# 8 – Quattro Santi entrano in una libreria (pt. 2)

«Stronzate» tuonò Marzio, scattando in piedi. Si levò gli occhiali, con sdegno, mostrando alla sala le pupille che tremavano contro le iridi blu-ghiaccio.

«Questa non è la tua storia. È la mia che devi raccontare».

Pichelli rimase paralizzato. La bocca si torse e si chiuse, tremando di rabbia, umiliazione e disgusto.

«Questa è la mia vita».

«Signore,» il moderatore si sporse in avanti, tendendo una mano verso di lui, mostrando il suo sorriso gradevole. «Torni a sedersi, la prego.»

«Basta preghiere,» sussurrò Marzio.

Gli occhi di Pichelli schizzarono terrorizzati verso la webcam. La spia rossa lampeggiava, impaziente, trasmettendo da chilometri e chilometri la disapprovazione della Presidentessa.

«Non ho finito… » disse Pichelli, in direzione della camera. «Manca poco. Qualche riga.»

«Tu hai un debito» urlò, puntando un dito verso il pavimento, come un avvocato furioso durante un’arringa. Era così preso dal suo discorso da pensare che i visi impalliditi di Pichelli e del moderatore fossero il risultato delle sue parole e non quello deigò altri quattro Santi che si erano alzati in piedi, alle sue spalle (a parte per il Santo in carrozzina). Tutti e quattro si levarono gli occhiali, mostrando gli stessi occhi azzurri e gelidi. Mossero le labbra all’unisono, mimando le parole e i gesti di Marzio. Muovevano le labbra senza emettere un suono, come parlando con una sola, unica Voce. «Me l’hai promesso. Venticinque anni. Mi hai fatto una promessa. E adesso è un debito. ».

Il pugno di Pichelli tremava, forse per l’orrore o per la rabbia, al punto da non sentire la pagina del suo romanzo stritolarsi e stracciarsi tra le dita.

«Be’» disse, sempre cercando di mantenere una voce ferma. «Allora mettiti in coda».

La porta d’ingresso si spalancò in un’esplosione Il corpo della bodyguard comparì. Ondeggiava sulla suglia, premendosi la gola lacerata con entrambe le mani e con gli occhi fissi e rabbiosi in direzione di Marzio. L’uomo si mosse un passo in avanti, con le gambe rigide e tese, come prive di rotule. A ogni passo barcollante che compieva come un mostro di Frankenstein vestito a sera, il sangue schizzava tra le mani, insozzando libri e i preziosi trafiletti di giornale dedicati alla libreria.

Dalle file in fondo, i due nazi balzarono in piedi e indietreggiarono, con le mani pronte sopra le pistole infilate dietro la cintola. Anche i quattro Santi fecero un passo indietro, con il ragazzino scuro già col cellulare alla mano, riprendeva la lunga, sofferta avanzata della bodyguard.

Marzio lanciò un grugnito infastidito e sfilò la Desert Eagle dalla fondina sotto la tunica, senza suscitare sorpresa se non quella del moderatore e dei due nazi. Gli altri Santi si limitarono ad assistere alla scena, come osservando una reazione normale a un’azione straordinaria.

Il primo colpo andò a colpire la spalla, e così andò anche con il secondo colpo. Il terzo colpì l’uomo in pieno petto. La bodyguard sputò un lungo fiotto di sangue sul pavimento, ma non fu sufficiente a frenare la sua avanzata.

Nel frattempo, Pichelli strisciava sul pavimento: prima sul culo, agitando le gambe sul tappeto che continuava ad arrotolarsi sotto le ginocchia come in un cartone animato, poi a carponi, zigzagando tra le gambe del pubblico, finché due paia di mani non lo afferrarono e lo sollevarono da terra.

«Non puoi morire qui» gli disse uno dei Nazi all’orecchio, trascinandolo via.

Marzio continuava a sparare, mantenendo la posa solida ma rilassata che aveva imparato in anni di tiro al bersaglio. Con la coda dell’occhio, poteva vedere Pichelli, il suo dio, trascinato via dai due naziskin verso la porta. Imprecando a denti stretti, avanzò, continuando a sparare, finché non riuscì finalmente a colpire quel dannato gorilla dritto in mezzo agli occhi. La bodyguard rimase a fissare Marzio con sguardo inebetito, con un filo di bava pendente dal labbro inferiore. Incrociò gli occhi e, lanciando un lamento da cartone animato, crollò sulla schiena come un tronco d’albero. Una macchia di sangue scuro cominciò a spandersi pian piano sotto la testa di capelli impomatati, inzuppando le pagine dei libri d’arte e politica.

Marzio si girò, in cerca di Pichelli, ma trovò solo i quattro Santi, ancora in piedi e immobili, tutt’altro che impressionati da tutta la scena.

«Le senti anche tu, vero?» chiese la Santa con i capelli rossi e la gonna. «Le scariche?».

Ti ho mai detto di essere qualcosa che non eri…?

Marzio infilò la pistola nella fondina e attraversò la sala svelto verso l’uscita, lasciando gli altri Santi a seguirlo con lo sguardo mentre si dava all’inseguimento del suo creatore.

La Panda era ancora lì, con il portabagagli crivellato da pugni e calci spalancato come una bocca. Ispezionò i due lati della strada. Di Pichelli e dei due nazi non c’era traccia. La strada era ancora il deserto di qualche ora prima. Marzio crollò sulle ginocchia e urlò al cielo senza stelle. Le luci dei palazzi cominciarono ad accendersi, una dietro l’altra, come decine di candele attivatie da quel ruggito. Quando vide le ombre accalcarsi sui balconcini e le finestre, Marzio si alzò e camminò dondolando verso la macchina. Si buttò nell’abitacolo, infilò la chiave nel cruscotto, mise in moto e uscì dalla via, procedendo a passo d’uomo, senza sapere cosa ci fosse da perdere o da guadagnare.

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