# 7 – Oggi, Domani e !!! (Pt. 1)

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«Che cosa cazzo sta succedendo, Michele?»

La voce di Fabio si stracciò come un pezzo di carta, prima di cadere in un profondo silenzio. Michele restava in attesa con il telefono schiacciato contro l’orecchio e gli occhi sbarrati fissi sul soffitto a sentire i ronzii di elettricità statica che riempiva lo spazio tra di loro.

Sapeva come proseguiva il messaggio, ma cercava di recuperare quel momento, quella prima volta così genuina, quando sentiva che poteva ancora importargli qualcosa.

Quando Fabio tirò su col naso e sospirò, i muscoli di Michele s’irrigidirono. Sollevò le scapole dal materasso e, reggendosi con una mano sullo schienale, trattenne il fiato. Quando il momento arrivò, lo mimò con le labbra, dando una forma alle parole di Fabio. «Dimmi qualcosa. Qualunque cosa…».

Rimase in ascolto di quell’ultimo silenzio, quello che chiudeva il messaggio. Quando si interruppe, girò il display e rimase col dito sospeso sopra il tasto PLAY.

Il messaggio era datato al primo di giugno. Due settimane prima. Da quel giorno, Michele si metteva a riascoltare quel messaggio almeno due volte al giorno: ogni volta che riemergevano i loro ricordi felici, ogni volta che sentiva Diana ridere da sola nella sua camera, con i suoi fumetti, lontano da lui, prima di dormire e a ogni risveglio, ogni volta che sentiva le sirene della polizia o di un’ambulanza gridare in lontananza.

Questa volta il corpo di Pichelli affondava tra i materassi del divanetto in pelle marrone dell’albergo a due stelle prenotato in tutta fretta da quelli della casa editrice.

Chiunque avesse arredato la stanza, era sicuramente più preoccupato di farla apparire elegante che accogliente. La carta da parati rossa, con le sue fantasie dorate di dragoni, rose e serpenti che si attorcigliavano come edere gli ricordava l’idea stereotipata di un bordello cinese di bassa lega uscito da un film. Il tema delle pareti si ripeteva su quello delle lenzuola del letto matrimoniale, anche queste rosse con i loro grovigli astratti e i margini dentellati di plastica dorata.

La luce era troppo bassa, come cercasse di nascondere la mancanza di gusto dell’arredamento sotto le ombre che si accumulavano agli angoli e sotto i mobiletti in legno laccato. La lampadina, nuda, appesa a un lungo groviglio di fili elettrici, continuava a ronzare morente, pronta a spegnersi in un ultimo singulto da un momento all’altro.

Non c’era feng shui che potesse curare un posto del genere.

Nonostante le vibrazioni negative trasmesse dalla camera, Pichelli si ostinava a mantenere la posizione tipica delle sue sessioni di meditazione (schiena dritta, piedi nudi affondati nel tappeto arabo, le mani ben ancorate e strette ai braccioli della poltrona) e anche la disposizione degli oggetti (con quel piccolo tavolino, sempre di lagno laccato, su cui era sempre appoggiato il computer, sempre con la pagina di word bianco e il cursore che pulsava paziente, in attesa di un qualunque ordine).

Era tutto pronto per la sua presentazione, cambiava solo la voce che usciva dagli auricolari: non più quella della sua istruttrice di meditazione britannica, ma quella torturata dal pianto e dall’impotenza del suo marito piemontese.

Premette il tasto Play e premette di nuovo il cellulare all’orecchio.

«Michele…?».

Stoppo e ripartì di nuovo.

«Michele…?»

E ancora per altre due volte, poi lo lascio andare, fino a quando la voce non si stracciava, saltava il silenzio e riascoltò ripetutamente l’ultimo sussurro, quello che cercava di resistere al pianto e mantenere una forma.

«Dimmi qualcosa. Qualunque cosa…».

Stop e poi di nuovo Play.

«Dimmi qualcosa…»

Michele ripeteva le sue parole, questa volta con gli occhi fissi sul quadro appeso alla parete opposta, come in trance.

«Non lo so» rispose, alla fine, allontanando il telefono dall’orecchio.

Il quadro raffigurava un porto al tramonto, con due pescherecci vuoti che galleggiavano su un mare scuro e torbido chiazzato di rosa e giallo. Nell’angolo in basso a destra della cornice, si potevano scorgere i cesti di vimini blu ricolmi di pesce appena pescato.

