#5 – Respira (pt. 2 di 2)

La Danza della Pioggia #5 – Respira (pt. 2 di 2) – Scarica Capitolo

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La Danza della Pioggia #5 – Respira (pt. 2 di 2) – Leggi Online

Pichelli attraversò le porte del bagno con le mani protese in avanti. Poi rallentò, trasformando la corsa in un jogging esagitato, finché non trovò un cubicolo libero, in mezzo ad altri due con le porte chiuse a chiave. Ci si tuffò dentro, scivolando in ginocchio come un ballerino anni ‘50 e affondò la testa nel cesso.

Conati, grugniti, lamenti e sputi rimbombavano tra i muri piastrellati, amplificati dalla porcellana del water una volta lucida e immacolata. Ogni volta che riprendeva il respiro, l’odore del disinfettante, mescolato a quello del vomito, gli provocavano un’altra eruzione che lo portava ad immergere la testa nel cesso quasi fino al collo.

Una volta finito, si accasciò a terra, come fastidiosamente sputato via dalla tazza. Tentò di rimettersi in piedi, tendendo le braccia aperte come un’equilibrista sbronzo e si sporse per lanciare una smorfia disgustata all’ammasso giallastro di bile e grumi che galleggiava nell’acqua e tirò giù lo sciacquone.

Uscì dal cubicolo e si piazzò davanti uno degli di orinatoi liberi che costeggiava il muro. Non appena si abbassò la zip dei pantaloni, le serrature degli altri due cubicoli scattarono e i due uomini col bomber e il berretto che aveva adocchiato alla conferenza uscirono, sincronizzando ogni passo, ogni azione, come due burattini mossi da un unico filo. Si piazzarono davanti ai due orinatoi che stavano ai lati di Pichelli. Senza abbassarsi la zip, si girarono, rivolgendogli un ghigno da bulletto di scuola, carico di intenzioni. Pichelli mantenne lo sguardo fisso davanti alla porcellana bianca del muro davanti a lui, con le mani tremanti, ben strette intorno al pene, come per proteggerlo.

I due si levarono il cappello, rivelando le svastica tatuata sulla testa di uno e la croce celtica tatuata su quella dell’altro. Avevano visi lunghi e appuntiti, con minuscoli occhi verdi serpentini che sembravano luccicare perennemente di esaltazione infantile. Pichelli piegò la testa in giù e strinse i glutei, cercando di fermare il getto d’urina che non accennava a placarsi.

«Ti sei dimenticato di autografarci il libro» disse il fascista alla sua sinistra, gettando una copia de La mano nell’orinatoio. A guardare la copertina e le pagine gonfiarsi di piscio, Pichelli si sorprese di non provare la minima rabbia o umiliazione. Vi ci trovò piuttosto una sorta di soddisfazione misto a sollievo per non essersi ritrovato a farlo di sua spontanea volontà nella solitudine di casa.

Pichelli scosse la testa. Poi, accennando un sorriso da spaccone, disse:

«Fate quello che volete. Potete piegare me, ma non potete ammazzare un’idea. Io… io non avrò mai paura di una svastica».

Il ghigno si spense dalla faccia dei due uomini e si scambiarono una rapida occhiata carica di confusione.

«Stai parlando del libro?» chiese il primo alla sua sinistra.

«Se parli del libro ci metti in imbarazzo» aggiunse l’altro, alla sua destra.

«Perché non l’abbiamo letto» disse quello a sinistra, riattaccandosi. E portarono avanti la conversazione così, alternando le frasi, completando l’uno il pensiero dell’altro come una lunga catena.

«E poi non siamo nazisti.»

«E nemmeno fascisti.»

«Siamo… autonomi».

Pichelli alzò gli occhi dall’orinatoio per dare una rapida occhiata ai tatuaggi sopra le loro teste. I due uomini abbassarono lo sguardo, imbarazzati.

«Errore di gioventù» rispose quello a sinistra.

«Non li cancelliamo perché abbiamo deciso di portare questi simboli come una croce».

«Come una cicatrice».

«Ma non ci piace essere giudicati per un errore del passato».

«Siamo molto di più della somma dei nostri errori».

«Tornando indietro, non lo rifaremmo».

Pichelli fece schizzare gli occhi ai lati, teso e indeciso, e disse:

«Non potreste farvi crescere i capelli? Per coprirle…?»

Il getto di urina si fermò di colpo, lasciando i tre nel silenzio. I due uomini si guardarono e poi riabbassarono lo sguardo.

«Alopecia».

«Entrambi».

«Siamo gemelli».

«Un raro caso genetico».

