# 4 – Oh, Superman! (Pt. 2 di 2)

Amazing Spider-Man Vol. 1 #129 di Gerry Conway & Ross Andru

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Danza della Pioggia # 4 – Oh, Superman! (Pt. 2 di 2) – Leggi Online

Riuscì ad arrivare al cancello senza sputare una goccia di sangue. Una piccola vittoria per quel pomeriggio, come ghiaccio su una ferita ancora cosparsa di sale. Attraversò il cancello senza richiudere la catena. Zoppicò per il sentiero di ghiaia, sbuffando e latrando con le mani premute sul costato dolorante. Saltò gli scalini d’entrata in un solo balzo e aprì la porta con una spallata, buttandosi in ginocchio sul pavimento. Alla fine, strisciò a carponi fino al muro e si sedette. Ingurgitò il suo succo in un’unica sorsata, gettò la bottiglietta in un angolo e si lasciò andare e in un pianto liberatorio scatenando un’esplosione di fitte che gli riempì il petto.

Cosa cazzo pensavi di fare a portarti una pistola che neanche hai le palle di usare? Chiese la Voce. Non ti rende una persona migliore di loro…

«Proteggermi… volevo proteggermi. Volevo…» Marzio torse le labbra in un ghigno. Sputò e digrignò i denti. «Volevo fargli paura».

Non siamo pronti nemmeno per quello, figlio mio.

Un altro accesso di tosse lo piegò. Si tappò le mani con entrambe le mani per soffocare i singhiozzi, la tosse, la Voce e, in minima parte, il dolore che gli lacerava i polmoni.

«Vattene, allora» disse. Il mento che tremava su e giù, incontrollato. «Vattene via, se non sono pronto».

Non vado da nessuna parte, Marzio. Non senza di te. Disse la Voce, con un tono dolce e consolatorio. Sono qui. Lascia andare tutto. Sono qui.

Ora di cena.

Nella sala da pranzo, seduto a capo della tavola apparecchiata per due, Marzio osservava attraverso la finestrella sopra il lavandino il sole scivolare giù tremolante dietro le colline. Il sapore acre del succo di pera gli stava ancora appiccicato al palato, parzialmente diluito da quello del sangue. I polsi, la schiena e il costato pulsavano ancora per il dolore. Erano ferite superficiali, rispetto a tutto il resto; abrasioni che sarebbero guarite nel giro di qualche giorno. Nessun dolore che il suo corpo non avesse già assorbito in passato.

San Infantino sembrava bruciare silenziosa sotto la luce del tramonto, lentamente consumata dal calore da una patina di fuoco tremolante . Il cielo non sanguinava come al solito, non come ogni giorno. Qualcosa sembrava trattenerlo, gonfiandolo come una vena ostruita, pronta ad esplodere.

Una zaffata improvvisa della zuppa di cavolo lo risvegliò dalla sua contemplazione del tramonto. Spostò gli occhi sulla sedia all’altro capo della tavola, occupata dal bomber verde e ancora sporco di calce di papà messo davanti a un altro piatto di zuppa fumante. Rivolse alla giacca un sorriso affettuoso e si piegò a mangiare.

«Sono sceso in paese, oggi» disse Marzio, dopo un paio di cucchiaiate. «È andato tutto bene, davvero. Ho incontrato… delle persone. C’era anche Gian, quello che andava a scuola con me».

Una manica del bomber ebbe uno spasmo impercettibile, spinto da uno spiffero.

«No, non è cambiato» rispose Marzio, tornando al piatto con un sorriso amaro. «È ancora una cattiva persona.»

Tra una cucchiaiata e l’altra, Marzio alzava gli occhi verso il bomber verde e cercava di riempirne il vuoto con il fantasma di suo padre, ma la memoria lacerata dai fulmini ricreava solo un ologramma granuloso, triturato e deformato come passato attraverso un disturbo televisivo. Non si ricordava quale fosse il suo piatto preferito. Non ricordava se preferisse pasteggiare con acqua, vino o birra. Non era nemmeno certo che la zuppa gli piacesse, ma avrebbe provato e riprovato comunque, servendo ogni sera piatti e bevande diverse, convinto che il giorno in cui avrebbe indovinato la giusta combinazione, qualcosa dentro di sé glielo avrebbe detto, come gli aveva detto come e quando incontrare La Voce.

«Pensavo di prendere la macchina per qualche giorno, se per te non è un problema», disse Marzio, tenendo la testa bassa sul piatto. Rimase immobile, in attesa di una risposta, poi alzò la testa verso la giacca e sorrise.

