di preparativi, di analisi del meteo e del vento, calcolando tutto il necessario per preparare il corpo e lo spirito al suo arrivo.

Perso nel suo dolore, il ragazzo non si accorse dell’elettricità che riempiva pian piano l’aria, raccogliendosi fino a creare una specie di massa che piegava i fili d’erba, le foglie e i rametti dei cespugli sotto il suo peso.

Il ragazzo gonfiò il petto, pronto a lasciarsi andare a un altro pianto, quando il fulmine arrivò, immobilizzandolo sulla superficie dell’acqua. Il crocifisso esplose in un boato di legno e acciaio, ma non sentì il dolore delle schegge né del Gesù incandescente che si scioglieva, lasciando il suo marchio sulla pelle.

Un ronzio assordante di vespe meccaniche gli riempì le orecchie, mentre l’elettricità lo attraversava rapidamente, infilandosi nella carne come un guanto. Centinaia di aghi incandescenti esplosero nelle vene, conficcandosi nei polmoni, dietro gli occhi, la gola e i testicoli, ma quello stesso dolore lo teneva immobile, soffocando ogni tentativo di protesta o di fuga. La Voce aveva bisogno del suo tempo per ambientarsi nella sua nuova carne; doveva fare un ultimo sforzo.

La nuova presenza era troppo ingombrante per il corpo del ragazzo. Poteva sentirlo dietro i denti che tremavano, quasi a voler schizzare via dalle gengive, in cerca di un sollievo da quel calore insopportabile, o nella pressione dietro gli occhi che pulsavano tra le orbite. La Voce lo consolava, gli diceva di resistere perché un giorno avrebbe ringraziato per tutto quel dolore. Stava per rinascere dalle ceneri fuse del suo vecchio corpo per diventare qualcosa di nuovo e più adatto a vivere in quel mondo che lo rigettava e, finalmente, avrebbe imparato a danzare sotto la pioggia.

Il bagliore sparì come riapparve, riportandolo tra le deboli braccia di suo papà. L’uomo sollevò la testa dal petto del ragazzo e lo guardò incredulo con gli occhi grandi, umidi e stanchi, scavanti nel viso lungo e pallido. Sopra di loro, il cielo, sereno e puntellato di stelle, riprendeva fiato dopo la pioggia. La luna, che spuntava dietro la testa rasata del padre come da dietro una collina, illuminava tutto di una luce bluastra, come un sole scarico. Erano solo lui e il suo papà, inginocchiati nell’erba umida con la città che si estendeva viva poco sotto.

Il padre accarezzò il viso del figlio con cautela, sfiorando a malapena la guancia con il dorso della mano ancora insozzata di calce secca. Il ragazzo vedeva le labbra dell’uomo muoversi, ma dalla sua bocca usciva solo un fischio costante che lo attraversa da orecchio a orecchio. Poteva sentire il peso insopportabile della pelle sul corpo ancora intorpidito dalla scarica, ma non la sensazione dell’aria fresca o della pelle ruvida di papà. Cominciò a sentirsi sepolto dentro il suo stesso corpo, ma prima che potesse sopraggiungere il panico, la Voce tornò a rassicurarlo con le sue parole che schioccavano una dopo l’altra come rami secchi nel fango.

Le labbra di papà tornarono a muoversi, e questa volta dalla sua bocca uscì la Voce – quella Voce. La sua Voce -, fuori sincrono, come un film doppiato male.

Lo chiamò per nome, Marzio e gli disse di rilassare i muscoli, di muovere prima l’alluce e poi l’indice della mano. Poi, doveva battere le palpebre e concentrarsi sul suo respiro. Era un esperto in queste genere di cose, diceva. Ci era già passato, ma certo non serviva spiegarglielo perché lui, Marzio, questa cosa la sapeva già bene.

Il ragazzo sbatté le palpebre e vide le labbra del padre rilassarsi in un sorriso stentato. Il formicolio svanì e il corpo riprese sensibilità, appena in tempo per sentire le mani di papà afferrargli la nuca e spingergli la testa contro il suo petto, riempiendogli il naso con l’odore di cantiere, sigarette e vino bianco. Marzio ritrovò la parola e mugolò qualcosa, soffocato dalla maglietta da lavoro di papà.

«Cosa?» chiese il padre, staccandolo da lui e afferrandogli il viso.

«È arrivata? È andata via?» chiese Marzio, guardandosi attorno, come ritrovandosi in un posto nuovo e lontano.

L’uomo sciolse le braccia intorno alle spalle di Marzio e si allontanò.

«Cosa è arrivata, Marzio?»

«La Danza, papà. C’è già stata?»

L’uomo si guardò intorno spaesato. La gioia di aver ritrovato il figlio si dissolse, lasciando soltanto un’espressione di debole e rassegnata confusione.

«No…» gli rispose.

Marzio si aggrappò alle spalle di papà e si guardò intorno, girando la testa disperato alla ricerca dei segni di distruzione e cambiamento. Il parchetto era ancora quello. Niente sembrava averlo toccato a parte una pioggia innocua; non quella che s’immaginava.

Le labbra di Marzio si torsero disperate.

«Ma ho fatto…. Ho fatto tutto… » disse, mostrando il segno nero del crocifisso che gli copriva, ormai permanentemente, il petto scheletrico.

«Avanti, torniamo a casa» disse il padre, rassegnato, avvolgendolo nel bomber verde del lavoro.

Il padre avvolse il corpo infreddolito del figlio nel mantello nero, lo prese tra le braccia e si avviarono verso il camioncino rosso, ancora in moto ai margini del parco.

Marzio sollevò la testa oltre le spalle del padre a guardare le minuscole luci che illuminavano le case e che strisciavano lungo le strade. La vita andava avanti indisturbata, come volendogli fare un affronto e nel loro tremolio, al ritmo di quello delle stelle sopra di loro, sembravano agitarsi in una nuova danza di scherno per aver abboccato, per l’ennesima volta, a un’altra promessa non mantenuta. Il ragazzo infilò la faccia appuntita nell’incavo del collo di suo papà e pianse, perché non c’era di nuovo tutto da perdere e tutto da guadagnare e, a San Infantino, ognuno deve seguire la sua legge di natura.