Ogni particolare era tanto rifinito da poter sentire l’odore della salsedine, del pesce appena pescato e lo sciabordio dell’acqua che si infrangeva contro il cemento farsi sempre più lontano fino a scomparire all’orizzonte, lontano da lui, lontano da ogni altra cosa.

Gli occhi di Michele si fecero umidi, come se, almeno loro, fossero riusciti finalmente a sfiorare le acque scure del porto. Scosse la testa, e fece ripartire il vocale.

«Dimmi qualcosa…»

Il dito indugiò sul tasto PAUSA. Guardò il puntino scorrere lungo la barra della durata e lo lasciò proseguire.

«Posso almeno sentirla» cercava di ricomporsi, di cancellare la paura dalla voce, come se fosse sicuro di parlare con lei e fare il suo lavoro da papà, rassicurarla, tenerla all’oscuro di tutti i mali del mondo. «Anche solo con un vocale. Voglio solo sentire che è lì. Puoi farlo. Non sei una cattiva persona, Michele».

Michele rimase in silenzio, mentre lo sciabordio dell’acqua si faceva sempre più reale fino a sommergerlo, affogandolo tra le lacrime e i sospiri di suo marito.

Pausa. Play. Di nuovo.

«Non sei una cattiva persona».

Pausa. Play. Di nuovo.

«Non sei una cattiva persona».

Prese un lungo, lento respiro e cercò di un’apertura nella sua mente dove far passare tutti gli altri rumori che animavano il quadro: lo scricchiolio del legno delle barche e il tintinnio scuro delle catene che le tenevano ancorate alla banchina. I grugniti e le bestemmie dei pescatori, il vociare riflessivo delle signore che sceglievano il pesce e quello dei passanti, ma arrivavano sempre le onde a sommergerli e li portava via con sé, verso la luna che affondava lentamente tra le onde scure.

Michele si lasciò trasportare con loro e si dimenticò di premere PAUSA.

La orecchie si riempirono dei singhiozzi di suo marito. I rumori del porto si dissolsero pian piano nel traffico cittadino, nello stridio dei tram contro le rotaie, nei passi sui marciapiedi e i fischi dei freni delle bici e delle moto.

«Non sono una cattiva persona» sussurrò, mentre la lampadina friggeva, pulsando di ombra e luce al ritmo dei suoi singhiozzi.

***

La prima cosa da fare era sbarazzarsi del corpo di Don Antonio. Era importante farlo prima che il Santo prendesse la situazione in mano e decidesse di trovare maniere molto meno ‘’umane’’ di quelle che avrebbe adottato Marzio per liberarsene.

Cercando di trattenere la tosse e i conati di vomito, afferrò il corpo del prete per le caviglie e lo trascinò fino ai margini del piccolo orto sul retro. Corse in casa e si immobilizzò appena calcato il primo scalino. Un lamento lontano, il rombo di un motore, cresceva piano piano dal fondo della stradina, facendosi sempre più vicino. Marzio rimase paralizzato con l’occhio che strisciava alla ricerca della fonte di quel rombo. Fece scendere una mano, lentamente, fino ad appoggiarla sulla pistola infilata dietro i pantaloni.

Una vecchia Punto rossa emerse dalla discesa. Attraverso i vetri dell’abitacolo, sporchi di polvere secca, ormai simile a sabbia, vide un vecchietto – una delle tante facce che frequentavano il circolo e a cui non riusciva mai ad associare un nome, – che guidava con una mano sul volante e l’altra che reggeva il vecchio cellulare a portafoglio premuto contro l’orecchio. Grazie al cielo era troppo occupato a tenere gli occhi sulla strada per preoccuparsi di Marzio fermo sull’entrata di casa con la canottiera zuppa di un sangue che poteva contare almeno tre provenienze diverse.

Quando l’auto sparì dietro la curva, Marzio corse dentro. Aprì la porticina del sottoscala e scese in cantina. Si mise a cercare tra le varie cianfrusaglie, buttando giù pinze, picconi, asce, varie assi di legno finché non trovò finalmente la pala. Fece per tornare indietro ma si fermò, richiamato da un ronzio sommesso che proveniva dal fondo della stanza. Si girò verso il frigorifero che occupava tutta la parete in fondo alla cantina. Guardò la pala, il frigorifero e poi di nuovo la pala. Tirò fuori l’orologio e guardo l’ora: 15.47. Guardò un’ultima volta il frigo, sconsolato e lasciò cadere la pala sul pavimento.