«Grazie, papà. Non te la chiederei se non fosse importante. Domani…» Marzio rimase ad agitare il cucchiaio a mezz’aria. «Domani Pichelli viene in città. È vicino. È… è una buona occasione per incontrarlo. Ci sono così tante cose che dobbiamo dirci.».

La manica del bomber si mosse di nuovo.

«No, non li fa più i fumetti. Fa libri, adesso» Marzio scosse la testa e piegò le labbra in una smorfia. «Ho provato a leggerne uno, ma non mi piacciono. Non li capisco. Parla un’altra lingua. È come se non parlasse più con me… o di me.»

Appoggiò il cucchiaio al piatto e annuì verso il nulla, mostrando un sorriso nostalgico. Oltre la finestra, il sole ormai era sparito e il cielo si era raffreddato in un colore bluastro e pallido, come il corpo di una gigantesca medusa che catturava il paese sotto il suo corpo.

«Sì, anche a me manca La Stagione delle Piogge. Ricordo quando ti aspettavo tutto il giorno e ti vedevo scendere dal furgoncino con l’ultimo numero arrotolato nella mano. Era il giorno più bello della settimana. Tutti aspettavano sabato, io aspettavo solo mercoledì, sì.»

Un suono cristallino di vetri rotti esplose alla sua sinistra. Una macchia nera schizzò davanti a lui prima di vedere la zuppa bollente esplodergli in piena faccia. Marzio lanciò un urlo e si buttò a terra, levandosi pezzi bollenti di carote, cavolo e patate dagli occhi e dalla bocca. Quando tutto sembrò quietarsi, alzò la testa oltre il tavolo e si bloccò. Un sasso liscio e nero emergeva dal piatto di zuppa tra frammenti di verdura e schegge di vetro. Uno dei quattro riquadri della finestrella era sparito, lasciando soltanto un paio di cocci affilati incastonati nel telaio. Marzio fece per alzarsi quando un altro sasso passò attraverso l’altro riquadro della finestra, andando a schiantarsi sul piatto di papà. Non c’era niente che potesse fare se non rimanere a guardare impietrito la zuppa schiantarsi sulla giacca, macchiando le spalle e la manica sinistra del bomber di melma arancione e grumosa.

Strisciò a carponi fino all’altro capo del tavolo. Prese un fazzoletto e cominciò a strofinare disperatamente la manica, il colletto e ogni parte della giacca colpita dalla zuppa. Il terzo sasso passò attraverso lo scheletro della finestra, andando a colpire direttamente la spalla della giacca.

L’elettricità attraversò il corpo di Marzio. Lanciò un ringhio da battaglia e strisciò a carponi fino all’atrio. Schermato dal muro, si alzò in piedi e corse fino al ripostiglio al lato opposto del sottoscala. Aprì la porta e rovistò tra le tovaglie e i tovaglioli piegati sugli scaffali, finché non trovò la scatola di legno che conteneva la Desert Eagle. Prima di afferrare la scatola, si ritirò di colpo, piegando la schiena e le braccia come colpito da un infarto e mugolò un: «No… »

Si afferrò il polso e lo schiacciò contro il muro. Poi, si lasciò cadere ginocchio e, in un ultimo sforzo di volontà, calciò la scatola lontano da lui.

Non ti lasceranno mai in pace, così ringhiò La Voce nelle sue orecchie.

Un quarto sasso disegnò un arco nell’aria, rotolando sul pavimento davanti a lui.

«Un… altro… modo… non questo » rantolò Marzio, continuando a trattenere il polso sul pavimento, finché non si rilassò, sciogliendosi come una manica.

Si rialzò, infilò le mani in mezzo ai piatti e all’argenteria dello scaffale sottostante e ne tirò fuori una pistola nera ad aria compressa e una scatola di plastica trasparente piena di pallini di piombo gialli.

Cosa pensi di fare con quella?

«Male» rispose Marzio, affannato. «Basta fargli male».

Strisciò verso la cucina, sulle braccia, come un soldato addestrato. Si accucciò sotto il lavandino e attese.

Attese, digrignando i denti e stringendo il manico della pistola fino a farla scricchiolare. Poi, il sussurro di un’altra voc gli arrivò all’orecchio sinistro:

«È uscito?» bisbigliò una voce stridula e puberale all’esterno, emergendo tra il frinire dei grilli.

«No…»

Marzio scattò in piedi, puntò la pistola oltre la spaccatura nella finestra e sparò due colpi.

Un urlò gracchiante si levò dall’erba alta, mentre un suono soffice di passi si allontanava rapido verso il cancelletto. Tenendo l’arma puntata nel buio, Marzio intravide due ombre che si stagliavano contro l’orizzonte puntellato dalle luci delle case e dei fari. Una riuscì a scavalcare il recinto e a buttarsi nel bosco, mentre l’altra le correva dietro saltellando e zoppicando. Marzio sparò un ultimo colpo, e l’ombra sparì di colpo, come risucchiata dalla terra.

