#7 – Oggi, Domani e !!! (pt. 2)

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Poco dopo, Pichelli diede fondo agli alcolici del mini-bar.

Non un cieco assalto, ma uno strutturato e disciplinato annientamento a base di sottomarche di birra olandese, vino rosso in cartone e solo dopo proseguiva con gin e grappe cinesi, a volte mescolati con l’acqua tonica per diluire la disperazione.

Alla fine, a un’ora dalla presentazione, Pichelli si ritrovava sdraiato sul suo letto imperiale a due piazze circondato da resti di bottigliette vuote e lattine accartocciate, con il naso adunco e un ciuffo di capelli neri che spuntava come un monolite dalle decine di cuscini bianchi.

Una vibrazione strisciò passò sotto la schiena di Pichelli, in un tintinnio di bottigliette. Lanciò via i vari cuscini, finché non emerse lo schermo del telefono.

NUMERO PRIVATO.

L’effetto dell’alcol si dissipò rapidamente, riportandolo a una lucida e opprimente sobrietà.

«L’ho svegliata?» rispose una voce di donna, profonda e melliflua, con un vago cenno di sorpresa.

«No» rispose Pichelli, affrettandosi a pulirsi via la bava dal mento con il dorso della mano.

«Sa chi sono?»

Pichelli si sedette su un cuscino bottigliette.

«La… La Presidentessa?»

La Presidentessa si lasciò andare a una lieve, risata di cortesia.

«Lasci perdere le formalità. Non sono la sua presidentessa».

«E come la devo chiamare?»

«Non deve». Parlava con la dizione teatrale di un’attrice mancata, misurando ogni parola come se ciascuna fosse dotata del suo pregnante, necessario significato.

«Diana sta bene» continuò La Presidentessa, proseguendo come recitando un dialogo già preparato. «Mangia, beve, gioca e dorme. Dorme tanto. Preferisce i libri alla spazzatura nei tablet. È triste che mi sorprenda, ma sono questi i tempi in cui viviamo. Chiede sempre del suo papà, anche se non specifica mai bene quale».

Nonostante la distanza, Pichelli poteva sentire La Presidentessa sorridere crudelmente da chissà dove, probabilmente in una stanza poco lontana da quella in cui si trovava sua figlia. Gli occhi gli bruciarono di lacrime, in maniera tanto rapida e incontrollata da lasciarsi sfuggire un singhiozzo.

«No, no, no…» sospirò La Presidentessa, mortificata. «Senta cosa è successo oggi. Stamattina ho trovato Diana a curiosare nel mio ufficio, – perché non la teniamo rinchiusa come un’animale, come potrebbe giustamente pensare. Gira liberamente, come a casa sua – Be’, si è messa a camminare avanti e indietro per la libreria del mio ufficio, sfiorando le coste dei libri con la punta del dito. Sembrava che le bastasse sfiorarli col ditino per distinguere i libri noiosi da quelli più divertenti e, a un certo punto, indovini dove si ferma? Su La Stagione delle Piogge. Il primo volume. Ha cercato di tirarlo fuori, ma l’ho presa in tempo. Quelle copertine traumatizzavano me da piccola, si figuri. Mi ha guardato con i suoi occhioni come per chiedermi: ‘’Perché?’, e le ho detto: ‘’Quello è un fumetto che non ti fa più dormire. Io lo so, c’ho provato e, da quel giorno, non dormo più’’». Il tono frizzante e la dizione con cui La Presidentessa raccontava la sua storia andarono pian piano scemando in un rancore appena soffocato. Le parole tremolavano appena, strette tra i denti prima di essere lasciate libere per le orecchie di Pichelli.

Pichelli rimase ad ascoltare la storia della Presidentessa con gli occhi lucidi di lacrime.

«Cosa devo fare?»

Non arrivò nessuna risposta. Solo un brusio elettrico in cui si confondevano i respiri suoi e della Presidentessa.

«Faccio quello che volete» Pichelli si mise a quattro zampe, spostandosi in avanti versi i margini del letto, come prostrandosi di fronte alla Presidentessa. «Quello che serve… Faccio tutto quello che serve».

«Ho letto il suo ‘’romanzo’’. La Mano» disse La Presidentessa, concentrando più disprezzo che poteva nella parola ‘’romanzo’’. «Penserà che non mi è piaciuto, ma non è vero. Non del tutto, è solo stato…. doloroso. Dolce, qualche volta. Le dispiacerebbe leggere il terzo capitolo, stasera, alla presentazione? Ho consigliato il libro a un paio dei miei camerati. Ci saranno anche loro la presentazione. Sono curiosi. È ancora lì, signor Pichelli?»

Pichelli stava immobile, ancora prostrato sul suo lettino di bottigliette vuote. L’alcol gli annebbiava i pensieri e alimentava la paura. Cercava di mettere a fuoco il viso di Diana, di immaginarla camminare in chissà quale luogo sconosciuto, giocare, mangiare e dormire come gli aveva rassicurato La Presidentessa ma, a ogni tentativo, il viso della sua bambina si faceva sempre più sfocato, censurato da quell’istinto di autoconservazione che gli strillava nelle orecchie di fuggire lontano, dove nessuno lo avrebbe più trovato. Sparire, cambiare nome e dimenticare il vecchio, cancellare il passato dai sogni e dai ricordi.

Come… Come Il…

«Sì, sono ancora qui».

«Bene» rispose La Presidentessa, soddisfatta. «Non voglio darle altri pensieri prima della presentazione. Voglio vederla lucido e sicuro per la sua diretta streaming. Dopo la presentazione, prenderemo i nostri accordi ».

«Sì… certo…» rispose Pichelli, senza più un vero controllo delle sue parole e degli organi che lo producevano.

Marzio salì fino alla sua cameretta, portando tra le braccia due fucili e decine di scatole di proiettili. Prese una borsa sportiva da una delle mensole sopra il letto e aprì il cassetto sotto la libreria. Indossò pantaloni e camicia nera. Si stirò i capelli con la brillantina. Infilò le armi e i proiettili nel borsone e li coprì con altre due paia di pantaloni e di camicie nere.

Indugiò e alla fine ci infilò anche i suoi volumi de La Stagione delle Piogge (quelli da viaggi, con le copertine rovinate, spiegazzate, incrostate di sabbia e terra). Prese il colletto di Don Antonio dalla tasca, ancora freddo da congelatore. Si posizionò davanti lo specchiò, infilò il collare sotto il colletto della camicia.

Un ultimo sguardo alla paura che faceva tremolare le iridi castane e alla fine le seppellì sotto gli occhiali da sole. Rimase a rimirarsi allo specchio, facendo ballare gli occhi tra il suo riflesso e la gigantografia della copertina del primo volume de La Stagione delle Piogge appeso dietro la porta.

Sentì Il Santo sorridere dietro la sua bocca, trascinando le labbra in un sorriso fiero e minaccioso.

Guarda fuori… gli sussurrò.

Marzio si girò verso la finestra e aprì il sorriso al sole rosso che tramontava dietro le colline.

Mancava solo un ultimo pezzo prima della preparazione. La ritrovò sepolta tra le cianfrusaglie arrugginite che papà teneva nell’angolo della cantina.

Dissotterrò la vecchia macchina da scrivere e la portò tra le braccia, lanciando un lamento di fatica a ogni scalino. Poi, l’appoggiò delicatamente sul tavolo della cucina e vi sistemò davanti la sedia, con la schiena rivolta alla finestra rotta.

Appiccicò un pezzo di scotch di carta e vi scrisse sopra con pennarello rosso: ‘’M. PICHELLI’’.

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