Dieci minuti dopo, Marzio si ritrovava in cantina, alla ricerca della maniera più pratica per gettare il corpo di Antonio nel frigo. Non funzionava gettarlo di testa e non funzionava gettarlo di gambe. Quando il panico lasciò finalmente spazio all’adrenalina, decise di prenderlo eroicamente tra le braccia, con tanto di ultimo sguardo di contemplazione sul viso rigido e pallido del prete prima di gettarlo insieme alle braciole, le costate e le altre sezioni di carne congelata avvolte nella plastica e chiuse il frigo, con il tonfo del portellone a sigillare per sempre il corpo di Don Antonio nella sua nuova bara. Fece per andarsene quando La Voce gli disse:

Aspetta.

Come indossando il suo corpo, Il Santo lo guidò di nuovo verso il frigo. Gli fece aprire il portellone e prese il collare bianco, schiacciato sotto la pappagorgia gelida del prete.

Il Santo gli aveva promesso che non avrebbe preso il totale controllo per l’ultima fase di preparativi, ma che, anzi, si sarebbe limitato a guidarlo in ogni singola azione, prima della loro partenza. Non lo faceva per una rinnovata fiducia o rispetto nei suoi confronti, ma perché, da quello che diceva, lasciarlo all’oscuro dell’ultimo preparativo prima di lasciare casa per chissà quanto tempo, sarebbe stato controproducente per entrambi.

Passo dopo passo, Marzio capì che cosa intendesse.

Seguì diligentemente le istruzioni impartite dalla Voce, dettaglio per dettaglio, nonostante l’adrenalina che ancora gli faceva tremare le mani. Prese le due assi di legno che il Santo gli aveva chiesto di cercare e infilò i chiodi uno a uno lungo la superficie con le punte rivolte verso l’esterno, fino a crearne una specie di tappeto chiodato. Praticò un foro nella parte superiore, abbastanza spazioso da farci passare almeno due giri di corda. Prima che Marzio si potesse chiedere a cosa servissero le corde (lunghe almeno una decina di metri ciascuna), salì fino al pianerottolo delle camere da letto tenendo le due assi sotto il braccio. Legò un’estremità delle corde al corrimano e le assicurò con due giri di nastro isolante. Poi scese e legò l’altra estremità alla maniglia dell’ingresso, ripetendosi mentalmente di uscire dalla porta della cucina che dava sul retro e non da quella principale, una volta finito.

Scese di nuovo giù in cantina, questa volta per prendere i due fucili da caccia, i proiettili e i fili da pesca. Incollò i due fucili al muro con una solida maglia di nastro isolante. Legò un’estremità dei fili da pesca intorno al grilletto del fucile, attraversò l’atrio (cercando di mantenere la distanza di circa un metro dall’entrata) e legò l’altro capo al grilletto dell’altro fucile, incollato allo stesso modo contro il muro della sala. Restavano solo le altre quattro tenaglie da posizionare tra l’erba alta del giardino, due su un lato della stradina in ghiaia e due sull’altro.

Marzio si fermò al centro del sentierino, stanco e con le mani indolenzite, tradendo un leggero sorriso ai complimenti della Voce per il lavoro ben svolto.

Portò Faccia-da-Topo (o ‘’Flavio’’) in cantina, trascinandolo per la catena-guinzaglio. Mollò la presa intorno all’ultimo scalino, così che si infilasse nella sua cuccia autonomamente.

«No, non ancora, vieni qui»

Faccia-da-topo fece uscire la testa dalla cuccia.

«Stasera» disse Marzio, indicando una ciotola rossa ricolma di riso e carne trita con ‘’oggi’’ scritto in rosso sullo scotch di carta.

«Domani» e indicò una ciotola blu con su scritto ‘’domani’’

«E questa se proprio non torno» indicando una ciotola gialla con scritto solo ‘’! ! !’’

Faccia-da-topo lo guardò confuso, con la bocca semi aperta a mostrare il buco nero dove una volta c’erano due incisivi.

«Se tutto va bene, domani siamo di nuovo qui» disse. «L’acqua è laggiù» e indicò il secchio di latta costellato di pezzi di nastro adesivo nero per coprire i fori di proiettile. «Stasera o domani dovrebbero venire a cercarti. Non fare caso alle urla e agli spari. Non uscire per nessun motivo quando li senti, capito?»

Faccia-da-Topo fece cenno di sì con la testa, staccando il lungo filo di saliva che gli colava dal labbro inferiore.

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