«Perché non mi lasciate in pace?» urlò Marzio, attraverso il buco nella finestra, tradendo un piccolo acuto di disperazione.

Perché ti basta fargli male…

Attraversò la cucina e si fermò di colpo vicino alla giacca del padre. S’inginocchiò e provò di nuovo ad asciugare via le macchie di zuppa ormai seccata. Lanciò il tovagliolo e uscì verso il cortile, asciugandosi le lacrime nelle maniche della maglietta. Poi, si bloccò sulla soglia, colto da un improvvisa e familiare sensazione di svuotamento. L’elettricità lo colse con la guardia abbassata, lasciando Marzio a tremare sulla soglia, mentre gli occhi cominciarono a colorarsi d’azzurro.

Sfondò la porta con un calcio e scese le scale. Il suo andamento si era fatto rigido e sicuro, con la schiena dritta e fiera e la pistola ben schiacciata contro la coscia. Arrivò a una piccola depressione in mezzo all’erba, occupata dal corpo di un ragazzino, rannicchiato in posizione fetale con le mani premute contro la spalla sanguinante.

Marzio spinse il ragazzo con la punta della scarpa e lo fece stendere sulla schiena.

«Ma ti ho già visto, io».

Era il ragazzo con la faccia da topo che aveva visto passare davanti alla chiesa. L’ombra che era scappata nei boschi doveva essere l’altro ragazzino, quello con la faccia perfino meno sveglia e furba di quell’altro.

Infilò la punta della scarpa nel forellino nero del proiettile all’altezza della spalla. Il ragazzo urlò, inarcando la schiena e ululando con gli occhi sbarrati verso il cielo calmo e stellato. Una macchia di sangue scuro si spanse da sotto la suola, imbrattando la maglietta del ragazzo.

«Così, bravo. Fuori tutto», disse Marzio, paziente, con le braccia incrociate dietro la schiena. «In questo posto nessuno mi sente mai piangere o urlare. Il dolore qui resta un segreto».

Faccia-da-topo continuava a singhiozzare e a ululare, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo implorante al viso duro e affilato di quello che sembrava avere soltanto le sembianze di Marzio. Ogni volta che il ragazzo tentava di asciugarsi le lacrime, Marzio premeva sulla ferita, costringendolo con le braccia a terra, mentre le lacrime e il muco scendevano rapide lungo il viso e il collo. A ogni scarica di dolore, le dita pallide e nodose del ragazzo affondavano nella terra, strappando via grosse manciate di erba umida per poi ritirarsi zampette spaventate quando sfioravano per sbaglio la punta della scarpa di Marzio.

«Vi è andata male, stasera. Cercavate Marzio e, invece, avete trovato me,» Marzio sorrise e si passò la punta della lingua sulle labbra.

Il ragazzo sgranò gli occhi. L’ultima traccia di pianto svanì, risucchiato in un silenzio esterrefatto.

«Già» rispose Marzio, annuendo. «Alla fine è pazzo davvero».

Piegò due dita ad artiglio, gliele infilò nelle narici e lo trascinò via nell’erba.

«Dovresti sceglierteli meglio gli amici che ti fai» disse al ragazzo che ancora cercava un appiglio disperato tra i fili d’erba. «Abbandonato come un cane qui, in mezzo alla campagna. Non ti posso biasimare. È difficile trovare brave persone, figurarsi gli amici».

Si fermarono davanti a un’altra piccola depressione nell’erba, occupata al centro da un’enorme tagliola con la vernice rossa screpolata ai margini che mostrava una seconda pelle di ruggine scura. Appena la vide, il ragazzo si riaccese di colpo e ricominciò ad urlare e a piangere, tempestando le gambe e i glutei di Marzio di pugni e graffi inferti alla cieca.

«Fossi andato ancora qualche metro più in là, ti saresti trovato la gamba incastrata in quella tagliola» disse Marzio, con lo sguardo perso tra le lame della tagliola. «Meno male che ti ho trovato prima».

Gli levò le dita dal naso e, prima che potesse anche solo contorcersi, lo afferrò per i capelli e gli portò il viso davanti al suo. Gli occhi di quell’uomo erano diversi da come li ricordava: di un azzurro gelido, crudele, diverso dagli occhi castani carichi di pena che ricordava.

«Come ti chiami?» chiese Marzio.

«Fl…Fl…» singhiozzò Faccia-da-topo, con le guance e il contorno della bocca lucidi di lacrime.

«Non esiste una risposta sbagliata a questa domanda, avanti». Gli occhi del ragazzo scivolarono verso la tagliola, ma Marzio lo strattonò di nuovo. «Non guardare quella. Guarda me».