Restarono di nuovo in silenzio e il getto di urina riprese di nuovo come per magia, potente e costante come una cascata.

«La Presidentessa ti vuole parlare».

«La Presidentessa di chi?» chiese Pichelli.

«La nostra» risposero i due all’unisono.

«Ha una proposta da farti» continuò poi quello a sinistra.

«Lei lo ha letto il libro».

«Non l’è piaciuto».

«Non è buono nemmeno per una lettura da ombrellone, dice» disse l’uomo alla sinistra, facendo spallucce.

«Preferisce La Stagione delle Piogge».

«Tutti preferiscono La Stagione delle Piogge».

«Soprattutto lei».

«Dice che le devi un favore, comunque».

«Hai fatto anche tu degli errori…»

«Solo che al tuo si può riparare».

«Un passo alla volta».

«Ma devi volerlo tu, per primo» concluse quello a destra, facendo scattare la lama del coltellino a serramanico sotto lo scroto di Pichelli.

Al contatto gelido della lama, Michele lanciò un singulto, stringendo la presa intorno al pene mentre il getto di urina continuava a scorrere senza intenzione di fermarsi.

«Hai chiamato tua figlia, oggi?» chiese quello alla sua sinistra, mostrando un ghigno.

«Diana».

Il gettò di urina si fermò. Pichelli sentì il cervello chiudersi di colpo come una tenaglia. Nessun pensiero riusciva ad attraversarlo, nemmeno la paura. L’uomo alla sua sinistra gli prese il cellulare dalla tasca e glielo porse. Pichelli staccò una mano dal membro e, dopo aver sbagliato due volte il pin, entrò nella rubrica e selezionò il numero di Diana.

Il ronzio sommesso di una vibrazione attraversò l’aria. L’uomo alla destra prese un cellulare dalla tasca e lo appoggiò davanti a Pichelli. Il telefono, avvolto in una cover rosa con le orecchie da coniglio, vibrava, con la scritta ‘’Papà M.’’ che lampeggiava contro lo sfondo nero del display.

Il cervello di Pichelli si schiuse, fissandosi sull’ultima immagine che aveva di sua figlia, rinchiusa dietro sbarre di plastica bianca. Pichelli lanciò un lamento disperato e asciutto, senza lacrime. Il fascista alla sua destra sorrise e rimise il cellulare in tasca.

«La Presidentessa dice che hai un debito da saldare» disse l’uomo alla sinistra.

«E non ti è bastato ignorarlo, dice.»

«No, hai dovuto anche sputarci sopra» disse quello alla sinistra, indicando il libro zuppo di urina con un cenno della testa.

«Domani hai una presentazione. Sa quand’è».

«E sa dov’è».

«Non vuole mettersi tra te e i tuoi impegni».

«Ti chiamerà lei. Domani sera».

«Dopo la presentazione».

«La seguirà in streaming».

«È curiosa di sapere cosa pensi adesso della Stagione delle Piogge».

«Ora che ti ricordi del favore che ti ha fatto».

«Io i soldi non ce li ho…» rispose Pichelli, cercando di placare il tremore alla voce.

«Sì, è quello che abbiamo detto anche noi alla Presidentessa».

«Dice che lo sa, ma che ci possono esserci cose più importanti dei soldi, o dietro i soldi».

«La Presidentessa è una donna che legge tra le righe».

«Non è il tipo da chiedere soldi e basta».

«Non come quelli degli altri partiti. No, non la è…»

«In ogni caso dice che non importa».

«Dice che farai tutto quello che ti chiederà».

«Non solo perché glielo devi».

«Perché dice che i papà…»

«… farebbero di tutto per i loro figli».

La lama grattò leggermente la pelle sotto i testicoli e si assestò su una nuova zona. Pichelli si irrigidì di nuovo alla sensazione di quel gelo affilato sulla pelle.

Guardò tutti e due gli uomini e, come un pupazzo con un ingranaggio rotto, fece cenno di sì con la testa.

«Vero» rispose.

«Bene, allora,» disse l’uomo, ritirando la lama. I due si rimisero il berretto.

«Ci risentiamo domani,» dissero entrambi, uscendo, questa volta con una leggere differita l’uno dall’altro.

Pichelli rimase immobile davanti all’orinatoio, con le mani ancora strette intorno al membro. Si aspettava di vedere il bagno ondeggiare, di tornare in preda alla stessa vertigine di prima, ma ogni cosa restava immobile, a parte per lo sciabordio dell’acqua nello scarico.

Fissava il muro davanti a sé, ma impresso sulla porcellana vedeva ancora la foto della ragazza, scivolare sul bianco luccicante delle piastrelle come uno spettro.

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