Il ragazzo sussurrò qualcosa di indecifrabile, mentre un filo di bava si allungava e si accorciava sotto il labbro inferiore torto dalla paura.

«Ripeti».

«Flavio».

«Flavio» sussurrò il Marzio, soddisfatto. «Flavio, non le senti le voci che girano su di me? Su di noi…?»

Flavio fece segno di sì con la testa.

«E vieni qui lo stesso… Per fare cosa?»

«Niente…»

«No, qualcosa avete fatto» e indicò la finestra distrutta.

«Io no, Domenico…»

«Ma adesso sei tu a trovarti con la faccia su una tagliola, non Domenico e sei tu che devi risponderne».

Faccia-da-topo sussurrò qualcosa, abbassando la testa fino a toccare il pento col mento.

«Che hai detto?» chiese Marzio.

«Scusa» disse il ragazzo, abbandonandosi al pianto. «Ho detto scusa».

Marzio strabuzzò gli occhi e spalancò la bocca.

«Oh» Marzio allentò leggermente la presa dai capelli del ragazzo e si guardò intorno, confuso. Poi, lo guardò solenne e sorrise. «Se chiedi scusa… allora direi che siamo a posto».

La bocca di Faccia-da-topo indugiò prima di aprirsi in un sorriso incredulo.

«Graz… Grazie…»

Marzio strinse di nuovo la presa sui capelli e spinse la faccia del ragazzo in giù fino a fargli sfiorare la placca d’innesco della tagliola con la punta del naso. Il ragazzo soffocò un urlo, come se gli fosse andato di traverso. Sputò un grumo di saliva bianco e rosso sul metallo e riprese a piangere.

«Voi non vi rendete conto di quanta paura abbia di voi. Una paura boia. Scommetto che non sapete nemmeno perché lo tormentate».

Sentì il corpo del ragazzo afflosciarsi sotto la sua mano, svuotato da ogni prospettiva di tornare a casa con la testa ancora attaccata al collo e di ripensare a quei dieci minuti con Marzio solo come a un brutto ricordo.

«Mi dispiace. Mi dispiace… » continuò a piagnucolare Faccia-da-ratto come un disco rotto

«No, a me dispiace» Marzio scosse la testa. «Scommetto che l’idea è venuta al tuo amico, quello che ti ha lasciato qua. Ti sei fatto trascinare, è normale quando si è giovani. Non si ha un gran consapevolezza della propria individualità da ragazzini. Non avete volontà, né scopo. A parte per Marzio. Lui è nato che già sapeva che cosa doveva fare».

Le dita si addolcirono intorno ai capelli e prese a massaggiargli la nuca col pollice.

«Non riesco a pensare a niente di peggio del non sapere perché sei qui: venire al mondo continuare a vivere ogni giorno senza avere una vera ragione per aprire gli occhi all’alba».

Marzio appoggiò le ginocchia sull’erba soffice. Si piegò all’orecchio del ragazzo, senza perdere la presa sui suoi capelli, e gli sussurrò, con tono amorevole:

«Ma adesso, per te, la cosa finisce qui. Abbiamo trovato qualcosa da farti fare. Questo posto ha bisogno di un amico. Di una guardia».

«No…» rispose Faccia-da-topo con un suono fioco e fragile, in attesa della sua fine.

Nel buio dietro le palpebre, il ragazzo sentì di essere stato strappato via dalla terra da una forza sconosciuta e invisibile. Quando aprì gli occhi, sfocato dietro lo schermo di lacrime che gli copriva la vista, vide il viso di Marzio sorridergli, paterno. Lo guardava pieno di dolcezza, come se avesse aspettato il loro incontro per tutta la vita.

Le mani grosse e ruvide di Marzio scivolarono lungo le guance del ragazzino e gli incorniciarono il viso.

«Non ti preoccupare, Flavio. Ti perdono. Devo. Non posso portare odio con me, dove sto andando.»

Faccia-da-topo lo guardò con occhi spalancati e increduli.

«L’unico problema è che dobbiamo mettere le cose nel giusto equilibrio» alzò un pollice e gli aprì le labbra, accarezzando gli incisivi grossi e sporgenti del ragazzo. «Magari, iniziamo dando un’aggiustata a questi».

Il viso floscio del ragazzo tremò e si frantumò di nuovo in un pianto. In un gesto istintivo che lo riportava all’infanzia, affondò la faccia nel suo petto e si lasciò andare a un pianto liberatorio.

«Avanti, su. Va tutto bene adesso,» disse Marzio, accarezzandogli la schiena. «Risolviamo tutto. Adesso respira, avanti. Respira…»

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